Inferno E.on, pecore nere e fanghi rossi: ecco i processi a rischio con le nuove norme

Con l’approvazione delle norme contenute nel ddl sugli ecoreati il disastro e l’inquinamento ambientale saranno reati solo se commessi abusivamente. In assenza, cioè, di autorizzazioni rilasciate da Stato o Regione. In pratica l’avverbio “abusivamente” inserito nel testo di legge funzionerà come una garanzia contro incidenti e superamenti dei limiti – soglia stabiliti per gli inquinanti. Inoltre, gli effetti delle nuove disposizioni andranno a sommarsi a quelli innescati da un precedente decreto legislativo con cui il governo ha depenalizzato gran parte dei reati contro l’ambiente. Di più, per effetto del criterio dell’abusività e delle circostanze della tenuità dell’offesa e della non abitualità del comportamento previste dal novellato articolo 131 del codice, il rischio è che anche in Sardegna naufrighino inchieste e processi che hanno portato alla luce un mondo di veleni nascosti. Ecco una breve panoramica.

Fiume Santo – Porto Torres

È di pochi giorni fa la notizia degli arresti per disastro ambientale del direttore degli impianti E.on Marco Bertolino, del suo vice Livio Russo, già tornati in libertà dopo essere finiti ai domiciliari, Salvatore Signoriello, amministratore delegato E.on produzione, Paolo Venerucci, direttore generale risorse umane e sviluppo territoriale.

Un fiume sotterraneo di oli inquinanti profondo un metro e mezzo nasce dai serbatoi dei gruppi 1 e 2 della centrale E.on corrosi dall’orimulsion, un derivato bituminoso del petrolio ricco di vanadio, zolfo e nichel che lì non doveva essere stoccato. Ma tra gli inquinanti rinvenuti nell’impianto di Fiume Santo, c’è anche un manto di ceneri spesso tre metri, le polveri di carbone disseminate in anni di combustione e quelle provenienti dall’area del carbonile. Questo l’inferno messo in evidenza dall’inchiesta della Procura di Sassari. Ciononostante l’E.on è in possesso di deroghe ministeriali che hanno consentito l’utilizzo dei gruppi 1 e 2 della centrale, quelli ritenuti più inquinanti. In altri termini, il nuovo testo di legge potrebbe fornire un salvagente ai dirigenti del colosso tedesco qualora venisse istruito il processo.

Procede e sembra destinato ad andare avanti il processo sulla marea nera che nel 2011 inquinò il golfo dell’Asinara. I reati contestati ai dirigenti della centrale di Fiumesanto (si tratta sempre di Luca Signoriello, Marco Bertolino, cui in questo caso si aggiunge Francesco Capriotti, manager di Enelpower dal 2002 al settembre 2004) sono quelli inerenti al “crollo colposo aggravato dalla previsione dell’evento (riguardante la rottura dell’oleodotto, da cui derivò lo sversamento in mare, ndr) e deturpamento delle bellezze naturali. Pare però difficile che in questo caso il danno arrecato all’ecosistema possa essere considerato di lieve entità. Se è vero che l’inquinamento prodotto dalla rottura dell’oleodotto non può considerarsi abusivo, occorre comunque precisare che il processo è già stato istruito.

Bisognerà invece aspettare le decisioni del gup sulla richiesta di rinvio a giudizio per otto dirigenti Eni accusati disastro ambientale colposo e deturpamento di bellezze naturali presentata dal pm Paolo Piras nell’ambito dell’inchiesta sulla darsena dei veleni di Porto Torres. Se, infatti, si andrà a dibattimento con l’ipotesi di reato di disastro ambientale, anche questo procedimento potrebbe risentire delle nuove norme. Secondo l’accusa, gli interventi di risanamento ambientale messi in atto dalla Syndial non avrebbero funzionato. Poiché, dunque, dalla barriera idraulica costituita da pozzi di emungimento collegati a sistemi di trattamento delle acque e dispositivi per misurare il gradiente di diffusione dell’inquinamento, continuano a fuoriuscire inquinanti, il pm chiede che si vada a processo per disastro ambientale. Per avere un’idea dei livelli d’inquinamento della falda, basta riportare i dati notificati dalla stessa Syndial: “Arsenico 50 volte il limite, mercurio 10 volte il limite, benzene 139.000 volte il limite, etilbenzene 100 volte il limite, toluene 4.900 volte il limite, cloruro di vinile monomero 542.000 volte il limite, dicloroetano 28.000.000 di volte il limite”. La decisione del gip è attesa per il prossimo venti gennaio.

Ottana

Se gli verrà contestato il reato di inquinamento delle acque, Paolo Clivati potrebbe passarla liscia per la fuoriuscita di urea dagli stabilimenti della BioPower. tale da causare una diffusa moria di pesci nel fiume Tirso. Dalle ciminiere della centrale di Ottana Energia, di cui Clivati è proprietario, è invece fuoriuscito ad aprile dello scorso anno il carbone liquido che tra Noragugume e Ottana ha annerito centinaia di pecore. Per il caso delle pecore nere, l’accusa rivolta all’imprenditore milanese dal pm Andrea Vacca e messe nero su bianco nel decreto di citazione diretta a giudizio è di aver eseguito un medesimo disegno criminoso in concorso e cooperazione con Mario Tatti, vicedirettore della Centrale.

 Portovesme

Incerto anche l’esito delle indagini che sono valse a Vincenzo Rosino, amministratore delegato dell‘Eurallumina, e Nicola Candeloro, direttore dello stabilimento, l’accusa di crollo di costruzioni o altri disastri dolosi. L’inchiesta della procura cagliaritana prende le mosse nel marzo del 2009, in seguito alla rottura di una condotta che trasporta l’acqua di falda proveniente dalla Sala Pompe della vicina centrale Enel e da altri punti dell’agglomerato industriale fino allo stabilimento dell’Eurallumina. E da qui al bacino dei fanghi rossi, dopo essere stata impiegata nel ciclo di lavorazione dell’alluminio. Nell’acqua riversatasi sulla strada che attraversa il polo industriale di Portovesme, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico avevano rilevato la presenza di metalli pesanti non riconducibili esclusivamente ai fanghi rossi.
Sembra poi che le recenti norme volute dal governo possa interferire anche con il secondo troncone del processo sui rifiuti industriali provenienti dallo stabilimento della Portovesme s.r.l. In questo caso, per il pm Daniele Caria sono otto i responsabili dello smaltimento illegale di 15mila tonnellate di rifiuti con alte concentrazioni di arsenico, piombo, zinco, cadmio, rame, nichel, solfati e floruri.

Quirra

Chissà come andrà a finire a Lanusei, dove è alle battute iniziali il processo sui veleni del poligono di Quirra, sospeso di recente in attesa della pronuncia della Corte costituzionale sull’ammissione della Regione Sardegna come parte civile avente diritto di risarcimento per danno ambientale. In ogni caso, dalle iniziali ipotesi di reato di omicidio colposo plurimo prima e di disastro ambientale poi avanzate dal pm Domenico Fiordalisi si è infine arrivati a celebrare il processo che oggi vede otto ex comandanti della base accusati di omissione aggravata di cautele contro infortuni e disastri agli otto comandanti della base.

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