Click day e ‘Sardegna lavoro’ in crash: riflessioni di un lavoratore autonomo

Da Simone Scalas, un lavoratore autonomo sardo, riceviamo e volentieri pubblichiamo questa testimonianza sul click day. È una modalità di assegnazione delle risorse pubbliche, in cui conta solo la velocità. Ecco il racconto.

Sono tra quelle migliaia di persone che hanno partecipato ai click day per i bandi di aiuto ai lavoratori autonomi.
Posto che la formula del click day, mettendo gli uni contro gli altri per accaparrarsi dei soldi senza nessuna valutazione del merito e soprattutto dello stato di bisogno, risulta iniqua e violenta, ho partecipato come si partecipa a una lotteria, con l’animo leggero di chi tenta la sorte.
Leggerezza che è andata a male non appena mi son collegato alla piattaforma per l’inserimento della domanda.

Non c’è bisogno di ricordare il caos senza senso del sito che si inchiodava (d’altra parte, chi avrebbe mai pensato di fare una verifica tecnica sul sistema, prima di utilizzarlo per migliaia di accessi contemporanei?), del balletto delle nuove date per l’inserimento delle domande, col sito Ras che diceva una cosa e Sardegna Lavoro che ne diceva un’altra. Come se non avessimo altro da fare che stare connessi per sapere quando accedere nuovamente. Perdonateci, se nel frattempo proviamo a vivere.

Il famoso giorno del crash di Sardegna Lavoro, la cosa che più mi ha colpito è stata la reazione di molti colleghi e amici. Molti dei quali conosco bene e stimo profondamente, sia umanamente che professionalmente. Uno ha scritto “Sono avvilito”, quasi sentendosi colpevole per non essere riuscito a inviare la domanda in tempi rapidi. Un altro, che ha regalato alla Sardegna un progetto di un anno senza ricevere un soldo pubblico, mi ha detto che tornerà all’estero non appena la situazione Covid lo permetterà.

Passata la fase iniziale di fastidio, ho ritrovato una certa serenità e non ho più pensato al bando.
Sino a qualche giorno fa, quando un’amica mi ha fatto notare che nella risposta a una delle numerose Faq del Bando Resisto, si diceva che i documenti da allegare alla domanda telematica dovevano essere firmati digitalmente all’apertura della procedura e non precedentemente.

E vabbè, ho studiato anche diritto, però la colpa è mia perché proprio non mi ricordavo il comma 57 dell’articolo 2 della legge 1324 del 31 febbraio 1997, che dice che la firma digitale deve risultare successiva all’apertura della procedura telematica! E poi, come sarà potuto sfuggirmi un dettaglio così importante in un bando di sole 180 pagine, con dieci pdf di allegati di Faq e altri numerosi documenti allegati?

Io non mi avvilisco, non me ne vado, non mi abbatto. Però mi infastidisco.

Ci vorrebbe qualcuno in grado di far funzionare il sistema. Ma è impossibile con questo sistema.
Ecco il punto: un altro assessore/dirigente/funzionario/direttore sarebbero in grado di gestire la situazione?
No.
E non è un paradosso: se non cambia la modalità di selezione dei posti pubblici, la probabilità che tutto continui a funzionare male rimane alta. Lo spiegano molto bene Darren Acemoglu e James Robinson in “Perché le nazioni falliscono”.
Ora, senza scomodare la retorica del cittadino come “cliente” e del dipendente pubblico come “dipendente” (per l’appunto), viene da pensare: ma se le cose non funzionano (e il bando Resisto è solo un esempio) la causa non andrà trovata un pochino anche in chi certe cose le pensa e le gestisce? Del resto, se non si è in grado di trovare soluzioni, scrivendo ad esempio bandi semplici e chiari, si diventa parte del problema.

La colpa, cari assessore, funzionari & co, certamente non è vostra, come ben stabilisce il comma 57 dell’articolo 2 della legge 1324 del 24 Marzo 1997. Aspetterò che il sistema cambi, possibilmente con modi democratici.

Simone Scalas

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