Sblocca-Italia, le norme attuative: sulle trivelle (e non solo) decide lo Stato

Alla fine sotto l’albero ci sono finite anche le norme attuative dell’articolo 38 Sblocca Italia, il cosiddetto sblocca-trivelle. Il governo le ha inserite dentro il maxi-emendamento alla Legge di stabilità presentato a Palazzo Madama. E non hanno l’aspetto di un regalo alle regioni. Stando alle nuove norme, a predisporre il piano delle aree in cui saranno consentite le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi, nonché di stoccaggio di gas naturale, saranno i ministeri dello Sviluppo economico (Mise) e dell’Ambiente. Previa intesa con la Conferenza Stato-Regioni. Ma se l’intesa non c’è? In quel caso, trascorsi i prima 150 giorni, il Mise concederà un altro mese di tempo per il raggiungimento dell’accordo. Se l’intesa non arriva neanche in seguito alla proroga, gli atti verranno rimessi alla presidenza del Consiglio, cui spetta la decisione finale entro i sessanta giorni successivi. Se poi, durante quel lasso di tempo, il presidente della regione interessata si dichiarerà favorevole, bene. In caso contrario si andrà comunque avanti visto il carattere di interesse strategico attribuito alla coltivazione dei giacimenti di gas e greggio.

Il piano riguarderà solo le attività sulla terraferma, visto che le concessioni a mare sono affare di Stato. Che tuttavia riguardano da vicino la Sardegna, interessata dalle richieste di prospezione avanzate dalla texana Schlumberger e dai norvegesi della Tgs-Nopec Geophysical Company Asa su un’area di 20.890 kmq compresa tra le coste nordoccidentali dell’isola e le Baleari. Com’è noto, la Saras, che in seguito allo stop imposto dall’assessorato all’Ambiente ha presentato ricorso al Tar Sardegna, vorrebbe invece azionare le proprie trivelle per estrarre gas dal sottosuolo di Arborea.

Le norme varate con l’approvazione della legge di stabilità non riguardano solo la ricerca e l’estrazione degli idrocarburi. Il bollino dell’interesse strategico è stato applicato anche ai permessi per lo sfruttamento di risorse geotermiche (le richieste in Sardegna sono oltre dieci e coinvolgono un’area di oltre 100mila ettari), agli interventi di re-industrializzazione – anche nelle aree inquinate – agli elettrodotti, ai metanodotti e ai depositi di stoccaggio di prodotti petroliferi, nonché ai terminali costieri e alle infrastrutture portuali strumentali allo sfruttamento di titoli concessori, comprese quelle localizzate al di fuori del perimetro delle concessioni. Vale a dire che non c’è solo l’area interessata dai permessi, quanto piuttosto un insieme di infrastrutture che lo sfruttamento di gas e greggio comporta. Ebbene, anche in questi casi lo Stato cercherà di raggiungere un’intesa con le regioni interessate. Si precisa anche che verranno fatte salve le competenze delle regioni a statuto speciale, ma si trova anche scritto che in caso di assenza d’intesa, la presidenza del Consiglio potrà emettere un atto di alta amministrazione. In ogni caso, se il parere della regione non arriva entro il termine stabilito varrà il silenzio assenso. E come sottolineano le nuove norme, il via libera del governo varrà anche come variante urbanistica. C’è di più, si dice esplicitamente che neanche i piani paesaggistici potranno bloccare gli interventi che hanno ottenuto il via libera.

Appare allora chiaro che il dibattito, almeno per quanto riguarda la Sardegna, s’incentrerà sulla possibilità di quest’ultima di decidere in casa propria. Un primo problema riguarda il trasferimento della procedura di valutazione d’impatto ambientale: dal 31 marzo 2015 i progetti verranno infatti valutati al Ministero dell’Ambiente. La questione principale attiene in ogni caso ai rapporti tra Stato e regione ovvero alla divisione e all’esercizio delle competenze tra i due soggetti di diritto così come sancite da Costituzione e Statuto speciale. Ad esempio, su miniere e cave la regione ha piena potestà legislativa, mentre è materia concorrente la produzione e la distribuzione dell’energia.

Sul tema interviene il professore di Diritto Costituzionale dell’Università di Teramo Enzo di Salvatore, che ricorda: “Nel 1991 la Corte costituzionale ha chiarito che la legge dello Stato è applicabile anche alle autonomie speciali, in ragione dell’interesse nazionale sotteso alla realizzazione degli impianti energetici e delle attività petrolifere, previo coinvolgimento delle Regioni (tutte) attraverso lo strumento dell’intesa in luogo del mero parere”.

In pratica, “il meccanismo è quello dell’attrazione in sussidiarietà” da parte dello Stato. D’altra parte, l’art. 38 dello Sblocca-Italia lo dice espressamente: il titolo concessorio unico è accordato “con decreto del Ministro dello sviluppo economico, previa intesa con la Regione o la provincia autonoma di Trento o di Bolzano territorialmente interessata”. E il riferimento a Trento e Bolzano lascia appunto intendere che la disciplina del procedimento trovi applicazione anche alle Regioni a Statuto speciale”. Insomma, nonostante l’articolo 43 bis dello stesso testo, accolto come un argine in difesa delle regioni autonome, l’istituto dell’intesa potrebbe essere solo nominale.

Intanto, nell’Isola sempre più comuni chiedono alla regione di assumere una posizione netta contro lo Sblocca Italia, presentando ricorso alla Corte costituzionale. In tal senso va la proposta di deliberare contro le misure introdotte dai decreti “Destinazione Italia”, “Competitività” e appunto “Sblocca Italia”( si va dalle trivellazioni, comprese quelle per lo sfruttamento delle risorse geotermiche, all’incentivazione della combustione dei rifiuti, passando per i nuovi processi di privatizzazione del settore idrico) rivolta dall’associazione Isde – Medici ai comuni. In Sardegna hanno aderito già i comuni di Padru, Martis, Perfugas e Chiaramonti in Anglona, Aggius, Bortigiadas e Tempio nell’Alta Gallura, Ottana, Villacidro e Arborea. A giorni si aggiungeranno anche Dorgali, Lula, Irgoli e Posada. E anche Cagliari ci pensa.

Piero Loi

 

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