Ex Alumix, ecco la bomba ecologica: bonifica ferma, ma costo raddoppiato

Erano 50 miliardi di lire nel 2001; adesso sono diventati 52,3 milioni. Di euro. Ovvero il doppio. È il costo della bonifica – a carico dello Stato – nella discarica ex Alumix di Portovesme, la fabbrica che nel Sulcis, fino alla metà degli anni Novanta, produceva alluminio con soldi pubblici. Poi l’ingresso degli americani di Alcoa, a loro volta usciti lo scorso inverno con passaggio di mano agli svizzeri di Syder Alloys. A Portovesme è successo che nel tempo si sono accumulati 500mila metri cubi di rifiuti di produzione. Un pozzo di veleni che lo stesso ministero dell’Ambiente, da una ventina d’anni, classifica come contaminato. La concentrazione di fluoro è quattrocento volte superiore al limite normativo, è scritto anche negli atti parlamentari che, di tanto in tanto (e invano), provano a portare il caso ex Alumix fuori dalle secche della bonifica infinita.

La discarica di Portovesme occupa 38mila metri quadrati, poco meno di quattro ettari. Una bomba ecologica con piombo, cadmio e zinco concentrato nei primi ottanta centimetri di quel buco nero (sotto l’infografica curata da Rinaldo Crespi). A partire dai cinque metri di profondità ci sono invece oli minerali. Non mancano, ovviamente, tracce abbondanti di arsenico, mercurio e nichel. Più un rosario di composti chimici da brivido, come la trielina. Tutto lì, interrato, in attesa che si compia il miracolo dello Stato volenteroso.

Eppure il costo della bonifica continua a lievitare. Anche a bocce ferme. O quasi. L’ultima iniezione di liquidità è del 2015. L’ha fatta la Ligestra, la finanziaria italiana controllata al 100 per 100 da Fintecna che, a sua volta, è la società per azioni della Cassa depositi e prestiti, di cui il ministero dell’Economia detiene l’82,77 per cento. Le fondazioni bancarie hanno in mano il 15,93 per cento delle quote e sono nel dettaglio: Compagnia di San Paolo, Cariplo, Monte dei Paschi di Siena, Cassa di Risparmio di Torino e  Cassa di Risparmio di Verona Vicenza Belluno e Ancona. Il restante 1,30 per cento corrisponde ad azioni proprie della Cassa depositi e prestiti. Attualmente la discarica ex Alumin rientra tra le proprietà della gemella Ligestra due, srl che si occupa della gestione immobiliare.

A Ligestra 1, nel ’95, è stata assegnata la parte ‘cattiva’ di Alumix, quella bad company dove sono finiti i debiti e e la discarica. Il peggio del peggio. Ma le privatizzazioni funzionano così. Ligestra 1 è stata creata con la Finanziaria nazionale del 2007 per gestire la cessione dei patrimoni in capo alle società pubbliche messe in liquidazione coatta amministrativa. Pacchetti azionari e partecipazioni statali nel settore produttivo, raccolti a loro volta sotto l’ombrello di Efim, l’Ente finanziamento industrie manifatturiere andati a rotoli nel ’92 – l’anno di Tangentopoli – dopo aver accumulato debiti per 18mila miliardi di lire. Ligestra 1 e Ligestra 2  – anche se questa è un’altra storia – sono finite lo scorso giugno sotto la lente della Procura di Roma che ha arrestato i rispettivi vertici con l’accusa di aver ‘svenduto’ il patrimonio dello Stato. In manette Riccardo Taddei, già direttore di Fintecna e presidente del Cda di Ligestra 2; Alessandro La Penna, amministratore delegato di Ligestra. In carcere anche Domenico Zambetti, ex collaboratore di Ligestra, e Vincenzo Eugenio Di Gregorio, Ad alla Sagest, una controllata di Cassa depositi e prestiti.

Per tornare alla discarica ex Alumix, l’operazione di bonifica sembrava facile: sulla carta – senza fare i conti con l’inquinamento reale – si pensava di pescare i tre quinti degli scarti totali di produzione, pari a 282mila metri cubi, e ricollocarli in un’area attigua in quanto troppo carichi di fluoruri e quindi non recuperabili. Così dopo averli in qualche modo ripuliti attraverso la cosiddetta “separazione fisico-meccanica”, da attuare nello “spazio confinato”, è scritto nelle carte progettuali. Per la copertura, l’operazione richiede l’utilizzo di 49mila metri cubi di terra, “rimossi dalla discarica e recuperati dallo scavo delle aree circostanti”. Più altri 24mila metri cubi per “inertizzare”, cioè rendere non pericolosi, i rifiuti che vengono separati (un processo, questo della ‘divisione’, detto vagliatura). Per la frazione che è stata considerata ricca di Ipa (idrocarburi policiclici aromatici) – e sono altri 200mila metri cubi – l’obiettivo era il recupero o lo smaltimento in discariche autorizzate, fuori da Portovesme.

Negli atti parlamentari della passata legislatura si legge: “La bonifica avviata nel 2009-2010, in linea col progetto approvato (avvio dell’iter nell’agosto 2001 con la prima delibera votata dal Comune di Portoscuso), è arrivata a circa il 70 per cento di realizzazione e la fine lavori è prevista per il 31 gennaio 2018)”. Ma il 2019 è alle porte e nella discarica ex Alumix il cantiere resta aperto con l’unica certezza dei costi aumentati. Per una ragione su tutte: la frazione di rifiuti che si pensava ricca di Ipa è risultata in gran parte da buttare, non da recuperare. Da qui i carichi smaltiti fuori dall’Italia con l’impennata delle spese.

Il documento più aggiornato sulla discarica ex Alumix è il rapporto sullo stato di attuazione del Piano Sulcis, documento programmatico statale che vale 806,4 milioni. Ha l’obiettivo di rilanciare le imprese della provincia più povera d’Italia e una delle più inquinate del Paese. Nel paragrafo riservato alla ex Alumix è scritto: “Si segnala il nuovo differimento dei termini di conclusione del programma, in carico a Ligestra 2. È stato decretato dal ministero dell’Ambiente il programma di realizzazione e gestione della barriera idraulica interaziendale”. Perché a nord c’è la Portovesme srl, a sud la ‘parte buona’ di Syders Aloys, a ovest Enel Ubt Sulcis. E tutti, proporzionalmente, dovranno contribuire ai costi della bonifica. È il principio del “chi inquina, paga” voluto dalla Regione. Un accordo che però continua a saltare. E la discarica ex Alumix, anche se ha un proprietario ce l’ha, è sempre più terra di nessuno. Ma tutto questo merita un discorso a parte. E meriterebbe anche una nuova e inflessibile indagine della Procura. (1 – continua) 

Alessandra Carta
(@alessacart on Twitter)

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