Alla ricerca della Sardegna sconosciuta. Le esplorazioni di Fabio Piccioni

C’è una Sardegna antica, le cui vicende sono spesso sconosciute o dimenticate, che si mostra con tracce a volte impercettibili o, altre volte, introvabili, sepolte dalla natura che si è riappropriata dei suoi spazi.

E c’è un esploratore che si aggira negli angoli più misteriosi e meno conosciuti armato di coraggio, passione e della sua inseparabile reflex. Si sposta con qualunque mezzo: dall’automobile alla mountain bike oppure a piedi, con faticosi trekking dove zaino e scarponi sono fedeli compagni di viaggio e, al tempo stesso, faticosi strumenti di tortura.

Si chiama Fabio Piccioni e, il venerdì sera, smette l’austera divisa di bancario, per indossare i panni più informali dell’esploratore. Un po’ David Livingstone e un po’ Indiana Jones percorre sentieri semisconosciuti o gallerie dimenticate. Non cerca le sorgenti del Nilo o tesori sepolti nella giungla, ma qualcos’altro.

«Il tesoro che ricerco — dice Fabio — è la storia dei luoghi. Attraverso il viaggio cerco di riannodare i fili spezzati della memoria per raccontare posti dimenticati, scenari, anche minimi, che parlino di ciò che è stato. Un lavoro di documentazione che intendo sviluppare in tutta la Sardegna».

La prima tappa del viaggio del nostro esploratore si svolge fra la Nurra e l’Anglona alla ricerca di miniere note e meno note. La miniera Giagone fra Oschiri e Tempio è abbastanza recente. Le prime concessioni risalgono al 1921 e le uniche tracce sono alcune inaccessibili gallerie scavate per seguire una vena di molibdeno rivelatasi poco fruttuosa. Fabio ha riportato in superficie immagini di gallerie nascoste fra la fitta vegetazione.

Ad Alghero esistono labili tracce della miniera di Calabona: pochi ruderi in superficie e le gallerie i cui accessi sono noti a pochi speleologi ed appassionati. Conosciuta fin dall’antichità la miniera fu data in concessione nel 1903 alla Società Anonima Metallurgica Austro-Belga per lo sfruttamento del ricco giacimento di piombo, zinco e rame. Sorse anche un piccolo villaggio e il minerale veniva imbarcato ad Alghero presso la Torre della Polveriera.

imbarco alghero
L’imbarco della miniera di Calabona presso la Torre della Polveriera ad Alghero

Da Alghero ad Argentiera il passo è breve e qui troviamo uno dei gioielli dell’architettura mineraria della Sardegna. Nota fin dall’antichità e attiva sino ai primi anni ’60 offre in superficie uno struggente villaggio costruito intorno alla laveria in legno, capolavoro di archeologia industriale che attende un definitivo restauro e un’adeguata valorizzazione. Le sue numerose gallerie scendevano sino a -365 metri.

 

Questo primo viaggio termina a Bosa con la miniera di Capo Marrargiu, accessibile a pochi ed atletici conoscitori di questo impervio angolo di Sardegna. Della miniera, che produceva piombo, zinco e ferro e, soprattutto,  manganese restano pochi ruderi in superficie e, naturalmente, le misteriose ed inaccessibili gallerie.

L’esplorazione fotografica di Fabio Piccioni si è concentrata sul sottosuolo. Il perché ce lo spiega l’autore: «Grazie all’aiuto dell’amico Salvatore Ruggiu, abile speleologo e profondo conoscitore di quelle gallerie ho cercato di catturare l’essenza della miniera fatta di luoghi bui, misteriosi dove si respira la fatica e la sofferenza di chi ha lavorato in questi cunicoli illuminati solo da fioche fiammelle. Una condizione innaturale che ti è chiara quando riemergi in superficie e saluti la luce, come in una sorta di resurrezione.»

Pubblicheremo le prossime puntate del viaggio nella Sardegna dimenticata di Fabio Piccioni. Ci saranno luoghi dove la storia è passata lasciando pochi ruderi, altri dove il tempo non ha cancellato totalmente i segni. Ci sarà luce ma anche e ancora il buio delle gallerie per vederle con gli occhi di coloro che hanno speso la vita in quei cunicoli. Perché, lo sostiene il fotografo Adriano Mauri, autore della bellissima mostra “Mineros”: “Lo sguardo di chi vive una buona parte del suo tempo nel sottosuolo è diverso, perché riporta alla luce la memoria del buio, un buio che segna l’anima come un tatuaggio”.

E il viaggio nel mondo dimenticato di Fabio Piccioni è anche un rispettoso e doveroso omaggio a coloro che, con l’anima segnata dal buio, hanno contribuito a scrivere i frammenti di storia che oggi cerca faticosamente di ricomporre.

Enrico Pinna

 

 

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