Capo Frasca, i pescatori sfidano il poligono militare: “Il futuro è qui”

“Amo il mare. L’ho sempre amato, anche quando lavoravo in campagna pensavo al mare. La giornata in barca poi può essere piena di emozioni, come quando vedi un delfino, una tartaruga marina. No, non cambierei mai questo mestiere con nessun altro”.
Luca Colombu ha 26 anni, vive a Marceddì, piccola borgata sulla laguna che fa capo al comune di Terralba, ed è uno dei più giovani tra i seicento pescatori oristanesi che da due settimane hanno incrociato le braccia a Capo Frasca, penisola occupata da sessant’anni dal poligono dell’Aeronautica militare: chiedono che venga rispettato il loro diritto di pescare in mare, che i militari rivedano il calendario delle esercitazioni e che in questo specchio d’acqua si possa transitare in sicurezza.

Per far sentire la loro voce hanno deciso di bloccare le attività dentro il poligono programmate tra ottobre e dicembre 2016  (qui il calendario delle esercitazioni a Capo Frasca, Teulada, Quirra): le mitragliatrici tacciono, gli aerei non sganciano bombe e missili, nessuna esplosione finora tra terra, cielo e mare.

La protesta è stata annunciata il 30 settembre e andrà avanti a oltranza finché non si avranno risposte certe. I pescatori si danno appuntamento ogni mattina, tranne il sabato e la domenica quando anche i militari stanno a riposo, nella marina di Marceddì. Da qui si muove un corteo a mare verso la costa della penisola e uno a terra verso i cancelli del poligono dove dal 1956 si esercitano i soldati italiani e quelli della Nato, si testano armi e mezzi, si spara da terra e dal cielo. Il tutto per otto mesi su dodici, con una pausa nella stagione estiva per non danneggiare (almeno) il turismo.

La penisola, per una superficie di 14,16 kmq, è recintata come zona militare e l’ingresso è perennemente sorvegliato da soldati armati. Per un raggio di qualche centinaio di metri la costa è “Area ristretta”, interdetta alla navigazione, alla pesca e alla balneazione per tutto l’anno. C’è poi fino a 3 miglia dalla costa l'”Area regolamentata”, o campana di sgombero, chiusa al passaggio delle barche, alla pesca e a tutti gli altri usi del mare dall’alba fino alle 17.30 di ogni sera per 8 mesi all’anno, dal 7 gennaio al 30 giugno e dal 1 ottobre al 21 dicembre.

Con queste restrizioni, messe nero su bianco 11 anni fa da un’ordinanza firmata dal dirigente dell’ufficio Circondariale Marittimo di Oristano, i pescatori non possono lavorare con serenità: raggiungere l’area ‘libera’ per pescare è difficile e pericoloso, senza contare che per superare la campana di sgombero serve un’ora di viaggio in più, con tutti i costi connessi di carburante e ore lavoro.

“Chiediamo gli indennizzi che ci spettano, ma non solo – chiarisce Gabriele Chessa, presidente della Legacoop e portavoce, insieme a Franco Zucca, dei seicento pescatori delle marinerie di Oristano – ricevere soldi per non lavorare non è quello che ci interessa e non è ciò per cui oggi stiamo combattendo: vogliamo che venga rivisto il calendario delle esercitazioni con le attività in periodi limitati e in orari che non ostacolano la pesca”.

Tema delicato, quello degli indennizzi. “Non deve accadere qui quello che è successo in altre zone, dove approfittando dei risarcimenti economici il numero dei pescatori è triplicato: la nostra mobilitazione, nata un anno fa, è sempre stata caratterizzata da onestà e correttezza e qui ci sono pescatori veri”. Chessa si appella ai lavoratori, chiede che il movimento rimanga compatto e che ciascuno vigili su eventuali abusi.

Tra le altre richieste indirizzate al Governo ci sono anche le bonifiche del mare: i documenti in mano al Governo, trasmessi ai pescatori dalla Capitaneria di porto, parlano di “presenza accertata o probabile sul fondo di mine magnetiche, siluri, proiettili o altri ordigni esplosivi pericolosi per la navigazione”. Uno studio preciso sui residui dell’attività bellica non esiste ma le bombe in mare non sono una leggenda e in tanti sanno che lì sotto si trova di tutto: “Missili, bombe, proiettili: li ho visti io con i miei occhi” ci racconta un giovane che ha sfidato i divieti dell’ordinanza e si è immerso nelle profondità dell’area interdetta.

I pericoli non sono solo sott’acqua: c’è chi ha vissuto sulla propria pelle la brutta storia di un’esercitazione fuori controllo: “Era il 1971, avevo 18 anni e mi trovavo a pesca con mio fratello – racconta Manfredi Cadelano di Terralba – improvvisamente ho sentito un boato, non ho capito subito cos’era successo, mi sono ritrovato coperto di sangue: un proiettile esploso da una mitragliatrice mi aveva colpito entrambe le gambe”.

Impensabile in quegli anni chiedere un risarcimento all’aeronautica per le cure e i danni alla salute: il signor Cadelano ricevette giusto un rimborso per ricomprare le reti danneggiate, mentre il pilota dell’aereo da cui partirono i colpi inviò le sue personali scuse con un assegno in sterline del valore di 155 mila lire. “Due mesi di ospedale allora, e oggi pago le conseguenze di quell’incidente con dolori che non mi danno tregua. Cambiare mestiere? E cosa potrei fare? Sono stato sempre un pescatore, non so fare altro”. Pescatore era Manfredi, così come suo padre e suo nonno. E anche il figlio oggi va in barca: “Pensare a un altro lavoro è per me impossibile, il nostro mestiere è questo – sostiene Alessio Cadelano, 24 anni – e comunque non vogliamo lasciare la nostra casa, la nostra terra”. La famiglia oggi deve fare i conti anche con un pesante verbale da 2.050 euro: mesi fa hanno oltrepassato il limite della campana di sgombero e così è arrivata la notifica dalla Guardia di Finanza.

Non sono gli unici a dover pagare, come loro tanti altri hanno sconfinato, volontariamente o per errore, e ricevuto le multe della Capitaneria. Da quando è iniziata la protesta tantissime barche, tutte insieme, hanno violato i limiti e raggiunto l’area regolamentata con l’obiettivo di bloccare le esercitazioni militari: obiettivo raggiunto, nessuno sparo e nessun volo militare sulle acque di Capo Frasca dal 4 ottobre, giorno fissato per l’inizio delle attività, a oggi.

La protesta, assicurano, continuerà a oltranza fino a che i pescatori non vedranno la firma sugli accordi: il sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi, rispondendo a una interrogazione urgente presentata venerdì alla Camera dai deputati sardi Caterina Pes e Michele Piras, ha assicurato che la vertenza di Capo Frasca “ha suscitato la doverosa attenzione da parte del Governo” e che si avvia verso una definizione con una riunione nei prossimi giorni tra la Presidenza del Consiglio dei Ministri, la Regione Sardegna e il Ministero dello Sviluppo Economico.
I pescatori erano qui al porto mentre un’autoradio, amplificata da un megafono, mandava in diretta la discussione in Parlamento: le parole dei due deputati sardi sono state accolte tra gli applausi dei lavoratori.

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“Siamo soddisfatti dell’attenzione mostrata dal Governo – ha commentato Caterina Pes, Partito democratico – ora vigileremo su quanto accadrà nei prossimi giorni: i pescatori in questo momento ci ascoltano, il nostro messaggio sta arrivando a 600 famiglie che chiedono soltanto di avere quanto è stato già promesso da tempo”. “È ora di liberare i nostri cieli e di ripulire i nostri mari, la Sardegna ha già dato troppo” ha detto Michele Piras, di Sel.
“Dal mondo della politica ci arrivano segnali positivi e concreti – ha confermato Gabriele Chessa – ma non ci fermeremo finché non vedremo le firme sul nostro destino. Ora dobbiamo restare uniti e non fermarci: il nostro futuro è qui”.

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Francesca Mulas

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