L’Eurallumina sapeva dei rifiuti pericolosi. Ma non ha fatto niente

I vertici dell’Eurallumina erano a conoscenza dello smaltimento illecito di rifiuti pericolosi effettuati all’interno degli impianti da loro gestiti, ma non hanno fatto niente, se non mettere in agenda “un intervento politico” per far sì che quelle acque contaminate non venissero considerate rifiuti industriali.  Lo rivelano  le intercettazioni ordinate dal pm Marco Cocco e depositate nell’ambito del procedimento che vede imputati l’amministratore delegato dell’Eurallumina Vincenzo Rosina e il direttore dell’impianto Nicola Candeloro per disastro ambientale in concorso e traffico illecito di rifiuti speciali pericolosi e non. Sulla richiesta di rinvio a giudizio presentata lo scorso novembre dal pm deciderà il gup il prossimo 17 giugno.

Il punto è che le acque contaminate dalle attività effettuate all’interno dell’impianto amministrato da Rosina e Candeloro dovevano essere trattate come un rifiuto industriale speciale e smaltite in impianti autorizzati, ma ciò non accadeva. Anzi, stando ai riassunti delle telefonate intercettate, per Candeloro “occorreva insistere in tutte le sedi affinché l’acqua di falda non venisse considerata un rifiuto e perorare questa tesi, perché altrimenti ci inchiappettano”. È quanto emerge nel corso di una telefonata tra Candeloro e Carlo Lolliri, amministratore delegato della Portovesme S.r.l. Alla considerazione di quest’ultimo (“la disposizione di legge è chiara, egli ha i pozzi all’interno dello stabilimento”), Candeloro, ribatte che “il problema è tra il Noe e la Procura della Repubblica, e quindi se c’è da fare qualche intervento politico bisogna farlo. Lolliri si mostra d’accordo”, si legge nelle carte.

L’inchiesta dela procura cagliaritana prende le mosse nel marzo del 2009, in seguito alla rottura di una condotta che trasporta l’acqua di falda proveniente dalla Sala Pompe della vicina centrale Enel e da altri punti dell’agglomerato industriale fino allo stabilimento dell’Eurallumina. E da qui al bacino dei fanghi rossi, dopo essere stata impiegata nel ciclo di lavorazione dell’alluminio. Nell’acqua riversatasi sulla strada che attraversa il polo industriale di Portovesme, i carabinieri del Nucleo operativo ecologico avevano rilevato, all’indomani dell’incidente, la presenza di metalli pesanti, fluoruri, boro, manganese e arsenico oltre i limiti previsti dalla legge.

Nel settembre dello stesso anno il pm  Cocco prefigura le ipotesi di reato di disastro ambientale e traffico illecito di rifiuti pericolosi, inizialmente a carico di ignoti poi con l’iscrizione nel registro di Rosina e Candeloro.

“Le modalità gestionali dei rifiuti costituiti dalle acque contaminate affioranti nel sito denominato sala pompe dell’Enel, a parere di chi scrive – si legge nella richiesta con cui cui il pm Cocco chiede l’autorizzazione alle operazioni di intercettazione -, vanno a integrare il delitto di traffico illecito di rifiuti speciali sia pericolosi che non, essendo stato allestito dall’Eurallumina un sistema per la raccolta e lo smaltimento non autorizzato di ingenti quantitativi di suddetti rifiuti speciali, al solo fine di trarne un ingiusto profitto, attribuendo, falsamente a tali operazioni il carattere dell’approvviggionamento idrico. Infatti, L’Enel constatando che le acque affiorate risultavano contaminate da sostanze riconducibili al ciclo dell’Eurallumina, ritenendo così che gli oneri dello smaltimento dei rifiuti competessero a quest’ultima, trovava nella predetta il soggetto che, anche in ragione delle proprie esigenze idriche, del possesso di un enorme sito per lo smaltimento di rifiuti (il bacino dei fanghi rossi, n.d.r.), nonché della consapevolezza delle proprie responsabilità, si accollava favorevolmente i costi minimali per la costruzione del sistema di raccolta e rilancio, i cui costi di esercizio, in termini di costi elettrici, venivano sostenuti dall’Enel”.

Piero Loi

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