Franco Laner, alcune precisazioni sulla questione del ‘falso’ a Mont’e Prama

Franco Laner, architetto veneto, ci manda alcune precisazioni, che volentieri pubblichiamo, in merito all’intervista rilasciata a Sardinia Post a proposito dei Giganti di Mont’e Prama. E risponde anche al commento di Pinuccio Sciola.
Pinuccio Sciola: sintetizzo tre episodi paradigmatici per chiarire l’apprezzamento del suo commento all’intervista.
Il primo. Mi recai a Bonorva, in occasione della consegna alla Comunità del presepe di pietra scolpito dal Maestro, per assistere ad una sua conferenza. Ciò che condivisi e che discussi con lui fu la proiezione di una performance che mostrò. Scolpiti semi di pietra, li pose in un canestro e col gesto del seminatore, li sparse nei solchi di un campo arato. Così significando che l’arte nuragica non si riferisce al tempo lineare greco (Fidia e Prassitele in primis) che fissa un attimo dello scorrere del tempo, bensì contempla un evento, proprio del tempo circolare: tutto ritorna ab initio. Solo con questa chiave è possibile capire l’arte nuragica, in particolare l’architettura, che ha il suo apice nel Pozzo di Santa Cristina.
Il secondo. Quando il Maestro venne a Mestre dove fu allestita una mostra dei suoi lavori, gli chiesi se mi scolpiva un presepe minimale, che avrei voluto esibire ad ogni Natale. Non mi rispondeva e allora mostrando una composizione di alcuni prinzipales disposti in cerchio, insistetti: “Quanto costa uno?” Mi chiese di avvicinare l’orecchio al gruppetto ed ascoltare cosa si dicessero. Vista la mia perplessità esclamò: “Come puoi chiedermi il prezzo di uno di costoro? Come farebbero gli altri a discutere ancora?”
Il terzo. Venni chiamato dal direttore di una società di servizi all’Arsenale di Venezia per una consulenza su alcune capriate in restauro. Il direttore e suoi collaboratori mi accompagnarono e in una sala-corridoio passai la mano su alcune sculture sonore e dissi: “Sciola!” “Come, lei conosce Sciola?” Con finta noncuranza risposi: “Chi non conosce Sciola?” Mi ringraziò, confidandomi che era stato molto criticato per quell’acquisto. Devo indirettamente a Sciola l’incarico che ebbi! La risposta di Sciola alla mia illazione sui giganti di Monte Prama rafforza la mia stima per il Maestro, perché sdrammatizza la questione e la riporta nel solco del civile confronto: CHAPEAU!

Giovanni Lilliu: lo incontrai solo una volta, ad Isili. Ebbi però con lui un vivace scambio epistolare.
Non posso che riconoscere la sua produzione di studioso e riferimento culturale per la Sardegna, relativamente alla metà del secolo scorso. La disciplina archeologica -non ancora quella sarda- ha abbandonato da tempo gli assunti fuorvianti dell’impostazione taramel-liliana, come le teorie cantonali e militariste (nuraghe-fortezza madre di ogni sciocchezza), la visione di un’Isola senza navigatori, privi di scrittura e tante teorie corollario che queste impostazioni hanno gemmato e che continuano ad essere base di pedissequo e astorico insegnamento e pratica.
Eppure Lilliu, è stato l’unico fra gli archeologi sardi che aveva intuito e incitato alla ricerca archeoastronomica in Sardegna! Tale disciplina coglie ora il consenso internazionale con gli studi di Mauro Zedda, con quelli di A. Lebeuf su S. Cristina, per tacere della sensazionale scoperta dell’archeologo Augusto Mulas sulla dislocazione di sette nuraghi, S. Antine fulcro, come le Pleiadi: così in cielo, così in terra!

L’intervista: si legga, per favore, al di là del titolo scoop e la registrazione telefonica, ciò che sostiene la mia opinione, che palesai sempre nelle mie numerose visite a Li Punti durante i restauri.
In particolare telamoni e non statue giganti (l’altezza è necessaria per passare sotto l’architrave sostenuto), la fragilità alla trazione delle caviglie per essere statua a tutto tondo, la risibilità dei modelli di nuraghe quadrilobi, anziché modelli cosmologici, modelli di nuraghe monotorre confusi
con semplici capitelli e colonne e l’arbitrarietà dell’assemblamento dei reperti seguendo l’unica maquette del riferimento ai bronzetti, come l’imposizione di uno scudo in testa ai cosiddetti pugilatori.
Infine –ma non focale e sostanziale- il parere sulla discrasia di un paio di teste assolutamente decontestualizzate, conservativamente e morfemicamente, soprattutto a confronto di ciò che gli ultimi scavi stanno evidenziando.

Capisco che l’avara sintesi esposta non sia di facile comprensione e quindi condivisione. D’altra parte -ammetto la presunzione- miro ad interlocutori capaci di interrogarsi e informati sullo stato dell’arte degli argomenti in discussione. Ma, considerata la mia affezione a Seneca, epicureo e stoico, benvengano i detrattori, ancorché beceri e poveri di spirito.

Franco Laner

Venezia 22 giugno 2015

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