L’operaio impaurito e la rinuncia ai diritti. E’ la “sindrome d’assedio”. L’analisi di Lilli Pruna

Non solo non c’è il lavoro. Ma il lavoro che è rimasto ha perso forza, dignità, sicurezza. La chiamano “sindrome d’assedio”. E’ lo stato d’animo di quanti hanno ancora un lavoro e sempre più ne avvertono la precarietà.

E’ il mondo in cui viviamo – sempre più popolato di nuovi disoccupati anche tra i parenti e gli amici –  a dire  che il  posto di lavoro è perennemente a rischio. Tanto che sempre meno viene avvertito come un diritto. E, conseguentemente, sono sempre di più i lavoratori disposti a cedere, ad accettare condizioni peggiori.

E’ quanto emerge da una ricerca commissionata dal Centro Studi Cgil al Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni dell’Università di Cagliari e realizzata da Lilli Pruna, docente di sociologia e coordinatrice del progetto, dalle ricercatrici Silvia Tedde e Sabrina Perra, dal segretario generale Michele Carrus, e da Enzo Costa, presidente nazionale Auser.

Sono state intervistati 2.457 lavoratori, occupati in aziende pubbliche e private, in ogni parte della Sardegna. “I risultati  – ha commentato la Cgil -rappresentano una importante fonte di conoscenza sulle condizioni di vita, i percorsi lavorativi, le opinioni e le aspettative che riguardano il lavoro, i diritti, il sindacato”.

Il quadro delle condizioni di lavoro è il primo tra gli elementi che raccontano la “sindrome dell’assedio”, cioè lo stato d’animo del lavoratore ‘impaurito’. Sono emerse infatti  condizioni di lavoro gravose, sotto molti profili, a cominciare dall’organizzazione degli orari. Più del 40 per cento degli intervistati svolge un lavoro a turni e nella larga maggioranza dei casi i turni comprendono il sabato, la domenica e la notte. Per oltre il 40 per cento degli intervistati negli ultimi anni le condizioni di lavoro sono peggiorate, soprattutto per gli operai (48 per cento), per meno del 18 sono migliorate, soprattutto per i dirigenti (quasi il 33 per cento).

NELL’ARTICOLO CHE SEGUE LA COORDINATRICE LILLI PRUNA PARLA DI QUESTA RICERCA.

Un anno fa, con la CGIL, abbiamo deciso di condurre una grande ricerca sul lavoro in Sardegna. Grande in termini di “numeri” – migliaia di lavoratori e lavoratrici coinvolte in tutta la regione – ma anche per le ambizioni conoscitive: ci siamo proposti di capire ciò che resta della coscienza dei diritti nel lavoro ricostruendo i processi sociali e i percorsi lavorativi attraverso i quali si forma la coscienza individuale e collettiva dei diritti, in un Paese in cui formalmente esistono dei diritti nel lavoro.

E’ già una notizia, perché in Sardegna non si studia il lavoro, né all’università né altrove. C’è da non crederci, vista la centralità e la gravità del problema, eppure è così. Si studiano il mercato e le regole del lavoro, ma quali forme abbia assunto il lavoro, in quali condizioni si svolga, quali i profili sociali e professionali di coloro che lavorano, che cosa succede nei luoghi di lavoro non sembrano temi a cui è necessario dedicare un impegno sistematico. Ci si accontenta delle percezioni individuali, di informazioni sommarie, del senso comune. Sembra che di una conoscenza più precisa del cosiddetto “mondo del lavoro” si possa fare a meno.

Del lavoro si sa poco, e si vede da tante cose, a cominciare dal tipo di politiche che vengono pensate e realizzate, che appaiono poco o per nulla attinenti ai problemi del lavoro e il più delle volte infatti sono incapaci di affrontarli, spesso addirittura li complicano. Quel poco che si conosce è ricavato da classificazioni statistiche utilissime ma sempre meno adeguate a descrivere condizioni di lavoro molto differenziate e mutevoli, che hanno un senso e un significato soggettivo del tutto trascurato eppure essenziale, e una rilevanza sociale che va ben oltre le analisi dei dati ufficiali disponibili.

Insomma, una indagine sul lavoro ci è sembrata necessaria. E ci è sembrato necessario partire dai diritti, a cui sono legate le forme e le condizioni che il lavoro assume, ponendoci due domande: che cosa rimane della coscienza dei diritti nel lavoro tra i lavoratori e le lavoratrici? Se tra i più anziani può essersi indebolito o smarrito il senso originario dei diritti nel lavoro, tra i più giovani è mai nato? Non sono domande oziose (cioè inutili), come si usa dire e come si potrebbe pensare, sono domande importanti e scomode, che pochi vogliono porsi e di cui quasi nessuno ha voglia di sapere le risposte.

In tempi in cui il lavoro perduto e il lavoro mai avuto costituiscono un problema cruciale e rovente, nel quale è racchiuso il senso del diritto al lavoro, che ragione c’è di indagare sui diritti nel lavoro? Il senso c’è ed è legato alle possibilità di accedere ad un lavoro dignitoso e a condizioni di vita dignitose. Senza il riconoscimento dei diritti il lavoro non può costituire la base solida di una buona società, in cui si distribuiscano opportunità e risorse in modo meno diseguale possibile. Abbiamo davanti agli occhi quotidianamente gli effetti che il lavoro senza diritti produce sui redditi familiari, sulla possibilità di fare studiare i figli, sulla capacità di mantenere un tenore di vita normale, sulle opportunità di rendersi autonomi e di conservare la propria dignità.

Abbiamo posto cento domande sul lavoro – da qui il titolo della ricerca – a migliaia di lavoratori e lavoratrici della Sardegna, occupati in aziende pubbliche e private, in ogni parte del territorio regionale. Lo abbiamo fatto attraverso un questionario distribuito dalla CGIL nei luoghi di lavoro, a cui hanno risposto con grande generosità quasi 2.500 lavoratori e lavoratrici. Si tratta in larghissima parte di persone che hanno una occupazione stabile, se si può considerare stabile un’occupazione solo sulla base del contratto (le risposte alle cento domande ci dicono infatti che non si può).

L’analisi dei risultati è solo all’inizio ma sembra molto interessante e si profila densa di riflessioni. Tra tutte, mi sembra particolarmente carica di implicazioni (e di ulteriori domande che dovremmo porci) la riflessione sulla persistenza (inaspettata?) delle classi sociali, di cui non si sente più parlare da tempo. Operai dell’industria e dei servizi e lavoratori manuali di tutti i settori hanno condizioni di lavoro e di vita, prospettive e opinioni (anche sui diritti) molto distanti da quelle di categorie professionali contigue ma diverse come gli impiegati e gli insegnanti: i primi risultati della ricerca suggeriscono che abbiamo voluto liberarci troppo frettolosamente della “classe operaia”, considerandola estinta o in via di estinzione, forse per liberarci dell’idea di una società divisa in classi (antagoniste se non proprio conflittuali), ma le classi sociali resistono e la nostra società è ancora fortemente classista. Le regole le dettano i più forti e vanno sempre a svantaggio dei più deboli.

Lilli Pruna

 

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