Bioetanolo, Tore Cherchi: “A regime creerà 300 posti di lavoro, grande opportunità per il Sulcis”

“Il lavoro nel Sulcis è un’emergenza, perché dire di no a una simile opportunità?”. Salvatore Cherchi, delegato dal Governo e coordinatore del Piano Sulcis, ha le idee chiare sulla questione del bioetanolo a Portovesme e difende il progetto che, a regime,  garantirà 300 posti di lavoro nella provincia più povera d’Italia.

Onorevole Cherchi, perché in Europa si deve produrre il biocarburante?
L’Unione Europea ha deciso che entro il 2020 almeno il 10% del carburante per autotrazione provenga da fonti vegetali. La decisione deriva dalla necessità di contenere l’effetto serra e il surriscaldamento. Il biocarburante riduce del 60% le emissioni di anidride carbonica, in condizioni particolari si possono anche azzerare. Il consumo di carburante per autotrazione rappresenta in Europa il 30% del consumo energetico. Questo il quadro non ipotetico ma molto concreto.

In Italia cosa è stato deciso?
Il Governo nazionale doveva decidere se essere mercato di consumo del biocarburante tedesco o americano o anche un produttore: ha saggiamente deciso per la seconda ipotesi per ragioni strategiche legate all’innovazione e al lavoro.

E in Sardegna?
L’impianto di bioetanolo in discussione per Portovesme (80 mila tonnellate/anno ) è uno dei cinque impianti di nuova generazione programmati per l’Italia. E’ stato scelto il Sulcis in quanto zona ad alto indice di deindustrializzazione.

Da dove arriveranno i soldi per realizzare gli impianti?
Gli impianti saranno realizzati in parte con capitali propri e in parte come prestiti da rimborsare (la Mossi-Ghisolfi investe 90 milioni di capitali propri, ci sono poi finanziamenti di banche e fondi. Ndr). L’epoca dei capitali pubblici erogati a fondo perduto è finita. L’investimento totale si aggira intorno ai trecento milioni che genera 300 posti di lavoro a regime e 600 in fase di montaggio.

Sul piano del lavoro sembrerebbe un’opportunità per la provincia più povera d’Italia.
Perché mai si dovrebbe dire di no nel Sulcis, dove il lavoro più che una priorità è vera emergenza?

Ma veniamo alla nota dolente: l’impatto ambientale.
Per un certo numero di anni iniziali l’approvvigionamento della materia prima (canne o altro vegetale) verrà dall’esterno. Successivamente, nell’arco di sei anni, almeno il 60% della materia prima dovrà provenire da produzioni locali per una questione di sostenibilità industriale.

Cosa risponde a chi presenta scenari dove produzioni emergenti a livello internazionale possono essere messe a rischio?
Parliamo per esempio del Carignano? Non si tocca. Non esiste rischio di espianto dei vigneti poiché i produttori di questo prodotto di eccellenza sanno fare di conto. Il Piano Sulcis peraltro ha tra i suoi obiettivi l’espansione di queste produzioni.

È anche vero però che coltivare canne richiede molto terreno e molta acqua.
Vero. Ecco perché serve un azione di programmazione dell’uso delle risorse, acqua o terra che siano. E questo non lo si può, e non lo si vuole, lasciare all’arbitrio del mercato. Pensiamo solo a quanti milioni di metri cubi d’acque reflue finiscono, dopo depurazione, in mare; ottima acqua per produrre biomasse.

Dove?
Lasciamo stare le migliaia di ettari di terra dei tanti Consorzi di bonifica ancora oggi incolti, auspicando finalmente coltivazioni di colture pregiate. Oltre questi però ci sono enormi estensioni di terreni marginali da mappare e valutare, oltre quelli da bonificare ma non idonei per colture alimentari.

Occorre quindi una prospettiva a lungo termine.
Ciò che serve è un atto di programmazione per governare processi innovativi destinati ad ampliarsi e credo che la nuova guida della Regione abbia le capacità necessarie per farlo cogliendo le nuove opportunità di lavoro.

Carlo Martinelli

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