Spiagge italiane divorate dal cemento. ‘Coste sarde salve ma il rischio è alto’

In Italia negli ultimi cinquant’anni sono spariti 40 milioni di metri quadrati di spiagge. Sabbia mangiata dall’erosione dovuta soprattutto alla costruzione di edifici e infrastrutture che hanno alterato correnti e mareggiate. La Sardegna in questo quadro può vantare la situazione migliore d’Italia, ma le trasformazioni edilizie degli ultimi tempi potrebbero stravolgere il delicato primato raggiunto. Emerge dall’ultimo studio condotto a livello nazionale da Legambiente. Da oggi infatti è attivo il portale dell’Osservatorio paesaggi costieri italiani promosso con il supporto di diverse Università italiane. Online nella piattaforma www.paesaggicostieri.org si trovano analisi e ricerche scientifiche con l’obiettivo di tenere alta l’attenzione sulle trasformazioni lungo le coste.

Cemento sulle coste

L’associazione ambientalista, prendendo in considerazione gli ultimi dati Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) sull’erosione, definisce  quello avvenuto tra il 1970 e il 2020 un “disastro ambientale, paesaggistico, economico e sociale”: negli ultimi cinquanta anni i litorali che soffrono di erosione sono triplicati. Lungo 1.750 chilometri di spiagge è come aver perso in media 23 metri di profondità con un tasso di erosione del 46,4 per cento. I dati evidenziano inoltre un dislivello marcato tra Nord e Sud del Paese, con picchi fino al 60 per cento in Sicilia e Calabria.

La Sardegna, per ora, è salva. Il Piano paesaggistico regionale, la legge che dal 2006 vieta le costruzioni a meno di trecento metri dal mare, ha impedito danni peggiori. “Nell’Isola – è scritto nel report – si sono conservati 990 chilometri di fascia costiera con paesaggi naturali pressoché integri che in percentuale e lunghezza risulta di gran lunga la più grande d’Italia”. Dei restanti 1.487 chilometri di costa 399 (il 27%) risultano urbanizzati: più precisamente, 111 chilometri sono occupati da infrastrutture (porti), poligoni militari, discariche minerarie e industriali. È il caso di Portoscuso, Sarroch, Porto Torres, Arbatax.

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In corrispondenza delle principali città e dei centri più abitati si ha un paesaggio urbano definito ‘denso’: 59 chilometri tra Cagliari, Alghero, Oristano, Porto Torres, ArzachenaArbatax, Costa Rei, Villasimius, Capitana, Sant’Andrea. 229 sono i chilometri di costa con densità insediativa più bassa mentre 98 chilometri risultano essere campi agricoli. “Per quantità di paesaggi naturali ancora integri, la Sardegna è la Regione con la situazione migliore – sottolinea lo studio -. Eppure anche qui sono rilevanti le trasformazioni edilizie avvenute e gli appetiti dovuti alla bellezza dei suoi litorali, con il rischio di stravolgere i delicati equilibri ancora presenti”. [continua dopo l’immagine]

Una considerazione basata sull’analisi di quanto accaduto tra il 1988 e il 2012. In questi anni l’uomo ha messo le mani su 14 chilometri di costa (l’1%). Un’urbanizzazione che per quattro chilometri è avvenuta tra Villasimius, Villaputzu, Castelsardo, Santa Teresa Gallura, San Teodoro, Stintino, Badesi. Dieci chilometri sono invece da imputare all’espansione di centri urbani come Alghero, Quartu, Tortolì, San Teodoro e Baunei e alla crescita di centri turistici in particolare nelle località di CastiadasMuravera, Orosei, Palau e Aglientu. “Non è l’occupazione di costa da parte di grandi centri ad aver trasformato il paesaggio, quanto la diffusione di tessuti turistici poco densi sparsi lungo tutto il litorale e la costruzione di villaggi vacanze e insediamenti di seconde case”.

Andrea Deidda

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