Contagi in ospedale: Sardegna al 50%. In Italia all’8%. E Nieddu si contraddice

Sono numeri che fanno impressione, quelli dei contagi negli ospedali sardi. Rispetto ai 206 infetti finora accertati in Sardegna, circa il 50 per cento rigurda medici, infermieri e operatori socio-sanitari. Un primato che rischia di diventare internazionale, se si guarda la casistica: in Italia lo stesso dato si attesta intorno all’8 per cento. Precisamente all’8,3, secondo la Fondazione Gimbe.

La percentuale isolana dei contagi è drammatica. E ha una sola causa: la mancata distribuzione dei dispositivi di protezione individuale. Dagli occhiali alle mascherine, come raccontato a Sardinia Post da Cesare Iesu, presidente di Aaroi Emac, l’associazione dei medici anestesisti e rianimatori. L’assesore regionale alla Sanità, Mario Nieddu, quota Lega, in un’intervista a Videolina ha detto che l’attrezzattura c’è ma è in giacenza, come se fosse una giustificazione plausibile il fatto che la Asl unica Ats e le Assl territoriali abbiano sottovalutato i rischi del contagi. Peraltro: in piena emergenza sanitaria, conosciuta da settimane, è inconcepibile che i dispositivi di protezione individuale siano nei magazzini. Un elemento che, se accertato, è grave quanto la mancata disponibilità.

Al caos tutto sardo si aggiunge anche un altro problema: solo questa mattina sul sito della Regione è stata resa pubblica una delibera del 17 marzo, la 13/24. Il documento allegato fissa le regole sull’utilizzo dei dispositivi anti-contagio (clicca qui per leggere la versione completa). Malgrado negli ospedali sardi la situazione sia di assoluta emergenza, risulta che la Regione non ha ancora preso provvedimenti nei confronti del personale sanitario asintomatico. A pagina 2, l’unica misura di savalgaurdia inserita è l’utilizzo di una semplice mascherina chirurgica. Che non è impermeabilizzata, quindi non rappresenta un freno alla diffusione del virus.

Non solo: l’altro giorno lo stesso Nieddu ha lanciato un appello ai sardi, invitando i cittadini a “non uscire di casa senza mascherina“. Ma poi sempre nell’allegato alla delibera c’è scritto che non è necessario l’uso di alcun dispositivo di protezione, nemmeno la mascherina chirurgica, nel caso in cui non si abbiano i classici sintomi del coronavirus. E questo vale, a leggere il documento, negli ambulatori, nelle sale d’attesa, nelle zone triage dei pronto soccorso e nelle stanze dei reparti, dove le visite non sono più nemmeno ammesse (leggi qui). Insomma, quello che emerge è una totale confusione nelle disposizioni. Una discrepanza assoluta tra dichiarazioni fatte ai giornalisti e gli atti amministrativi prodotti. (al. car.)

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