Cagliari è malata di “servitù turistica”: chi arriva è più importante di chi ci vive

“Cagliari, che vuole diventare città modernissima, ha distrutto e distrugge l’antico ed è al presente qualcosa di ibrido, di scomposto…”.
Raffa Garzia (1917)

A Cagliari abbiamo annientato le cose più belle. Senza nessuna cognizione del valore che distruggevamo. Accade spesso con le cose e le persone amate.                                                                                                                                                                                           E ora alla città mancano tanti “pezzi”, ma rimane la meraviglia del sito naturale, anche se alterato da azioni sciagurate.
Credevamo, sino a pochi decenni fa, di essere invisibili. Sbagliavamo. E qualcuno sentiva la città – l’intera isola, si può dire – come inadeguata al mondo che c’appariva al cinema, in tivvù o passando il mare.
Poi ci siamo accorti che qualcuno ci guardava. Allora agitazione, apprensione, panico.
Beh, quest’ansia ha causato molti guai.
Ci siamo concessi l’attestato di vivere in relazione con il mondo solo quando la nostra esistenza è stata riconosciuta da altri. Siamo arrivati ad essere ossessionati dalla visibilità. Ma ne è derivata una preoccupazione da inadeguatezza che si è manifestata in tanti modi.
E questa angoscia, tra altre conseguenze, ci ha condotto in pochi anni alla malattia da servitù turistica per la quale la città non è importante per chi la abita ma assume un valore solo se c’arriva qualcuno. Anche se sbarca involontariamente, come capita ai croceristi dirottati qui perché l’Africa fa paura.
Nei nostri giornali e nella solitudine dei cosiddetti social il rovinoso turismo croceristico di mezza giornata – descritto come dannoso in molta letteratura – viene raccontato con toni epici. Ci hanno visto, ci hanno visto! Arrivano! Gridano giornali ed eremiti della tastiera. Panico. Attraccano, attraccano!
Ed esiste perfino qualcuno che, per la cosiddetta visibilità, moltiplicherebbe i moli, farebbe saltare con la dinamite i fondali per accogliere altre navi e altri croceristi sgomenti che spesso chiedono in che città si trovano.

Tra le conseguenze di questo stato d’ansia c’è anche un indimenticabile consigliere comunale che ha perfino proposto di far trovare ai turisti un uomo e un asinello come infopoint. Altri non volevano gli asinelli e hanno proposto gruppi folk oppure mamuthones. Tale è la gratitudine nei confronti di chi ci guarda anche solo per qualche oretta.
Per questa nuova e antica malattia prevale un’idea meschina di città che deve essere in ordine e imbellettata perché arrivano gli ospiti “illustri”, mica perché la abitiamo noi. Contegno, decoro, non facciamoci riconoscere, una messa in scena di Miseria e nobiltà. E il decoro, si sa, è l’inizio di una china molto scivolosa.
Insomma, vince l’idea infantile e sottomessa che noi siamo qui per essere guardati da qualcuno.
Beh, ci deve essere accaduta qualcosa da bambini, magari la mamma non ci guardava e il desiderio di essere visti ci ha trasformato in narcisi al contrario, disposti a specchiarsi non in sé ma in altri. Si vede che la madre città, la madre isola ci trascuravano.
Ed esiste anche un sintomo opposto della stessa malattia. Qualcuno che va a vedere i poveri croceristi quando sbarcano e si sparpagliano nelle vie. Qualcuno che si emoziona, li fotografa perfino. Insomma, i turisti guardano la città e noi guardiamo i turisti, studiamo trepidanti le reazioni, aspettiamo pagelle.
Ma l’essere monocellulare che è il turista, quello immaginato nelle BIT – borsa italiana per il turismo – si comporta come i presentatori che ovunque vadano declamano “sono contento di essere in questa bellissima città”. Allora gli indigeni festanti applaudono.
Aspettavamo uno sguardo, un segno di considerazione. E ora che altri “certificano” la bellezza della città abbiamo preso pure una certa baldanza.
Così siamo passati dall’idea pericolosa di inadeguatezza all’idea, ancora più pericolosa, di essere unici, centrali, capitale del mare nel quale pensavamo di essere naufragati sino a qualche decina di anni fa.
Il passaggio da una considerazione di sé come carenti e arretrati a uno smisurato orgoglio è una condizione sociale bipolare pericolosa.
Però adesso cosa mostriamo se la bellezza l’abbiamo mezzo cancellata?

La spiaggia luminosa del Poetto trasformata in un campo grigio. Tuvixeddu invisibile, da un lato inaccessibile, dall’altro nascosta da una palazzata orrenda. L’anfiteatro romano danneggiato più in quattro legislature che in due millenni. Ci accingiamo a distruggere il bastione della Santa Croce scavandoci un parcheggio. Il centro storico governato dall’urbanistica dei bar e dalla filosofia della birretta. Il Bastione di Saint Remy trasformato in box doccia perché hanno sollevato il pavimento e montato un parapetto di vetro sennò i turisti precipitano mentre si fanno l’ultimo selfie.
Certo, paesaggi deformati e comportamenti scimmiottati intossicano sino alla cancellazione di ogni identità perché si finisce con l’assumere l’identità dell’altro – essere umano o paesaggio – elevato a modello.
Però lo spirito della città resiste all’orgoglio, figlio pericoloso del complesso di inadeguatezza. E trova i suoi rimedi. La nostalgia, sentimento nobile, la conservazione rispettosa dei luoghi e un loro uso coerente con il passato, custodiscono e rendono forte l’identità che sennò si discioglie in una dozzinale brodaglia. E quando attraccano basterà essere quello che siamo, evitando di trasformarci nei nativi davanti al capitano Cook.

Giorgio Todde

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