Le meditazioni sotto forma di pittura: l’astrazione nell’arte di Giovanni Carta

Francese di nascita, sardo di adozione, Giovanni Carta nasce ad Ota nel marzo 1938 e trascorre gli anni della formazione a Sassari, dove frequenta l’Istituto statale d’arte sotto la guida di Stanis Dessy e Filippo Figari. Dal 1964 prende parte a numerose collettive e personali nelle principali città italiane e, nel 1973, partecipa alla rassegna “75 anni di ricerca artistica in Sardegna” consacrando la sua appartenenza a quella generazione di artisti che hanno cooperato in modo attivo all’avvio di una stagione artistica contemporanea isolana. La più recente mostra personale “Arie” si è conclusa l’11 gennaio 2019 presso la Galleria Boanire di Alghero.

Il lavoro di Giovanni Carta si connota, sin dagli albori, per la volontà di semplificare i codici della rappresentazione pittorica: la sua ricerca si è servita di immagini che non appartengono alla nostra esperienza visiva, sostituendo alle forme del mondo reale concetti essenziali ma vivi. Linea, colore, luce e materia sono gli elementi che, una volta plasmati, raccontano luoghi, pensieri e stati d’animo.
Se nei lavori più giovanili, è il segno ad essere protagonista delle composizioni, via via l’opera di Carta ha saputo vivere di semplici accordi di campiture colorate, tralasciando riferimenti naturalistici e, di conseguenza, abbandonando la rappresentazione oggettuale sino a dissolversi. Da un lato, l’artista ha probabilmente assimilato e rielaborato le esperienze della pittura informale e gestuale e di Emilio Vedova, Alberto Burri e Giuseppe Capogrossi, dall’altro si è parallelamente indirizzato verso strutture minimaliste, non prive di vibrazioni sapientemente gestite dall’uso dei materiali. Le tele da lui utilizzate sono grezze, ruvide, connotate da una texture che vuole essere parte del risultato finale.

I pigmenti, preparati dall’artista, sono tempere all’uovo calibrate con dedizione in base all’intuizione di una trasparenza, di una velatura e del loro stratificarsi. Il colore provoca forti emozioni in quanto è rivelazione di un mondo interiore, “altro”, ricco di allusioni al mistero dell’esistenza. Quello che conta non è l’effetto sensoriale che esso produce, ma la sua risonanza spirituale. Vi sono opere in cui il colore si estende in modo uniforme, le divisioni sono nette, ed altre vibrate, che lasciano spazio alla matericità del pigmento e dei suoi strati creando una dimensione tattile, un dialogico contrappunto con i soggetti astratti e geometrici.

Mariolina Cosseddu, curatrice dell’esposizione “Arie”, ha manifestato la volontà di testimoniare l’ultimo momento di svolta nella poetica dell’artista. Le recenti tele luminose, datate 2019, il cui vuoto della superficie cattura il nostro sguardo, richiedono una prolungata attenzione, utile a calarsi in uno stato di sintonia contemplativa, spazio di quello stesso tempo, lento e indefinito, che ha richiesto questo lavoro.
La Cosseddu racconta che “per arrivare al punto di non ritorno, cioè la tela quasi monocroma, priva di appigli e orientamenti, Giovanni Carta ha lavorato a lungo, dipingendo su superfici dove, all’origine, domina il colore. Le campiture bianche, date per velature successive, su quegli strati cromatici densi e saturi di gialli, azzurri, rossi, hanno agito come una forma di cancellazione della vita precedente e hanno plasmato una nuova forma di esistenza, profonda e silenziosa. In questo spazio assoluto Giovanni Carta si è liberato del tempo, delle contingenze, dell’ingombro delle cose e della materia”.

L’astrazione a cui è giunto ha qualcosa in più di un semplice superamento della forma-colore: è un atto di intensa meditazione sul proprio operato, sulle ragioni dell’agire, sul confine tra realtà e illusione.
In un atto simbolico, forse catartico, queste tele indagano la terza dimensione, disgregando ogni tipo di costrizione rappresentativa, portando a compimento quel personale percorso di rarefazione.
Progressivamente, gli elementi si sono dissolti, riducendosi ad un’eterea consistenza puramente cromatica che induce un movimento nell’osservatore, il quale si ritrova, quasi inconsapevolmente, a seguire l’andamento dei gesti pittorici. Il lavoro di Carta veicola così emozioni e sentimenti non tanto attraverso le forme, quanto attraverso la materia stessa: tela, pigmento, linee. Il colore è sensibilità materializzata, stato della materia originale, mezzo della liberazione dell’uomo dai suoi legami con il materiale ed, infine, incontro con la luce. In una sorta di estrema semplificazione l’opera si presenta nuda e lineare, così vuota di senso da esserne, infine, colma.

“L’occhio aperto e l’orecchio vigile trasformeranno le più piccole scosse in grandi esperienze”. Vasilij Kandinskij

Gaia Dallera Ferrario
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