Il Sulcis alle prese con il dilemma bioetanolo

Bioetanolo si, bioetanolo no. Due posizioni diametralmente opposte che si fronteggiano sulla copernicana svolta da dare alla rinascita economica e sociale del territorio più martoriato ma soprattutto più povero d’Italia: il Sulcis Iglesiente. Un territorio con 5.500 lavoratori in cassa integrazione o mobilità su 125 mila abitanti e una disoccupazione giovanile superiore al 60 per cento. Una provincia che ha pagato a caro prezzo, in termini ambientali, la presenza e lo sfruttamento dei giacimenti carboniferi e metalliferi prima, e delle industrie metallurgiche poi. Anche l’attuale presidente della Regione sarda Francesco Pigliaru ha sostenuto, fin dalla sua campagna elettorale, che la vocazione industriale del polo di Portovesme doveva essere rivista rivolgendo le attenzioni verso uno sviluppo sostenibile basato sulle peculiarità della Sardegna. Evidentemente la Regione ha cambiato prospettiva perché per il biocarburante targato Sulcis c’è il via libera sia del governo nazionale che da quello regionale, anche in virtù di alcune norme che consentono di replicare permessi e concessioni già ottenuti per impianti in esercizio con uguali caratteristiche e votati all’innovazione ecologica.

Le polemiche sono iniziate già un anno fa quando si è iniziato a parlare di un nuovo stabilimento di chimica verde da costruire nell’area industriale di Portovesme, a ridosso della fabbrica dell’Alcoa, per la produzione di bioetanolo di seconda generazione utilizzando biomasse non alimentari, come gli scarti agricoli, e la “arundo donax” , meglio nota come canna da fosso, da cui si estrae la cellulosa trasformata poi, tramite un processo chimico, in bioetanolo. Un impianto simile a quello già costruito dalla stessa società Mossi e Ghisolfi a Crescentino, in provincia di Vercelli, un piccolo paese di circa 8 mila abitanti, dove però le cose non sembrano andare secondo le previsioni: “L’impianto si alimenta principalmente a cippato (scaglie di legno)”, dicono Davide Bono, consigliere regionale Piemonte e Mirko Busto, deputato del M5S, “vista l’impossibilità di approvvigionarsi della materia prima principale per la produzione di bioetanolo. L’arundo donax, o canna gentile, avrebbe dovuto essere coltivata su “terreni marginali e incolti” per non entrare in competizione con le colture alimentari, in particolare riso. Di 160 mila tonnellate annue previste (una quantità che avrebbe coperto mezza pianura piemontese) non se ne è prodotta neppure un chilo. Quindi – aggiungono i pentastellati – si pone il problema della sostenibilità di un impianto all’avanguardia, con tanti finanziamenti pubblici, che finisce per essere una banale centrale a biomasse che si remunera con la produzione di energia elettrica e dalla produzione di bioetanolo dalla paglia di grano (importata)”.

All’interrogazione presentata dai 5 stelle il 10 settembre 2014 sulla sostenibilità e stato di servizio della bioraffineria, l’assessore all’Ambiente della regione Piemonte Alberto Valmaggia risponde, in maniera abbastanza vaga, riportando la dichiarazione della IBP S.p.A. proprietaria dell’impianto, che “dall’avviamento dell’impianto sono state prodotte parecchie migliaia di tonnellate di bioetanolo”. “Noi – aggiungono ancora Bono e Busto – durante un recente sopralluogo, di bioetanolo ne abbiamo visto solo una boccetta in un laboratorio. La nostra preoccupazione – concludono il consigliere e il deputato 5 stelle – è che il flusso di denaro pubblico non sia servito per produrre bioetanolo ma solo per tenere in vita la caldaia che brucia le biomasse”. Le richieste di chiarimenti, dunque, non arrivano solo dalle organizzazioni ambientaliste, che vedono in questo impianto chimico l’ennesimo mostro che darà il colpo di grazia a un territorio che di attentati ambientali, tra miniere e industrie, ne ha riempito perfino i libri di storia. Ma non tutti i gruppi ambientalisti sono sulla stessa linea. “A leggere i commenti sulla stampa”, scrive Stefano Ciafani vice presidente di Legambiente, “sembra che nel sud ovest della Sardegna stia per arrivare una centrale nucleare, un progetto ad altissimo impatto ambientale dove l’arundo donax viene descritta come specie invasiva e devastante, causa di incendi e siccità. Un territorio che – aggiunge Ciafani – per la presenza delle miniere e delle industrie ha subito decenni di devastazione ambientale e per questo è stato inserito nel Programma di bonifica del Ministero dell’Ambiente, i cui ritardi sono stati da noi più volte denunciati. Contro questo modello di sviluppo la classe dirigente sarda dovrebbe dannarsi. Non su progetti innovativi che potrebbero riscrivere la storia dell’industria italiana. Un altro esempio da imitare è quello di Porto Torres – dice ancora il dirigente di Legambiente – dove grazie anche alla dura protesta dei lavoratori della Vinyls sull’isola dell’Asinara, l’Eni ha deciso di investire insieme alla Novamont, altra importante realtà nel campo della green economy italiana, per la realizzazione della bioraffineria di Matrica per produrre bioplastiche, biolubrificanti e bioadditivi in sostituzione del vecchio petrolchimico che trattava residui di raffinazione del petrolio”.

“Ecco la strada da seguire”, conclude Ciafani: “innovazione nei processi e nei prodotti, integrazione con le filiere locali, bonifica dai veleni del passato con la riconversione dei siti produttivi dismessi”. Michela Murgia e Mauro Pili però gridano allo scandalo: “Fermate la devastazione della Sardegna e difendiamola dall’assalto della chimica verde che sfrutterà i contributi pubblici e dopo dieci anni lascerà solo il deserto”. Tra gli agricoltori e allevatori della zona regnano perplessità e disorientamento sulle “proposte” di utilizzo dei terreni irrigui per la coltivazione delle canne che potrebbero però essere ritenute anche “interessanti”. Roberto Puddu, segretario della camera del lavoro di Carbonia, è possibilista: “Noi siamo interessati all’innovazione tecnologica se andrà nella direzione auspicata. E poi ci sono tanti posti di lavoro in ballo. Per questo prima di pronunciarci vogliamo avere contezza di particolari sul progetto, dal momento che ad oggi nessuno ci ha ancora ufficialmente interpellato. Certo è – aggiunge Puddu – che se il vapore prodotto dalla centrale Enel Grazia Deledda potrà essere acquistato dalla fabbrica di biocarburante, sarà un segnale promettente sul proseguo della sua attività, altrimenti il suo futuro potrebbe essere già compromesso. Con tanti disoccupati in più. Per quanto riguarda invece la coltivazione della canna – conclude Roberto Puddu – credo che possa essere un modo come un altro per sfruttare i tanti terreni incolti che ci sono un po’ dappertutto. Nonostante i tanti incentivi pubblici esistenti. D’altronde gli agricoltori sono liberi di scegliere le coltivazioni a loro più convenienti”.

Carlo Martinelli

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