Superiori chiuse per Covid, adulti felici. Tanto Nieddu inventa la scusa dei rischi

Riaprire le scuole “è un rischio troppo alto“. Così l’assessore alla Sanità, Mario Nieddu, l’ha fatta breve al termine della riunione che stasera ha messo insieme il Comitato operativo regionale. Erano in tutto una quindicina, tra politici e rappresentanti governativi. Dovevano decidere quando riaprire le Superiori. Cosa si siano detti di preciso, non è dato saperlo. Il summit era a porte chiuse. Ci ha pensato l’esponente leghista della Giunta a sintetizzare i lavori buttandola sulla salute. La solita solfa a cui non crede più nessuno.

Sia chiaro: fronteggiare la pandemia anche con la prevenzione è un obbligo etico e morale insieme, oltre che civico. Ma sulle riapertura delle Scuole gli adulti stanno giocando sporchissimo. Anche in Sardegna, e non solo a Roma. A cominciare dalla ministra Lucia Azzolina che a ogni intervista sembra stia aspettando il Messia, quando è lei che dovrebbe prendere decisioni. Serie e coraggiose. Invece è sempre lì, inadeguata al ruolo, concentrata solo a ripetere come un mantra che “se si chiude la scuola, si deve chiudere tutto”. Che noia, ministra. Che noia.

La Giunta di Christian Solinas, però, non è da meno. Pare la versione ancora più annoiata – se possibile – della Azzolina. Nieddu oggi è stato financo comico, suo malgrado. L’assessore ha detto che gli studenti delle Superiori non possono tornare in classe, nemmeno al 50 per cento, perché “il sistema, in particolare i dipartimenti di prevenzione, è già impegnato con la campagna di screening e con quella vaccinale”.

Che ridere, signor Nieddu. Sui vaccini la Sardegna sta facendo una figuraccia nazionale per lentezza nella somministrazione, ma l’assessore ha una faccia tosta grande così e pensa che i sardi siano perfetti cretini. E per di più distratti su quanto sta accedendo nell’Isola. Lo ripetiamo noi, cosi dati aggiornati alle 22.11. Le dosi consegnate alla Regione sarde sono state 12.855; quelle inoculate 1.259. Vuol dire il 9,8 per cento di vaccinati. Penultimo posto in Italia, davanti solo alla Calabria (al 6 per cento).

Non brilla di luce propria neppure l’assessore ai Trasporti, Giorgio Todde, che negli anni Novanta sarebbe stato ribattezzato ‘figlio di vetraio’, tanto è impalpabile nella sua azione politica. Cosa abbia fatto Todde in questi mesi per riorganizzare la mobilità degli studenti, non è chiaro. Eppure permettere ai ragazzi di raggiungere le scuole senza viaggiare in autobus trasformati in scatolette di sardine, è condizione indispensabile per riprendere con la didattica in presenza. Al 50 per cento. Non giorno e notte. Si tratterebbe di riportare in classe 70mila giovani, non gli abitanti di Mumbai. Ma la voce di Todde non la conosce quasi nessuno. Anche l’opzione di potenziare il servizio pubblico con i pullman da turismo (fermi da mesi) è caduta nel dimenticatoio.

Le difficoltà, ci mancherebbe, esistono eccome. Anche perché servirebbe organizzare in maniera differente i due diversi livelli di servizio: uno dai piccoli Comuni piccoli ai centri più grandi, dove ci sono le scuole, l’altro all’interno delle città. Ma nessuno sta chiedendo di garantire una frequenza quotidiana: la Didattica a distanza resterebbe al 50 per cento. Quindi gli ingressi dei ragazzi potrebbero essere scaglionati. E volendo lo si potrebbe fare anche nel pomeriggio.

Ma cambiare troppo gli orari di lavoro non piace a tutti gli insegnanti. E nemmeno a tutti i dirigenti scolastici. Ovvero quegli adulti che dovrebbero fare prima di tutto gli interessi dei ragazzi. Nessuno chiede loro di entrare in classe e ammalarsi di Covid-19. Ma i presidi, come si chiamavano un tempo, stanno ben attenti a non scontentare i docenti. Gli adulti proteggono gli adulti. Questa è la cifra della solidarietà nella scuola italiana (tranne rare eccezioni).

I giovani, purtroppo, non sono difendibili su tutta la linea: in giro per le città, quando si vedono persone senza mascherina sono quasi sempre loro, i ragazzi. Anche nei parchi cittadini, le volte che possono starci, disconoscono la regola del distanziamento sociale. E si scambiano con nonchalance sigarette e bottigliette di birra, come se non sapessero in che modo si trasmette il Covid (ma che genitori hanno?). Invece il virus se lo beccano pure loro, malgrado abbiamo un’età che fa sentire invincibili. E lo trasmettono in casa.

Alla fine a venire fuori è uno sfascio totale: da un anno, gli edifici delle Superiori sono vuoti. E a nessuno sembra interessare la vera ripresa dell’attività didattica in presenza. È tutto un galleggiare di buoni propositi. Di informazioni nascoste. Se fossimo una regione civile, l’assessore alla Sanità e il governatore avrebbero tirato le orecchie al commissario dell’Ats, Massimo Temussi, visto che l’Azienda per tutela della Salute (in liquidazione) non trasmette a Roma i dati sul tracciamento dei contagi. Che poi: come si può pensare di riaprire le Superiori, se la Sardegna rischia di finire nel girone delle massime restrizioni perché nemmeno sulla ricognizione dei contagi si riesce a strappare la sufficienza?

Di operativo, ahinoi, non c’è nulla. Tutto si muove stancamente. Come il futuro di quest’Isola, in mano a una classe dirigente in balia degli eventi (di se stessa, grazie al voto dei sardi però). Ci fosse la figura della badante politica, dovrebbe venire in Sardegna.

Al momento la data più probabile perché la luce nelle aule delle Superiori venga riaccesa è il primo febbraio. L’ultima parola spetta a Solinas, con un’ordinanza ad hoc. Si attende la pubblicazione. E un cuor da leoni.

Alessandra Carta

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