Aias, caso Onnis: su Fb a caccia della verità. Il fratello: “Paura dei Randazzo”

Una pagina pubblica su Facebook: niente di più comune. Lo scopo, invece, è fuori dall’ordinario: cercare la verità sulla morte di un fratello disabile. Gianfranco Onnis era ricoverato nella struttura Aias di Decimomannu: il suo caso è stato al centro di alcune puntate di Chi l’ha visto, la nota trasmissione di Rai Tre. Il fratello Maurizio, che vive e lavora da tempo in Svizzera, ha denunciato percosse e maltrattamenti, anche documentate da foto, ma non è bastato a farlo trasferire. Dopo lo scandalo Aias, i video dei carabinieri, e l’inchiesta giudiziaria partita dalla denuncia di alcuni dipendenti ha ripreso con forza la sua battaglia.

Anche con la pagina Facebook dedicata a Gianfranco (qui il link). Ha postato le sue foto sorridenti (quel sorriso sdentato, scrive in un post), un’altra immagine è quella di un fotomontaggio: Gianfranco e Maurizio, uno a destra l’altro a sinistra. Al telefono ha una voce pacata: racconta della sua iniziativa con pudore e discrezione. Ma usa anche parole durissime per raccontare il contesto in cui si colloca la storia della sua famiglia. Vere accuse, alla domanda se oltre alla solidarietà ha ricevuto altre segnalazioni da parte di familiari che hanno subito maltrattamenti e percosse. Così racconta Maurizio: “Ho aperto la pagina per tenere alta l’attenzione, per convogliare tutti i materiali. Ma soprattutto per cercare la verità”. Le reazioni? “Mi scrivono in tanti, davvero. Ma tutti in forma privata: non si vogliono esporre. Mi sostengono senza apparire, richiedono l’invisibilità”. Lui ha lanciato più volte l’appello: raccontate quello che sapete. E lo ha rilanciato anche Gisella Trincas, dell’Unasam – L’Unione Nazionale delle Associazioni per la Salute Mentale.

 

“Non sono così egoista da non far nulla, ma mi sorprende il clima – continua ancora Onnis al telefono – io voglio solo la verità per mio fratello e per me”. Nessuna titubanza: “Andrò avanti fino alla fine”. E parla di un contesto di paura, omertà: “Hanno paura della famiglia Randazzo (i fondatori e gestori dei centri Aias, ndr). Temono le ripercussioni sui loro parenti malati. Non parlano, non hanno coraggio. E aspettano me”. La paura più diffusa è quella che i malati siano rimandati a casa. O di allungare il percorso di sofferenze quotidiane con battaglie burocratiche. E di perdere in partenza.

Si affida anche ai social, Maurizio Onnis, per diffondere la storia e chiedere aiuto ma in modo quasi istituzionale. “Sono molto impegnato in un’azienda, mi sono accorto che le foto del mio profilo personale e privato, anche con i miei figli, sono state pubblicate senza che ne sapessi nulla”. Poi ribatte sul silenzio di superficie che lo colpisce in modo particolare. Non solo dai familiari, vittime a loro volta, ma anche da altri dipendenti: “Nessuno fa riferimento al sindaco di Samassi di quegli anni, molti che sanno o hanno visto lavorano per la struttura e temono conseguenze anche lavorative”. Assicura che non si fermerà: “Ci sono altri casi simili al mio. Cerco con questo strumento di tenere monitorata la vicenda e i giornali locali, seppur a distanza”.

E suona come beffardo il provvedimento interno dell’Aias, per cui i dipendenti coraggiosi che hanno denunciato, e di fatto contribuito a creare l’inchiesta, sono stati oggetto di un provvedimento disciplinare interno. Devono dare delle spiegazioni, se le risposte non piaceranno ai vertici potrebbero essere licenziati. Una punizione, dunque? Il motivo è legato ai tempi: prima di rivolgersi alle autorità giudiziarie (che hanno poi provveduto a piazzare telecamere) avrebbero dovuto parlare con i vertici della struttura.

Così commenta ancora Maurizio: “La notizia che il centro di Decimomannu non resterà chiuso e che a farne le spese siano gli operatori che hanno denunciato mostra quanto sia forte il potere della famiglia che gestisce il centro. Io sono un uomo solo contro poteri più forti.
Ho bisogno dell’appoggio di tutti voi, dell’opinione pubblica”. Andrà avanti, quindi, non solo per il fratello che non c’è più: “Ma per tutti gli altri che non possono difendersi”.

Monia Melis

 

 

 

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