Poligono di Teulada, inquinamento ‘cancellato’ per legge. Mistero sulla sorte di 2.700 missili Milan

Se c’è una cosa che ha impedito al dirigente dell’Arpas Massimo Cappai di certificare l’inquinamento da metalli pesanti nell’area del Poligono di Teulada, è il disegno di legge approvato esattamente due anni fa con cui il governo Renzi ha equiparato le zone militari ai siti industriali. L’effetto è stato semplice quanto dirompente: le soglie di contaminazione del suolo sono state innalzate fino a 100 volte rispetto alle norme vigenti in precedenza, per cui a Teulada “in base alle nuove leggi non ci sono superamenti dei limiti, anche se alcuni elementi si avvicinano alla soglia”. Questo ha detto Cappai – che tra le altre cose aveva il compito di rilevare le soglie di radioattività all’interno del Poligono – durante l’audizione del 20 luglio scorso davanti alla ‘Commissione parlamentare d’inchiesta sugli effetti dell’utilizzo dell’uranio impoverito’, presieduta dal deputato del Pd Gian Piero Scanu.

Sul lato pratico, basta ad esempio ricordare che i limiti per sostanze come il cobalto e l’arsenico sono passati rispettivamente da 20 mg/kg a 50 e da 20 mg/kg a 250. Per gli idrocarburi alifatici cancerogeni come il cloruro di vinile si sale di dieci volte e ben di cinquanta volte per i diclorobenzeni cancerogeni. Contro il provvedimento era montata la protesta della giunta Pigliaru, ma il Parlamento ha tirato dritto (qui l’esito del voto).

Sul versante delle sostanze radioattive, Cappai non specifica – e nessuno in Commissione gli domanda – quali elementi siano stati presi in considerazione durante i rilevamenti. Ma è indubbio che la puntualizzazione sul fatto che “alcuni elementi si avvicinano” ad una soglia che era stata già elevata – per legge – non può lasciare indifferenti. Tanto più che, oggi, “ci sono superamenti delle soglie di cadmio, piombo, rame e stagno” fissate dalla tabella per le aree tipo agricolo e residenziale “concentrate nella zona del Poligono, poco dopo l’inizio della penisola (la zona Delta, interdetta per l’elevato rischio rappresentato dagli ordigni inesplosi, ndr) e nella base dove la penisola si allarga e dove è stata realizzata una piattaforma per l’arrivo degli elicotteri”. Va pure detto che si tratta di una “indagine preliminare” avviata nel 2013 e condotta con l’Ispra, il cui presidente Bernardo De Bernardinis pochi mesi fa dichiarava che le servitù militari avevano “salvaguardato il patrimonio ambientale dalle speculazioni edilizie, come a Teulada e Porto Pino”.

Dal 1991 al 2004 sparati oltre 4mila missili Milan. Il torio? Probabilmente disperso nel terreno

Sulla carta i missili Milan sono stati ritirati nel 2000, quando le forze armate francesi si ‘accorsero’ del torio 232 contenuto nel sistema di tracciamento del razzo e ne impedirono l’uso. In ogni missile, “ci sono circa 3 grammi di torio”. Eppure, “secondo il prospetto fornito dal Comando del Poligono”, a Teulada i Milan sono stati utilizzati dal 1991 fino al 2004. In tutto ne sono stati sparati “4.242 con sorgente al torio, nonostante fosse stato ritirato dall’uso nel 2000 – dice Cappai -. Dal 2002 in poi ne sono stati utilizzati 87, di cui 66 nella penisola Delta e il resto nei dintorni, quindi probabilmente sono finiti tutti nella penisola. Questo non è mai stato molto chiaro”. Ma che succede quando nel missile, dopo il lancio, si ‘attiva’ il torio? “Non c’è scritto da nessuna parte e non lo abbiamo capito”. L’ipotesi “più probabile” avanzata da Cappai è che quando i Milan esauriscono la gittata di due chilometri, “la lunetta che contiene il torio viene dispersa nel terreno e, se il personale che deve raccogliere i residui non è sufficientemente informato dei rischi che corre, manipola a mani nude un oggetto che emette della radiazione alfa che per le sue caratteristiche – ha detto il dirigente – presenta dei rischi soprattutto per quanto riguarda l’introduzione all’interno del corpo”.

All’appello mancano 2.700 razzi. Forse raccolti da militari “inconsapevoli del rischio”

“Ci stiamo ancora chiedendo dove siano finiti 2.700 missili Milan sparati fuori dalla penisola Delta e tutti gli altri che invece sono finiti in penisola”, ha spiegato Cappai. “Non lo abbiamo capito anche se abbiamo provato a chiederlo in tutti i modi, quindi presumiamo che buona parte di questi sia stata recuperata durante le operazioni di bonifica e non sappiamo dove siano stati portati, chi li abbia manipolati, in che condizioni, dove e come, quindi quali siano stati realmente i rischi delle persone che si sono trovate a contatto con questo materiale, probabilmente inconsapevoli dei rischi”.

Gli effetti dei missili Milan? Nessun dato preoccupante

“Per quanto riguarda i missili Milan, abbiamo effettuato diverse misurazioni e campionamenti in tutte le zone del Poligono. Non c’erano dei valori limite indicati dalla normativa attorno al 2013, quindi abbiamo chiesto all’Istituto superiore di sanità”, ha raccontato Cappai. “Ci hanno risposto nel 2015, fornendoci dei valori di riferimento”. Effettuata una valutazione de rischio – prendendo in considerazione la dispersione delle polveri e l’eventuale ingestione di materiale contaminato e l’irraggiamento – l’Iss indica un massimo di 560 Becquerel (l’unità di misura dell’attività di un radionuclide, ndr) al chilo nei suoli “per quanto riguarda l’esposizione della popolazione, 1.600 Becquerel al chilo per i lavoratori”. I risultati sono confortanti: “Ci siamo avvicinati ai 100 Becquerel in alcune aree”.

Un problema sottovalutato: il rumore impattante delle esercitazioni

Nella zona di Foxi, a poche centinaia di metri dalle aree che ospitano i cannoneggiamenti e dove il tasso di mortalità è doppio rispetto all’atteso, il “rumore” non può superare i 55 decibel di giorno e 45 la notte. “Secondo le nostre rilevazioni – ha riportato il dirigente dell’Arpas – durante le esercitazioni è arrivata un’onda d’urto di 80 decibel. È fisicamente percettibile, si sente nella pancia. A dicembre, durante le esercitazioni, i valori hanno superato i 77 decibel complessivi. Di fatto quei rumori nella zona di Foxi producono un impatto rilevante sulla popolazione che vive nelle case strettamente adiacenti al poligono”.

Pablo Sole

sole@sardiniapost.it

(foto di Roberto Pili)

 

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