Iosonouncane, sono i giorni dell'”Ira”. ‘Nel disco lo sguardo tragico dei sardi’

di Andrea Tramonte

Nella copertina si è messo a nudo, letteralmente. Ma c’è qualcosa che non torna e lascia spiazzati: l’immagine è sfocata, sgranata. Della sua figura intuiamo le forme ma non riusciamo a collocarla. Sembra emergere dal nero della cover, galleggia in una oscurità che è avvolgente. “Racconta la solitudine dell’uomo”, spiega Iosonouncane, al secolo Jacopo Incani, musicista di Buggerru. È una immagine scorbutica come il titolo dell’album: Ira (Trovarobato). E del resto il suo nuovo, monumentale disco non cerca facili accomodamenti. Dura quasi due ore – triplo vinile e doppio cd – e suona drammatico e cupo come poche altre volte nella sua carriera. È un album complesso e maestoso che segna un punto di svolta nella sua carriera artistica a distanza di sei anni da Die, considerato uno dei capolavori della musica italiana degli ultimi venti anni. Pochi si sarebbero aspettati un disco del genere: dentro ci trovi paesaggi desolati, passaggi violenti, distensioni melodiche e aperture quasi luminose che poi lasciano il posto a momenti ossessivi, percussioni tribali e pattern ripetitivi, in una destrutturazione della forma canzone che non lascia mai spazio alla sperimentazione fine a se stessa. Ira è un viaggio: dall’Isola fa tappa anche in Africa e – attraverso una lingua ibrida, che alterna inglese, francese, arabo e italiano – non sembra voler dare coordinate precise. Una esperienza intensa, totalizzante. Nelle tracce si sentono richiami di Radiohead, Robert Wyatt, Swans, Portishead, Residents, Scott Walker ma soprattutto si sente la sua mano, una poetica che nel corso di undici anni di carriera è diventata unica, riconoscibilissima.


Iosonouncane torna anche nell’Isola, il 10 luglio, per un live organizzato al Parco dei suoni di Riola Sardo (organizza Mis, in apertura Alek Hidell). “È un set molto impegnativo – racconta Jacopo a Sardinia Post, raggiunto telefonicamente all’indomani del concerto a Ferrara -. Sul palco siamo in tre e abbiamo un sacco di macchine: cinque synth, organi, campionatori, non abbiamo sequenze se non il beat della drum machine. Serve una concentrazione estrema e devi stare attento a mille cose. Arrivare alla fine è come raggiungere il termine di un tunnel. Siamo felici perché il pubblico era attentissimo e molto contento”.

In ogni disco hai un modo differente di usare la parola e la lingua. Torrenziale nel primo, lirico e asciutto nel secondo, ora invece cambi ancora rinunciando all’italiano.  

Per me fare un album significa sintetizzare un processo di ricerca e di studio di un determinato punto di vista. Alla base c’è sempre una specifica idea di linguaggio e del suo utilizzo per uno specifico disco. La macarena su Roma era figlia di una necessità di decompressione, data dall’aver desiderato sempre suonare e di non essere ancora riuscito a rendere la musica il mio lavoro, e poi da una certa baldanza dirompente data dall’età. Era anche figlia della mia vita di allora: ero operatore di un call center all’interno di un flusso bombardante di parole. Una parentesi, se guardo al mio modo di suonare da sempre. Dopo è come se avessi iniziato a riscoprire la mia vera natura di musicista. Il lavoro sulla parola non è dissociato dalla voce, è tutto molto connesso. La quantità di parole de La macarena va a braccetto con i suoni, il lirismo dei testi di Die va a braccetto con la maniera in cui ho cantato quelle parole. Nel caso di Ira tutto è nato quando ho avuto una idea della voce e delle voci, mossa dall’idea di mettermi con le spalle al muro e usare la mia lingua per una dissociazione narrante tra quello che voglio dire e quello che si comprende.

Hai parlato di una lingua momentanea, della necessità, una lingua dell’errore.

Se prendiamo un uomo o un gruppo di uomini durante una traversata verso un luogo distante da quello dove sono nati e cresciuti, vediamo che si trovano a esprimersi col lessico che hanno assorbito durante il viaggio. In Ira i testi si muovono su tre dimensioni parallele e stratificate. Quello che viene detto e che cantiamo; la trascrizione di quello che stiamo esprimendo; e poi la traduzione. Il mio riferimento sono le trascrizioni realizzate dagli antropologi degli spiritual della tradizione afroamericana: era un modo per fissare delle parole che venivano cantate in modo storpiato. Ho cercato di fare un disco in cui il linguaggio non fosse perfettamente coerente tra quello che è cantato e quello che è scritto. E poi c’è la traduzione, che non ho ancora pubblicato ma esiste. Ho lavorato sui testi in lingua e in italiano e ho realizzato una traduzione non letterale, che cerca di tradurre il loro significato in un linguaggio differente.

A proposito del viaggio, si può leggere il concept legandolo anche al tema delle migrazioni contemporanee, alla solitudine di un uomo che è costretto a sradicarsi.

In Die c’era un uomo in mezzo al mare che temeva di morire. In Ira c’è una moltitudine che attraversa terre diverse. Sono figure archetipiche. Come tali, essendo essenziali, perenni, si possono leggere anche nella piena contemporaneità. Mi interessa lavorare su figure che non siano leggibili in maniera univoca, ma che si prestino a letture differenti. Nel presente come nella storia dell’uomo nella sua totalità. Non vedo un caso di cronaca da trattare e leggere con gli strumenti della contingenza, ma una storia che si ripete da sempre. Fa parte dell’uomo temere la morte, fa parte dell’uomo ritrovarsi a vivere una situazione di estraneità e di narrare se stesso. Non è solo prerogativa dei migranti di oggi, è semplicemente umana.

Nel nuovo album la voce si fa strumento e acquista sfumature inedite: canti con registri diversi, anche in falsetto.

L’idea è emersa sin da subito. Nelle bozze del 2017 cantavo accennando a delle melodie senza testi ma con il tentativo di cercare suoni non propri della lingua italiana. Ho iniziato a scrivere i pezzi imbracciando la chitarra o soprattutto usando beat e campioni e mi suggerivano sempre qualche linea vocale. Poi viene la melodia del brano. Tutto questo ha suggerito la natura ineffabile di alcune soluzioni, che si muovono in alto, in basso, di lato. Concependo la voce come uno strumento solista all’interno di un ensemble in cui agiscono numerosi elementi. È emersa fin da principio una lingua timbrico sonora. In questo disco mi sono trovato a cantare con parole non compiute che avevano determinati suoni. La conseguenza è che fin dall’inizio ho immaginato la voce in un certo modo. Quasi sempre nella mia testa sentivo risuonare non la mia voce ma una moltitudine di voci che cantavano all’unisono, e la mia voce era molto lontana. Così l’ho schiacciata, distorta, affogata in un riverbero. L’arrangiamento si è mosso di conseguenza.

Ira è ricco di influenze diverse che arricchiscono la tua grammatica musicale e la portano ben fuori dall’Italia.

Non c’è stata nessuna volontà a monte. non mi sono detto adesso faccio un pezzo o un disco dove inserisco queste influenze. Già in brani come Tanca, Buio o Mandria le influenze non erano italiane. Anche la stessa Stormi, che richiama Battisti, nella mia testa dichiarava in maniera sconsiderata il mio amore per i Flaming lips o i Grandaddy. Questa è la musica che io ascolto da una vita, con una certa consapevolezza e ampiezza. Una base solida di ascolti sempre presenti nella mia storia personale, ai quali si sono aggiunte altre cose. Negli ultimi cinque anni ho ascoltato prevalentemente jazz, musica del Maghreb, tutto il lavoro di John Hassell. Quando ho iniziato a stendere le bozze del disco da subito ho iniziato a ritrovarmi con dei temi strumentali con intervalli molto larghi che mi hanno fatto subito pensare a musica africana o a temi imponenti di Duke Ellington e Charles Mingus. Solo dopo ho iniziato ad approfondire quelle influenze. Sempre difficile stabilire per un musicista se è nato prima l’uovo o la gallina. Nella testa del musicista tutte le cose si rimescolano.

Hai anticipato il disco con un singolo che richiamava la canzone italiana anni Sessanta. E del resto c’è chi poteva aspettarsi un album fatto da tante Stormi. Brani dalla forma canzone più “classica” che sono nelle tue corde, e hai scelto di accantonarle.

Ira è un disco pieno di melodie dall’inizio alla fine. È un disco pop e quello che faccio è pop, inteso come linguaggio che consente una sintesi di esperienze radicali. Ira non è un disco sperimentale. Certo quando si parla di pop e di canzone a me difficilmente viene in mente un brano strofa-ritornello. I miei ascolti non sono quelli. Del resto analizzando la produzione di Battisti ci si rende conto che le volte in cui adoperava quella struttura sono molto rari, e si muove su macrosegmenti che ricorrono. Come faceva anche Brian Wilson, come facevano i Beatles. Il pop è un terreno di sperimentazione meraviglioso. Da parte ho un sacco di bozze di brani pop o quantomeno più digeribili, immediati e tradizionalmente strutturati. Non li pubblico perché ora ciò che mi affascina è da un’altra parte. Brani come Soldiers, o Nuit, sono pop ma non strutturati in modo radiofonicamente pop. Sto cercando di arrivare a una grammatica specifica. Il caso di Novembre è particolare. Si tratta di un brano scritto dieci anni fa, a cui ho sempre tenuto tantissimo ma che non aveva ancora trovato una collocazione.

Il disco in effetti non è affatto “ostico” come qualcuno lo ha raccontato. Dipende molto dagli ascolti di ciascuno, dal proprio bagaglio musicale.

Certo se spari Ira in un bar di bidda magari la gente si spaventa, ma chi è abituato ad ascoltare certa musica non lo trova affatto difficile. Sono gli strumenti di cui si dispone a fare la differenza. Chi non ascolta gli Swans tutti i giorni – o comunque non li conosce – magari trova certi brani devastanti. Ma non lo sono.

Hai parlato di disco politico. E se vogliamo anche il rapporto con il mercato discografico si può leggere in questo modo. Nel senso di una certa “alterità”. Che poi è stata anche premiata sul piano delle vendite.

L’album è stato primo in classifica nella prima settimana di uscita ma poi i vinili sono andati esauriti in 24 ore. Siamo abituati a pensare che il mercato abbia una sola regola e ci si debba porre in un certo modo. Ma il mercato ha tanti spazi, che a volte si svuotano e vengono riempiti da altre cose. Per quanto riguarda il tema “politico”, non ho deciso a monte di fare un disco simile e di far derivare le scelte artistiche da ragioni ideologiche. Ma sono convinto che ogni lavoro e ogni forma di ricerca su linguaggio sia una operazione politica. Lo è anche mettere nel mercato un prodotto che teoricamente dovrebbe essere escluso. Ira è politico nel risultato, se si intende un’apertura ipotetica di una idea differente. Ma alla fine ho fatto una roba normalissima. Ho scritto canzoni, ho arrangiato, minato e finisce lì. In modo, se vuoi, anche tradizionale. Penso sia buffo che questa cosa risulti come anomala, atipica, strana.

In Die i riferimenti alla Sardegna erano palesi. In Ira non così tanto, ma credi sia rimasto qualcosa?

Nel disco precedente era lampante, il sole di Die era quello dell’Isola, la terra riarsa era sarda. Nel caso di Ira ho sentito fin dal principio di lavorare con un paesaggio molto freddo. L’ambientazione è lontanissima da quelle rive e da quelle terre. Dalla Sardegna però non c’è via di fuga. E’ dentro di me, è nei miei occhi e nel mio modo di guardare alla realtà. Ciò che c’è di sardo in Ira è il profondo senso drammatico della vita, quel senso apocalittico di tragedia imminente, di giudizio, che ritrovi in molti scrittori sardi: da Sebastiano Satta a Marcello Fois, passando per Salvatore Satta e Giuseppe Dessì. Quel sentimento che trovi anche in Ira: la fragilità dell’esistenza di fronte all’inconoscibile.

A proposito di Sardegna, negli anni scorsi hai portato avanti una importante collaborazione con Paolo Angeli.

Ha avuto una importanza enorme, perché suonare con Paolo significa mettersi accanto a un gigante e cercare di imparare qualcosa in ogni momento che passi insieme a lui. È una collaborazione in divenire, nel senso che abbiamo fatto una prima parte di questo confronto-incontro che aveva una formula e in futuro avrà un’altra. Di questa prima parte esiste un disco fatto e finito, tratto dalle registrazioni del tour teatrale del 2018 e che pubblicheremo. E che per quanto ci riguarda è molto bello. Non è ancora uscito perché Paolo stava lavorando al suo disco sui Radiohead, io ero impegnato con Ira, c’è stata una pandemia, ma il momento arriverà e non credo tra molto.

Quest’anno è uscito il disco di un tuo amico e collaboratore, Alek Hidell, anche lui come te di Buggerru.

Un disco molto bello. Negli anni ho sentito tutte le evoluzioni e nonostante ciò quando è uscito l’ho ascoltato in cuffia e me lo sono stragoduto come se non l’avessi mai sentito. Un album estremamente compiuto e bello. Lui è un grandissimo talento e questo disco fornisce una prima sintesi del suo lavoro. E ora è tutto in discesa artisticamente.

(Foto di Silvia Cesari)

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