In Sardegna è record di siti inquinati: sono 56mila gli ettari contaminati

Sono oltre 56mila gli ettari di territorio sardo contaminato secondo i dati diffusi dal ministero dell‘Ambiente. Un numero preoccupante che porta l’Isola a essere la seconda regione in Italia, dopo il Piemonte che ha un territorio complessivo di quasi 90mila ettari. L’inquinamento a terra si estende per 21.625 ettari mentre la contaminazione del mare risulta addirittura più ampia raggiungendo i 35.164 ettari. Queste zone rientrano tra i Sin, Siti contaminati di interesse nazionale che vengono individuati dal ministero dell’Ambiente e sui quali viene attivato un percorso per le bonifiche. I criteri per la loro classificazione sono la quantità e la pericolosità delle sostanze nocive e il loro impatto sull’ambiente in termini di rischio sanitario ed ecologico.

Le due aree individuate in Sardegna comprendono il territorio del Sulcis-Iglesiente e la zona di Guspini, a sud, e la zona industriale di Porto Torres a nord. L’area del sud Sardegna è la più vasta e occupa una superficie complessiva di 52.167 ettari all’interno della quale rientra anche una parte dell’area industriale di Cagliari e di Sarroch a causa della presenza della raffineria Saras. Decisamente più ridotta la porzione all’interno del perimetro del Sin di Porto Torres che ha una superficie totale di 4.622 ettari. Qualche anno fa, le tabelle del ministero dell’Ambiente individuavano tre siti in Sardegna perché tra quelli di interesse nazionale compariva anche La Maddalena che, nel 2012, però, è passata sotto il controllo della Regione. Inoltre, negli anni le altre due aree sono state ridotte perché alcune porzioni di territorio sono state scorporate visto che i dati raccolti non avevano indici di inquinamento ridotti.

Questo il quadro in Sardegna, ma a preoccupare sono soprattutto le bonifiche da effettuare che, per ora, rientrano in un percorso che sta andando a rilento, almeno secondo Stefano Deliperi, presidente del Grig (Gruppo di intervento giuridico onlus) che parla di “situazione misera sotto tutti i punti di vista”. Per la maggior parte dei Sin in Italia è stato fatto il piano di caratterizzazione, ossia l’analisi delle attività che permettono di ricostruire i fenomeni di contaminazione a carico dell’ambiente, per assumere decisioni realizzabili e sostenibili per la messa in sicurezza o la bonifica del sito. Si tratta dunque di un primo passaggio ma non di quello definitivo. Secondo quando riportato dal Grig (che cita il rapporto Ispra del 2018) nel Sin del Sulcis-Iglesiente e Guspinese, è stato fatto il piano di caratterizzazione sia a terra che a mare per il 48 per cento dell’estensione.

Molto più indietro il progetto di bonifica e messa in sicurezza che è stato approvato “solo per il 9 per cento per l’area di terra e al 10 per cento per quella a mare – spiega Deliperi – ma gli interventi sono stati effettuati soltanto all’8 per cento a terra e al 6 per cento a mare”. Pressappoco la stessa situazione anche nell’area industriale di Porto Torres per cui è stato fatto il piano di caratterizzazione per poco più del 70 per cento per terra e mare, il progetto di bonifica è stato approvato “solo per l’8 per cento a terra e al 72 per cento per il mare”. Percentuali molto basse, però, sugli interventi veri e proprio che raggiungono il 12 per cento a terra e il due per cento per la bonifica a mare”.

Per gli ambientalisti si tratta di una situazione critica in cui “sarebbe almeno necessario non aumentare i già pesanti carichi inquinanti nelle aree interessate – aggiunge Deliperi – anche se le intenzioni non sembrano queste”. Il riferimento è all’operazione in corso per l’industria dell’alluminio nella zona di Portoscuso, perché “pur di far ripartire a spese pubbliche il ciclo di produzione, si rischia il disastro ambientale e sanitario, nonostante le prospettive negative sul piano economico”.

Matteo Sau

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