L’impresa di Pigliaru, i nodi da sciogliere per la Murgia. La fine di Cappellacci

La Sardegna ha chiuso con la catastrofica esperienza del governo di Ugo Cappellacci. Vale la pena di festeggiare. Con moderazione, senza consumare troppe energie. C’è da fare un immenso lavoro di ricostruzione. C’è da ripulire gli uffici della Regione. Aprendo le finestre per fare entrare nuova, e gli armadi per liberarli dai molti scheletri che si sono accumulati in questi anni.

Il risultato di oggi, considerando gli accadimenti dell’ultimo periodo, non era affatto scontato. Il centrosinistra poco più di un mese fa – nei giorni convulsi dell’avvicendamento tra la Barracciu e Pigliaru – aveva temuto seriamente di non farcela. E il centrodestra aveva ripreso fiato, tanto che alla fine si è persino rifatto vivo Silvio Berlusconi.

Su Francesco Pigliaru da oggi grava il peso di una Regione agonizzante sul piano economico e prostrata sul piano morale. Se, come pare probabile, alla fine dello spoglio sarà ancora al di sopra del 40 per cento potrà avvalersi di 36 consiglieri su 60. Una maggioranza ampia che gli consentirà di governare veramente. Dando vita – come ha promesso – a un esecutivo composto da figure di qualità indiscussa, scelte in base a criteri di competenza e di merito. Senza tenere in alcun conto le personali aspettative di carriera di questo o quello. “E’ una necessità obiettiva”, ci ha detto alcuni giorni fa.

Lo è, a maggior ragione, alla luce del dato più significativo di queste elezioni. Il dato che suggerisce di festeggiare con discrezione. Metà dell’elettorato non si è presentato alle urne e il nuovo governatore ha il sostegno di poco più di due sardi su dieci. Dei quasi otto restanti, tre hanno scelto il centrodestra o Michela Murgia o Mauro Pili. Gli altri cinque sono rimasti a casa.

La vittoria di Pigliaru è stata resa possibile dal fortunato incontro tra una figura indiscussa sul piano professionale ed etico e la difficoltà degli apparati dei partiti della coalizione, in particolare del Pd, a uscire da una situazione complicata. Come è già accaduto altre volte in campo nazionale, la scelta del “papa straniero” è avvenuta quando i dissidi non erano ricomponibili dall’interno. E, almeno nella fase iniziale, Pigliaru non è stato nemmeno adeguatamente sostenuto, per esempio liberando le liste dagli indagati.

Ha vinto perché è riuscito in tempi molto veloci e farsi conoscere e apprezzare. Ma anche perché il crollo del numero dei votanti ha premiato la coalizione più ampia e strutturata, quella appunto del centrosinistra. Ed è alto il rischio che l’euforia per il successo e lo scampato pericolo induca gli apparati a tornare ai vecchi metodi. Pigliaru ha assicurato che non sarà così. Da domani avrà molte occasioni per dimostrarlo. Il successo della sua impresa è legato non solo alla capacità tecnica di affrontare i nodi economici, ma anche a quella di accompagnare e assecondare l’avvio di un nuovo modo di fare politica. Questione che gli è ben presente essendo stato renziano quando non andava di moda.

L’altro aspetto rilevante di questa elezione è il risultato di “Sardegna Possibile”. I numeri dicono che la coalizione di Michela Murgia è una presenza vera e diffusa. Il risultato appare deludente soprattutto perché le aspettative erano esagerate e perché una legge elettorale ostile ha funzionato “bene”. In una situazione politica così confusa, con pochissimi mezzi e poca esperienza, raggiungere il 10 per cento dei consensi non è poco. E se fosse stato adottato qualche accorgimento tecnico (presentando, per esempio, una sola lista magari proprio col simbolo di “Sardegna Possibile”) il risultato si sarebbe tradotto in una preziosa  rappresentanza al consiglio regionale.

“Sardegna Possibile” ora deve decidere cosa fare. E deve deciderlo anche ProgReS la cui presenza ha marcato la coalizione in modo molto evidente, forse limitandone l’appeal verso i tanti che condividono il metodo partecipativo, la linea di intervento nei territori a tutela dell’ambiente, ma meno la prospettiva indipendentista. Lo spazio politico è molto ampio, e crescerà col governo di centrosinistra. Il risultato apre alla coalizione di Michela Murgia le grandi praterie dell’opposizione sociale, un fronte nel quale non ha concorrenti. Ma per coprirlo deve definire la sua collocazione, individuare i suoi interlocutori, chiarire se, per esempio, si considera parte delle forze della sinistra europea. Le elezioni per il Parlamento di Strasburgo possono essere una buona occasione per chiarire molte cose.

Cappellacci se ne va a casa lasciando un mucchio di macerie. In Sardegna e anche nel centrodestra. E’ stato duramente punito dal voto disgiunto e ha poco da consolarsi attribuendo all’ex compagno di partito Mauro Pili la responsabilità della sconfitta. La spaccatura del centrodestra è infatti l’effetto e non la causa del fallimento politico di un sistema clientelare che non è stato nemmeno capace di accontentare tutti i clientes.

G.M.B.

 

 

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