Querele bavaglio, libertà di stampa e pluralismo: “Subito una legge regionale”

Buona la prima. Dopo il caso Sardinia Post’ per le false smentite arrivate alla nostra testata per il tramite di un legale, giornalisti e avvocati si sono seduti allo stesso tavolo per due ore di confronto, come voluto dal consigliere regionale ed ex sindaco Massimo Zedda insieme all’associazione Pasolini. A Cagliari la posizione della politica ha trovato d’accordo mondo giudiziario e quello universitario: “Per difendere la libertà di stampa e il pluralismo serve una legge regionale a sostegno dei giornali online”.

È stato l’avvocato Alessio Alìas a tracciare da subito la rotta verso “l’approvazione di un provvedimento legislativo che metta in sicurezza la totalità dell’informazione sarda”. Così in una serata dove l’Ordine dei giornalisti e l’Associazione della stampa sarda, rappresentati dai rispettivi presidenti Francesco Birocchi e Celestino Tabasso, hanno costruito la convergenza sulle buone pratiche da tenere a tutela di giornalisti e lettori, pratiche su cui la giudice del Tribunale di Cagliari, Cristina Ornano, e il costituzionalista Gianmario Demuro hanno cucito gli aspetti più finemente giurisprudenziali. Non a caso l’iniziativa, moderata dalla giornalista e scrittrice Maria Francesca Chiappe, aveva come titolo ‘Sana e robusta Costituzione‘, con l’articolo 21, sulla libertà di stampa e di espressione, e l’articolo 24, sul diritto alla difesa, a segnare il perimetro del confronto. Per l’avvocatura è intervenuto il presidente dell’0rdine di Cagliari, Matteo Pinna.

Il ‘caso Sardinia Post’ ha fatto riaccendere i fari sui limiti che l’articolo 21 può incontrare quando il meccanismo tra controllori e controllati, ovvero la funzione di giornalisti rispetto al potere, si inceppa a causa delle querele bavaglio. Il che vuol dire la minaccia di azioni giudiziarie per fermare notizie sgradite, come nel monito di Birocchi di fine aprile.

“Il diritto all’informazione – ha detto Maria Francesca Chiappe – è una garanzia che va riconosciuta a tutti i cittadini, non una prerogativa dei giornalisti. Quest’ultimi semmai sono il tramite, sebbene la disintermediazione dei social abbia negli ultimi anni profondamente modificato ia fruizione delle notizie. Ma ciò che non può accadere è il tentativo di bloccare o frenare il lavoro dei giornalisti, perché questo è l’effetto che sortisce anche la sola minaccia di una potenziale richiesta danni”. Troppe volte l’intimidazione viene persino accompagnata dalla sollecitazione a cancellare il pezzo, spazzando via “la presunzione di innocenza senza che un giudice abbia accertato la reale esistenza della diffamazione”, data invece per acquisita, ha precisato la Chiappe.

Francesco Birocchi ha ricordato che “la libertà di stampa non significa assenza di regole: quando si dà una notizia, la verità dei fatti è il primo paletto deontologico entro cui i giornalisti hanno l’obbligo di muoversi. E siccome non sono degli sprovveduti, conoscono bene anche i limiti imposti dal Codice penale rispetto a ingiuria, diffamazione e calunnia. Limiti che, se non rispettati, hanno giustamente conseguenze penali e professionali. Ma resta inaccettabile che si mettano in moto meccanismi per contrastare le notizie sgradite. Un problema che non riguarda solo la Sardegna e l’Italia: di recente, in una direttiva europea, Bruxelles ha invitato i Paesi membri a legiferare sulla materia”.

Matteo Pinna ha difeso la propria categoria sostenendo che pure l’Avvocatura, al pari dell’informazione, è presidio di verità e libertà contro il potere”. E l’uno e l’altra sono sfere di intangibilità” accomunate dal fatto che sia nella garanzia dell’articolo 21 che nella salvaguardia dell’articolo 24 conta moltissimo “la capacità di filtrare”, propria della professione giornalistica e di quella forense. L’avvocato ha poi citato il libro ‘L’epoca della suscettibilità’, “un segno dei nostri tempi” per spiegare, almeno in parte, l’eccessivo ricorso da parte della politica a sentirsi “ingiustamente chiamata in causa”.

Massimo Zedda ha premesso: “Un conto è il sacrosanto e legittimo diritto di querelare i giornalisti quando non fanno correttamente il proprio mestiere. Altra cosa è la minaccia sistematica di presentare querele, come accaduto a Sardinia Post“. L’onorevole ha poi aperto la finestra sul Palazzo, “dove abbiamo un serio problema: Solinas, contravvenendo alle basilari norme sulla comunicazione istituzionale, usa il sito della Regione come fosse il proprio profilo Facebook. Ogni notizia – ha proseguito Zedda – è accompagnata da una sua foto, quando invece, proprio per la natura pubblica dell’informazione, andrebbe rispettato il vincolo dell’imparzialità. Assistiamo a un’escalation di violazioni che durante la pandemia si era materializzata con le interviste a Solinas fatte direttamente dal suo addetto stampa, mentre a tutti gli altri giornalisti non era consentita alcuna domanda”.

Zedda ha quindi rilanciato “la necessità di una legge regionale sull’informazione web, pressoché esclusa dalle risorse sull’editoria e invece meritoria di un programma pluriennale di finanziamento che ne preservi la libertà e assicuri ai cittadini la garanzia del pluralismo. Serve una legge di sistema – ha proseguito Zedda -, svincolata dalla decisioni della politica sullo stanziamento dei fondi. Sarà ovviamente compito del legislatore individuare le regole per evitare la proliferazione di finte testate, magari legate ai partiti e messe in piedi solo con l’obiettivo di incassare denari pubblici. La storicità sarà uno dei requisiti da richiedere”.

Celestino Tabasso ha paragonato il giornalismo “a un gigante morente” e ha ricordato “il precedente Soru che qualche anno fa aveva chiesto alle testate online della Sardegna di cancellare i pezzi sulle proprie vicende giudiziarie. Solo un giornalista – ha detto il presidente dell’Assostampa riferendosi a Vito Biolchini (poi citato espressamente) – si era ricordato che anche la nostra categoria ha un sindacato e a noi si rivolse. In nome della civiltà dialogante, lavorammo per costruire tra Soru e Biolchini un confronto sereno che prese forma al Festival di giornalismo dello scorso anno. Ma, sfortunatamente, non in tutte le circostanze emerge questa capacità di leggere le situazioni con gli elementi propri della cultura costituzionale. Quando questo non succede e a emergere è solo l’insofferenza verso il giornalismo, ecco che vengono messe in pratica quelle che io chiamo Bombe H: lettere in cui si prospettano richieste di danni patrimoniali verso tutto ciò che viene pubblicato ma non è gradito”.

Gianmario Demuro ha cominciato il proprio intervento con una sintesi: “Senza libertà di pensiero – ha detto – non esiste democrazia“. Lo sguardo del costituzionalista, professore ordinario all’Università di Cagliari, si è poi allungato sulle specificità dell’articolo 21, “scritto in un mondo analogico”, quando l’informazione online non era nemmeno immaginabile. “Serve dunque un legislatore coraggioso perché la cultura costituzionale dell’articolo 21 venga riportata anche sulla stampa web, anche su scala regionale, attivando quei processi a tutela del pluralismo”.

La giudice Cristina Ornano chiamata a riferire sui numeri delle querele presentate verso i giornalisti e che poi si rivelano davvero ‘misure bavaglio’. La Ornano ha fornito un dato nazionale sottolineando che “nel 70 per cento dei casi” si arriva all’archiviazione, segno di quell’attenzione che “il sistema giudiziario presta alla difesa dell’articolo 21”.

La giudice di Cagliari ha cominciato il proprio ragionamento confermando in premessa “l’esistenza di una tensione continua e per certi versi insuperabile tra diritto di critica e di cronaca e diritto alla dignità“. Quindi ricordando “l’impostazione personalistica della Costituzione italiana” e riferendosi non solo all’articolo 2 ma anche al 3, “ha rimarcato quanto sia legittimità la difesa della propria dignità”, anche sporgendo querele. Ma “la forte limitazione nel ruolo della stampa è un problema che va affrontato“. La giudice di Cagliari ha rilanciato il termine inglese slapp, che indica appunto i ceffoni giudiziari serviti ai giornalisti con lo scopo di intimidirli. Una situazione, questa, che diventa ancora più preoccupante quando alla base “dell’effetto inibitorio c’è pure una disparità economica tra giornalista e chi querela”.

Sul piano strettamente operativo, con l’obiettivo di contenere il fenomeno delle querele bavaglio, la Ornano ha sconsigliato di “depenalizzare il reato della diffamazione a mezzo stampa: per l’eterogenesi dei fini – ha proseguito – si rischiano effetti ben peggiori rispetto a quello che si vuole ottenere”. La giudice ha invece suggerito di “intervenire sul finanziamento alla stampa” chiamando “la politica ad una assunzione di responsabilità”. Per dirimere i conflitti prima di finire in un’aula di tribunale, ha suggerito di attivare, tra giornalisti e avvocati, “un’attività di mediazione”.

In chiusura, è stato sempre Zedda a puntare i fari sulla Regione e sui meccanismi che le querele bavaglio anche nei confronti degli inserzionisti, con danni enormi per il sistema dell’informazione. “Quando una classe dirigente individua la stampa ‘cattiva’, gli imprenditori che magari hanno interesse a lavorare con la Regione difficilmente penseranno di acquistare spazi pubblicitari nelle testate non filogovernative”, a loro volta per evitare ritorsioni da parte di chi governa.

Insomma, un ventaglio di effetti strettamente connessi e tutti negativi per l’informazione stanno alla base di una cattiva gestione del potere. Un tema, questo, su cui l’Assostampa si è espressa nei giorni scorsi, proprio quando la nostra testata ha licenziato quattro colleghi, a cui Alessio Alìas ha espresso “massima solidarietà”. Il sindacato dei giornalisti ha parlato di “Regione che desertifica l’informazione” in assenza di misure legislative “a sostegno del pluralismo”.

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