GIORGIO TODDE. I lecci del Marganai non seguono i tempi elettorali

Oggi la Sardegna è ricoperta per un terzo da boschi. Ottomila chilometri quadrati. Le Lannou scriveva che l’isola non ne è mai stata molto ricca. Altri dicono che un tempo i nostri boschi erano molto più estesi e incolpano la deforestazione ottocentesca. Una responsabilità dei signori del carbone ma anche dei garçon pipì locali. E con i mezzani se la prendeva in quegli anni il poeta Peppino Mereu: “Vile chie sas giannas at apertu a s’istranzu pro venner chin sa serra e fagher custu locu unu desertu”.

Per tanti, dolorosi motivi la sofferenza continua anche se il bosco riconquista spazi naturali, non per un progetto, però, ma per l’abbandono delle campagne e la diminuzione del pascolo brado. E ora sono in pericolo 500 ettari del Marganai, metafora del rapporto insostenibile tra noi e la natura che non aveva previsto il sindaco di Domusnovas. Sindaco e vice vogliono segare lecci per trasformarli in pellet e il vice racconta intrepido che il pellet rappresenta una boccata di ossigeno. Respirano e assicurano che il taglio lo farà a regola d’arte una cooperativa secondo la pratica della ceduazione che tanto buona non dev’essere se per secoli in Sardegna abbiamo perso boschi.

Anche il commissario dell’Ente foreste – ente in via di privatizzazione e più sofferente delle foreste – dice di fidarsi dei dottori agronomi regionali perché lui è uno zootecnico e di alberi non ne sa. Zitto l’assessore all’ambiente.

Però esiste un piano di gestione del Monte Linas Marganai che smentisce sindaco, vice sindaco, commissario e tecnici tagliatori. Dice il piano che nel Marganai “è rigorosamente vietata la conduzione a ceduo in qualsiasi forma”.  E non lo “assicura sulla parola”, lo dimostra. Dimostra che nel Marganai non è possibile il detto: “Tanti ne taglio, tanti ne vengono su”.

I lecci sono pigri e ricrescono lentamente, in più di un giro elettorale. Nel frattempo catturano meno anidride carbonica, le acque seguono altri corsi e i suoli mutano. Oltretutto i cervi, che non sanno di sindaco, pellet e cooperativa, si rimpinzano con i germogli che riscoppiano dalle ceppaie del leccio. E il tagliato sarà maggiore della ricrescita. Alla faccia della sostenibilità. Il suolo si impoverirà, foglie e terra non formeranno più l’essenza che lo rende vivo, la varietà delle specie microscopiche che lo popolano diminuirà, gli uccelli voleranno altrove, le acque dilaveranno la roccia, i suoli scivoleranno via e sarà un deserto di calcare per sempre. Dateci il tempo.

Noi viviamo in un’area in via di desertificazione però continuiamo a tagliare alberi e ripetiamo il solito ritornello del lavoro per la comunità. D’altronde anche i carbonai toscani parlavano di ricchezza per tutti mentre radevano al suolo foreste. Il legno è sempre stato un affare importante.

Però il piano di gestione c’è, zittisce i padroncini in casa loro e non lo si può ignorare.

La biodiversità non è roba da signorine e senza biodiversità non si campa ma noi ragioniamo misurando il tempo misero di una generazione o peggio di un’elezione. Noi pinocchietti sardi crediamo all’albero degli zecchini d’oro però nel nostro campo dei miracoli non cresce nulla perché trasformiamo i boschi in terra desolata. Illusi che tanto un rimedio si troverà.

Era il 1899: “Le foreste si frantumano sotto le asce, muoiono migliaia di alberi, si devastano i rifugi di belve e uccelli, i fiumi si insabbiano e si seccano, spariscono per sempre paesaggi meravigliosi”. Tutto già visto e scritto. E ci fermeremo solo quando boschi e campagne saranno un deserto e il paesaggio una compiuta rappresentazione di noi stessi. Unica specie che da sola si caccia via dalla propria terra. Punizione cercata con ostinazione, ambita e meritata.

Giorgio Todde

 

 

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