Banco di Sardegna. Intesa tra BPER e BlackRock. Ma perché la Fondazione è rimasta fuori?

Pubblichiamo un nuovo  intervento del “Gruppo Amsicora” – che mette assieme un pool di economisti e osservatori competenti di cui la direzione di questa testata garantisce l’affidabilità – sulle vicende del Banco di Sardegna. Come sempre, lo mettiamo a disposizione delle istituzioni e delle persone interpellate. Che, se vorranno rispondere, avranno tutto lo spazio necessario.

Quando ci è giunta la notizia di un incontro all’estero tra i rappresentanti dei Fondi della galassia BlackRock e il vertice della Banca popolare dell’Emilia Romagna (BPER) finalizzato a definire l’assetto futuro del gruppo bancario modenese, noi del “gruppo Amsicora” abbiamo, come si dice, drizzato le antenne. Non solo perché, come diremo meglio più avanti, in quell’incontro pare essere stata raggiunta un’intesa di grande rilievo per il futuro del Banco di Sardegna. Infatti, prima ancora del contenuto dell’intesa, ci ha sorpreso l’assenza, da quel tavolo così importante, dei rappresentanti della Fondazione di Sardegna. Che non solo detiene il 5 per cento delle azioni della BPER, e dunque aveva tutti i titoli per essere il terzo invitato, ma negli ultimi tempi, per quanto si sapeva, aveva avuto ottime relazioni con entrambe le parti.

Abbiamo chiesto informazioni ulteriori e ci è stato riferito che il rapporto si sarebbe incrinato. E che la causa dell’esclusione della Fondazione dal tavolo andrebbe ricercata proprio in queste ottime relazioni bilaterali. In sostanza, i Fondi e la BPER avrebbero a un certo punto avuto l’impressione reciproca di avere un partner che giocava su due tavoli. E così hanno deciso di unirli, i tavoli. Escludendolo.

Siccome le informazioni del mondo finanziario vanno prese con le pinze, abbiamo fatto l’unica operazione possibile in casi del genere: la cronologia degli eventi. Per comprendere se la notizia che ci è stata riferita abbia intanto un fondamento fattuale. Ecco, dunque, i fatti nudi e crudi.

La prima data da tener presente è quella dello scorso 6 aprile. Quel giorno l’assemblea dei soci di Sardaleasing elegge il nuovo presidente e il consiglio di amministrazione. La società, come è noto, non è da tempo sarda, nonostante il nome, ma è controllata al 70 per cento dalla BPER. Però viene eletto un sardo. Si tratta di un esponente politico del Partito democratico molto noto nell’Isola: Giacomo Spissu, 67 anni, già sindaco di Sassari e presidente del consiglio regionale, portavoce della componente interna al Pd che fa capo all’ex sottosegretario Paolo Fadda e al presidente della Fondazione del Banco di Sardegna, Antonello Cabras.

Passano due giorni e –  come noi di “Amsicora” abbiamo già avuto modo di riferire – l’8 aprile si riunisce l’assemblea della BPER e, a sorpresa – in precedenza aveva infatti espresso posizioni negative – la Fondazione sarda, col suo 5 per cento, vota assieme ai soci storici della banca modenese e all’UNIPOL a favore della conferma del management guidato da Alessandro Vandelli. Un cambio di rotta notato da tutti, così come poco più di un mese prima era stato notata dai principali media specializzati – e riportata da noi – la rottura tra Fondazione e BPER.

La Fondazione in particolare – secondo le notizie che apparvero allora e che mai sono state smentite – si sarebbe detta non interessata a nominare suoi rappresentanti nel consiglio d’amministrazione della BPER (che doveva essere presentato nell’assemblea allora in via di preparazione) e avrebbe dato il suo diniego all’intesa per la nomina del direttore generale del Banco di Sardegna. Un atteggiamento che alimentò l’ipotesi di qualche altra intesa: tra la Fondazione e l’altro grande azionista della BPER, i Fondi d’investimento riconducibili nell’orbita dell’americana BlackRock, che è la più grande società di investimento nel mondo.

Fatto sta che nell’assemblea delll’8 aprile – due giorni dopo la nomina di Spissu – la posizione della Fondazione cambia radicalmente, col voto favorevole a Vandelli e al suo management. Ed è a questo punto che matura l’idea – da parte dei vertici della BPER e di quelli dei Fondi – di vedersi da soli. Secondo le informazioni che ci sono giunte, questa idea che nasce dal fatto che la sequenza che abbiamo descritto – e che è stata notata nel mondo finanziario oltre che in quello politico – ha suscitato una certa irritazione negli uni e negli altri. Le politiche dei “due forni” – che pure hanno avuto tanto peso nella storia della Prima Repubblica – pare non piacciano alla finanza.

Ma cosa hanno deciso, in assenza dell’azionista sardo, i Fondi e la BPER? L’intesa, per quanto si è potuto apprendere, avrebbe i suoi punti forti nella difesa e nel potenziamento della presenza territoriale nel Centro-Nord del Paese, nella fiducia al suo attuale management e nella “revisione operativa” delle sue attuali partecipazioni nel Meridione e nelle Isole. In questo progetto – che si proietta fino al 2018 e riguarda l’assetto finale della banca modenese – un cambiamento importante riguarderebbe proprio il Banco di Sardegna, la cui maggioranza azionaria verrebbe acquisita dai Fondi.

Con questo passaggio il capitale del Banco (che verrebbe quotato in Borsa) risulterebbe in mano ai Fondi per il 40 per cento, alla BPER per circa il 20 per cento, al mercato borsistico per il 25 per cento, mentre alla Fondazione rimarrebbe il restante 15 per cento (obbligata per legge a dar via più di un terzo della sua attuale partecipazione). Lo scopo sarebbe quello di ridare piena autonomia gestionale all’istituto sardo con un nuovo management ed una nuova mission operativa, volta a riconquistare le quote di mercato perdute nell’Isola in questi ultimi quindici anni oltre che a contrastare l’aggressività delle altre banche nazionali.

Non vi è dubbio che questo nuovo scenario – sempre che le nostre informazioni siano esatte – vedrebbe la Fondazione messa all’angolo. Ma, paradossalmente, restituirebbe al Banco di Sardegna in tutto o in parte il ruolo di “banca sarda”, “banca del territorio”. Non per ragioni filantropiche, ma perché i Fondi americani (il cui unico scopo è quello di amministrare al meglio il denaro dei risparmiatori) hanno analizzato la situazione e sono arrivati alla conclusione che l’investimento per rilevare il 40 per cento del capitale del Banco di Sardegna porterebbe nell’arco di tre-quattro anni a una plusvalenza del 25-30 per cento perché, con l’autonomia gestionale, il Banco riguadagnerebbe sul mercato quanto perso in questi ultimi anni per i vincoli ed i condizionamenti operativi impostigli dai modenesi.

I Fondi d’investimento “fanno soldi”. Non hanno vincoli etici. Ma a volte, attraverso complessi percorsi, possono portare anche a risultati vantaggiosi per la collettività, come parrebbe in questo caso. Staremo a vedere.

Diverso è il discorso per le Fondazioni la cui attività è regolamentata da un codice, la “Carta delle fondazioni”. Che, tra l’altro, afferma l’esigenza – se non proprio l’obbligatorietà – di sancire una divisione con la politica. Infatti recita: “Al fine di salvaguardare la propria indipendenza ed evitare conflitti di interesse, la partecipazione agli organi delle Fondazioni è incompatibile con qualsiasi incarico o candidatura politica (elettiva o amministrativa). Le Fondazioni individuano le modalità ritenute più idonee per evitare l’insorgere di situazioni di conflitto di interessi, anche ulteriori rispetto alle predette fattispecie. Le Fondazioni individuano inoltre opportune misure atte a determinare una discontinuità temporale tra incarico politico svolto e nomina all’interno di uno dei loro organi. La disciplina di eventuali ipotesi di discontinuità tra cessazione dalla Fondazione e assunzione successiva di incarichi politici (elettivi o amministrativi) è rimessa alla sottoscrizione di “impegni morali” o alla stesura di un “codice etico”.

Così la “Carta delle fondazioni”. A quanto pare, i vertici della BPER e quelli della BlackRock ne sono venuti a conoscenza.

Amsicora

 

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