Sblocca Italia, colpo di spugna sui vincoli paesaggistici

Meno vincoli e procedure semplificate per colossi finanziari e fondi immobiliari che intendono realizzare nuove cubature. Anche nelle aree del Demanio, nelle zone coperte da vincolo paesaggistico o nelle aree industriali dismesse, in deroga ai piani urbanistici. Lo stabilisce il decreto Sblocca Italia, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale a distanza di quindici giorni dalla presentazione, il 29 agosto scorso. Insomma, oltre ai petrolieri, un assist anche i costruttori. Ma va decisamente meno bene a comuni, regioni e sovrintendenze. “È in atto un vero e proprio esproprio di competenze sulle materie delegate della tutela del paesaggio e della gestione del territorio”, denuncia Stefano Deliperi del Gruppo d’intervento giuridico. E aggiunge: “Il decreto prevede inoltre termini ridottissimi per l’esercizio del diritto-dovere delle sovrintendenze di esprimere il proprio parere per quanto riguarda le autorizzazioni paesaggistiche”. “In entrambi i casi – conclude il giurista – si tratta di norme anticostituzionali”.

Per quanto riguarda i beni del Demanio, le parole magiche sono “accordo di programma”. Stando alle nuove norme, basterà che le amministrazioni comunali ne firmino uno col ministero competente per l’ottenimento della variante urbanistica. Da lì al primo mattone il passo è breve. Ma il processo può seguire il percorso opposto: al Ministero, infatti, è data facoltà di opporre diversa ipotesi di utilizzo se questa risulti già finanziata o in corso di finanziamento. Questa ratio generale diventa poi ancora più stringente quando si parla degli immobili della Difesa, che “dopo aver censito i propri beni effettuerà una ricerca di mercato per sollecitare la presentazione dei progetti da parte dei privati”, si legge nel testo del decreto. Se il comune è favorevole, sottoscrive l’accordo di programma e accede a una parte dei proventi derivanti dalla valorizzazione o dall’alienazione del bene, in caso contrario il presidente del Consiglio potrà nominare un commissario ad acta che provvede alle procedure necessarie per la variante urbanistica e la totalità dei proventi verrebbe impiegata per abbattere il debito dello Stato.

Le Regioni, relegate nel ruolo di mere esecutrici, entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione dello Sblocca Italia sono invece chiamate a produrre le occorrenti semplificazioni per l’eventuale variazione di strumenti di pianificazione sovraordinati. In primis, il piano urbanistico e quello paesaggistico. Il decreto specifica, inoltre, che “sono esclusi dalla presente disposizione gli immobili per i quali è stata accolta la domanda di trasferimento da parte delle amministrazioni interessate o quelli per cui è in corso la richiesta di riesame”. Ed è questo il punto che riguarda la Regione Sardegna. Ad oggi, non è infatti chiara la situazione dell’isola che ospita 170 siti e circa 350 immobili da catalogare alla voce ‘servitù minori’, oltre a Quirra, Teulada e Capo Frasca. L’accordo del 2008 tra Stato e Regione per la restituzioni di questi beni è stato infatti prorogato sino al 2013, anno in cui il Demanio ha comunicato che non avrebbe proceduto ad ulteriori rinvii. “L’accordo non è stato attuato”, aveva dichiarato a Sardiniapost l’assessore agli Enti locali Cristiano Erriu. Di recente, poi, si è venuto a sapere che la Regione si sarebbe dovuta fare carico delle spese di messa in sicurezza e ristrutturazione degli immobili, ragion per cui l’accordo è rimasto lettera morta.

“Il discorso non cambia se si parla di beni culturali e zone protette da vincoli paesaggistici”, aggiunge Deliperi. “Anche in questo caso, infatti, si assiste al furto di competenze perpetrato ai danni delle regioni e dei comuni, mentre l’obiettivo è contingentare i tempi dell’iter amministrativo per mandare avanti l’iniziativa degli imprenditori”, specifica Deliperi. Non è infatti previsto il ricorso alla conferenza di servizi nell’ambito del procedimento di rilascio dell’autorizzazione paesaggistica. Di conseguenza, decorsi i sessanta giorni dalla ricezione degli atti da parte del soprintendente senza che questo si sia pronunciato, l’amministrazione provvede comunque alla domanda di autorizzazione. “In pratica, si inserisce il principio del silenzio-assenso, ma non possono esistere autorizzazioni tacite in materia di beni culturali e di paesaggio, ritenuti superiori a quelli dell’iniziativa economica privata, come stabilito dalla giurisprudenza costituzionale”, conclude Deliperi.

Completano il quadro, le misure di carattere finanziario introdotte per attrarre e sostenere i capitali privati: si va dall’intervento diretto della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), all’esenzione fiscale, passando per la finanza di progetto e l’abbassamento della soglia dell’investimento necessario per accedere al credito d’imposta (da 200 a 50 milioni di euro). La novità è che d’ora in avanti la Cassa depositi e prestiti, nata per realizzare opere pubbliche, sosterrà anche l’iniziativa privata nella promozione del turismo (e non solo) tramite libretti di risparmio postale o con fondi provenienti dall’emissione di titoli. L’iniziativa imprenditoriale potrà inoltre beneficiare della finanza di progetto e del credito d’imposta, vale a dire che saranno i flussi di cassa ex post, provenienti cioè dalla gestione dell’opera realizzata, a ristorare i finanziamenti. Il credito d’imposta sarà invece utilizzato per la compensazione dei debiti, per la diminuzione delle imposte o per chiedere un eventuale rimborso. “In pratica si socializzano le perdite e si privatizzano i profitti”, conclude Deliperi. Soprattutto, l’iniziativa privata non sembra più tale.

Piero Loi

 

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