Province sarde, spreco con spartizione bipartisan dei commissari

Quattro marzo 2021: il Consiglio regionale, con un voto trasversale fatto di campanilismo, riapprovava lo schema a otto degli enti intermedi, com’era sino al 2016. Ma in questi dieci mesi non è successo assolutamente nulla: la riforma del centrodestra, sostenuta anche da pezzi del Pd, non è mai entrata in vigore perché il Governo, lo scorso giugno, l’ha impugnata davanti alla Corte Costituzionale. L’Assemblea regionale avrebbe dovuta modificarla, invece tutto tace: il risultato è che sono ancora in sella i commissari scelti dal centrosinistra di Francesco Pigliaru, se si escludono poche eccezioni.

La riforma di marzo 2021 è frutto di una delle promesse fatte in campagna elettorale da Christian Solinas e alleati. Annunci di rivoluzione, sinora sempre tradotti in montagne che partoriscono topolini (basta vedere cosa è successo con la sanità, dove l’Ats considerata da Solinas la madre di tutti i mali è stata sostituita dall’Ares, con funzioni pressoché identiche).

Il 4 marzo scorso il Consiglio regionale cancellava la legge del centrosinistra, il quale a sua volta, con molte liti interne e un voto non unanime, a febbraio 2016 aveva deciso di stroncare le gambe a Sulcis, Medio Campidano, Ogliastra e Gallura, dirottando le prime due nel nuovo ente del Sud Sardegna, riportando Lanusei e Tortolì con Nuoro, mentre Olbia e Tempio vennero fatte tornare con Sassari. Si salvarono solo le province storiche di Sassari, Oristano e Nuoro, riconosciute costituzionalmente e quindi non modificabili non legge regionale.

Nel 2021, il centrodestra e pezzi dem hanno fatto rinascere Sulcis, Medio Campidano, Ogliastra e Gallura. In più hanno promosso Sassari a Città metropolitana per equipararla a Cagliari. Non sia mai che nel nord-ovest dell’Isola si sentissero inferiori, proprio loro che hanno espresso due presidenti della Repubblica (Antonio Segni e Francesco Cossiga) nonché l’indimenticabile leader del Pci, Enrico Berlinguer. Non è tutto: le due Città metropolitane sono diventate di fatto le ex province di Cagliari e Sassari. Un esercizio di perversione politica degno di una seduta dallo strizzacervelli.

Val la pena ricordare pure i toni trionfalistici, misti a pelosa solennità, coi quali Solinas parlava della legge del 4 marzo. “La riforma delle Autonomie locali – disse il governatore – è la risposta ai bisogni e alle aspirazioni dei diversi territori che potranno meglio sentirsi rappresentati e tornare a essere protagonisti nelle scelte con ricadute dirette sulle comunità di appartenenza”. E ancora: “Abbiamo davanti una riforma di grande valore che produrrà effetti positivi non solo per le grandi aree urbane, ma anche per i territori e i centri dell’interno, con una maggiore partecipazione e un vero decentramento di rappresentanza e servizi”.

Il commento di Solinas è datato 31 marzo 2021. Da allora l’unica cosa che è successa è l‘impugnazione della legge da parte del Governo. Il quale ha portato l’Isola davanti alla Corte Costituzionale per violazione dell’articolo 43 dello Statuto sardo. In buona sostanza, la modifica delle circoscrizioni e delle funzioni delle Province sarebbe dovuta avvenire “in conformità alla volontà delle popolazioni interessate” e da esprimere attraverso”referendum”, si legge nel ricorso dell’Esecutivo nazionale. Invece la chiamata popolare non è stata prevista.

Come ricordò a giugno il leader dell’opposizione, Massimo Zedda (uno dei pochi onorevoli che non partecipò allo scempio del 2016, visto che faceva il sindaco di Cagliari), la riforma delle Province targata centrodestra è stata la dodicesima legge voluta da Solinas e alleati e impugnata da Roma nel corso di questa XVI legislatura. Un numero da record, lievitato ancora in questi mesi. Il primato nella maggioranza spetta proprio all’assessore delle Province, il sardista Quirico Sanna, titolare di Enti locali e Urbanistica (leggi qui la pagella a Sanna).

Con le Province si spiega almeno in parte perché il Pd non faccia opposizione: a tre anni dall’inizio della legislatura i dem e gli ex Sel governano un pezzo di Sardegna grazie al lassismo del centrodestra. Il quale da un lato fa i maxi staff per distribuire più poltrone, ma per un altro verso lascia incarichi agli avversari politici per incapacità di approvare leggi che non vìolino una qualche norma.

Così succede che a Oristano il commissario della Provincia è sempre Massimo Torrente, di area Pd. Idem a Nuoro, dove in carica c’è ancora Costantino Tidu, con Antonio Basilio Mereu sub commissario per l’Ogliastra. Nel Sud Sardegna l’assetto non cambia: tutto è in mano a Mario Mossa, altra espressione del centrosinistra, con Ignazio Tolu, quota ex Sel, che si occupa di Medio Campidano (Tolu è fedelissimo dell’ex senatore Luciano Uras).

Solinas ha cambiato solo il commissario di Sassari, dove sono stati i Riformatori a indicare Pietrino Fois, in seguito alle dimissioni di Guido Sechi, manager voluto dal centrosinistra. Forza Italia, invece, ha scelto il sub commissario per la Gallura, Pietro Carzedda, attuale consigliere comunale nella maggioranza di Settimo Nizzi.

Con la legge del centrodestra impugnata da Roma, la spesa per le Province sarebbe cresciuta in Sardegna di 796mila euro nel 2021, mentre dal 2022 i maggiori costi avrebbero raggiunto quota 835mila euro. Di cui 250mila per pagare i nuovo amministratori, 225mila per i compensi dei revisori e 360mila da destinare ai segretari.

Alessandra Carta

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