Sarroch nel 2020, ma il poster del convegno dimentica la Saras

In un’atmosfera da evento economico-finanziario quasi mondano – uomini in abito scuro e qualche signora elegante – con una brezza provvidenziale che alleviava il caldo della prima giornata estiva e spingeva altrove l’odore della Saras, si è svolto ieri pomeriggio a Sarroch, nel giardino della Villa Siotto, il convegno di presentazione dei risultati di una ricerca sulle prospettive di sviluppo del territorio in un orizzonte di medio termine, cioè da qui al 2020.

Come in tutti gli eventi economico-finanziari che si rispettino, le donne erano praticamente assenti, non sono mai state citate – perché si sa, le prospettive di sviluppo prescindono dalle donne – e nei tre panel di relatori che si sono succeduti (in totale una ventina) non c’era neppure una relatrice. Non sono dettagli, sono parte del senso che si è voluto dare all’iniziativa.

L’idea che una comunità come quella di Sarroch si interroghi sul proprio futuro è molto sensata. Un territorio in cui da cinquant’anni sono insediate una raffineria e altre industrie di trasformazione di prodotti petroliferi non è un territorio come un altro. Ma l’istinto mistificatore del potere politico ed economico si è manifestato in diverse forme, a cominciare dall’immagine scelta per promuovere l’iniziativa: il mare azzurro oltre la Torre del Diavolo (senza petroliere all’orizzonte). Nessuna delle immagini utilizzate per introdurre l’evento ritrae gli impianti industriali, le ciminiere, le cisterne. Occultare la presenza di questi impianti è una mistificazione grossolana e un modo per negare la specificità del territorio e indebolire quindi la valenza dell’impegno a riprogettarne il futuro.

La ricerca è stata condotta dalla società S3 Studium di Roma, presieduta da Domenico De Masi, e diretta da Stefano Palumbo. In estrema sintesi, i risultati della ricerca indicano per il futuro di Sarroch la persistenza di una dipendenza economica e occupazionale dall’industria petrolchimica, ma anche una serie di opportunità interessanti per ridurre tale dipendenza e superare la monocultura produttiva dell’area, avviando iniziative e investimenti in alcuni settori che possono coesistere con l’industria anche se non sono in grado di sostituirla. Basti pensare che il distretto turistico della zona (fino a Domus de Maria) occupa al massimo 700 addetti stagionali, mentre la sola Saras dà lavoro a 3.000 persone per tutto l’anno (dati citati da Giancarlo Deidda, presidente della Camera di Commercio di Cagliari).

Alcuni interventi sono stati molto interessanti, da diversi punti di vista. Per esempio, il presidente di Confindustria Cagliari, Maurizio De Pascale, ha elogiato Sarroch per il grande coraggio con cui ha saputo integrare l’industria con il territorio e per la capacità di convivere “egregiamente” da cinquant’anni con la petrolchimica. A pochi giorni dall’ennesima fuoriuscita anomala di fumi neri dalle ciminiere della Saras (un fenomeno che ormai si ripete con regolarità), l’affermazione appare quasi irridente.

De Pascale ha commentato l’intervento pubblico in economia criticando il commissariamento dell’Ilva e chiedendosi perché lo Stato si sostituisce all’imprenditore quando questo fa benissimo il suo lavoro: all’Ilva funzionava tutto perfettamente. Deve essergli sfuggito qualche dettaglio sulle vicende di Taranto e della famiglia Riva in questi ultimi anni. Non ha perso l’occasione per offrire anche un appoggio alla Saras e al contestatissimo progetto Eleonora, invocando addirittura il Padreterno (sic): se vuole aiutarci può farci trovare il metano (suppongo al largo di Arborea).

L’assessore regionale del lavoro, Mariano Contu, ha fatto un intervento non proprio chiarissimo in cui ha spaziato dalle strutture ricettive alle banane, perché come ha tenuto a ricordare è stato anche assessore all’Agricoltura. Però una cosa chiara l’ha detta, anche se non sorprendente: ogni tavolo dell’amministrazione regionale è un posto di potere e non un posto in cui si danno risposte (sic). L’altro assessore regionale presente, quello all’Industria (Antonello Liori), ha accennato al turismo, l’immigrazione, la cultura, l’istruzione, l’agricoltura, i trasporti: tutto, tranne che l’industria. E’ stato l’assessore provinciale Giampietro Comandini a lamentare la mancanza di una politica industriale, in Italia e in Sardegna, che ha lasciato priva di alternative produttive la dismissione della chimica.

Secondo Comandini bisogna fare scelte coraggiose, produttive e non ideologiche. Non si può dire no a priori, ma si è ben capito che non è opportuno dirlo neanche a posteriori; diciamo che il sì assomiglia all’unica risposta plausibile e ideologicamente libera (ideology free). Anche Comandini si riferiva probabilmente al progetto Eleonora, evocato più volte nel corso della serata. Sergio Gigli, segretario generale Femca Cisl, ha lanciato al riguardo un’accusa non proprio sibillina: “in Sardegna non c’è il metano perché qualcuno non lo vuole”. Forse più di uno e forse anche questo ha un senso.

Un intervento serio e utile è stato quello di Francesco Pigliaru, che ha ricordato in primo luogo la risorsa cruciale per lo sviluppo: le competenze e le capacità delle persone. Ha difeso il Master & Back, attaccato in modo grossolano dall’assessore Contu: l’obiettivo iniziale era quello di rafforzare l’offerta di lavoro per poi produrre un innalzamento qualitativo della domanda. Pigliaru ha indicato due strade imprescindibili per le politiche pubbliche, al di là del contesto specifico: disincentivare l’individualismo delle imprese e incentivare consorzi e collaborazioni tra le imprese.

La necessità di “fare rete” è stata richiamata più volte nel corso della serata, come del resto avviene da anni, forse con qualche risultato. Rispetto al territorio specifico di Sarroch, il passaggio essenziale secondo Pigliaru è aprire un confronto con l’industria locale (Saras in primis) per capire che cosa intende fare, quale visione del futuro può condividere con il territorio: un richiamo – così si può leggere – alla grande responsabilità che deve avere una grande impresa.

A questa sollecitazione ha risposto il direttore generale della Saras, Dario Scaffardi, lamentando una crisi pesantissima, aggravata dai vincoli di una economia fortemente regolata (Italia, Europa) che compete con economie di libero mercato (senza significativi vincoli ambientali, per esempio). La Saras crea più lavoro per le imprese esterne (indotto) che al proprio interno, ma le imprese esterne devono imparare a procurarsi il lavoro anche altrove, su altri mercati, mentre alla politica si chiede di cambiare marcia (come sempre) e di fare scelte chiare e tempestive. Tuttavia l’esempio del Galsi, il progetto del gasdotto dall’Algeria, che Scaffardi utilizza nel ragionamento, sembra contraddittorio: si è perso troppo tempo e ancora non è stato realizzato – ha osservato Scaffardi – ma nel frattempo il consumo di gas è diminuito (e se fosse stato realizzato?).

L’intervento di De Masi, sociologo del lavoro e docente all’università La Sapienza di Roma, è stato dirompente: con un grafico sull’andamento del PIL dell’Italia dagli anni ’50 ad oggi ha mostrato che stiamo decrescendo da sessant’anni e ciò indica che non ci sarà più nessuna crescita. Neanche il lavoro crescerà, perché le nuove tecnologie riducono l’occupazione e aumentano la produzione: si può solo redistribuirlo. Il futuro bisogna progettarlo in modo credibile, senza fingimenti, ha spiegato De Masi. Questo, per la classe politica, è il messaggio più incomprensibile.

Lilli Pruna

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