LA MISSIONE. Tre suore dall’Eritrea per riaprire il monastero di Sassari

Dal Corno d’Africa alla Sardegna per una missione che si svolgerà dietro le grate della clausura. Sembra l’inizio di un racconto mistico ambientato in un’altra epoca, ma è quanto sta accadendo nel centro storico di Sassari. Nelle scorse settimane tre suore provenienti dall’Eritrea sono arrivate in città con la bibbia, le valigie in mano e un obiettivo molto particolare: riaprire l’antico monastero delle Cappuccine, incastonato nel cuore della città vecchia, e chiuso da oltre un anno a causa del calo delle vocazioni.

Per la Chiesa cattolica è una vera e propria “inversione di rotta” rispetto ai tradizionali percorsi di missione. Solitamente, i viaggi di evangelizzazione di questo tipo partono dall’Europa per raggiungere i villaggi abbondanati dell’Africa. Questa volta invece è accaduto l’esatto contrario. La notizia della chiusura di un monastero seicentesco a Sassari ha fatto il giro del mondo e, tra i tantissimi componenti della famiglia francescana, è giunta all’orecchio di tre suore dell’Eritrea che hanno deciso con entusiasmo di trasferirsi nella lontana Sardegna accettando la sfida di far riaprire la struttura.

Sassari, monastero clausura
Sassari, monastero clausura

Questo sarà il loro primo Natale in Italia: dovranno abituarsi alla lingua e alle usanze locali, ma la gente del centro storico di Sassari le ha già “adottate” con gratitudine. “Non mi aspettavo questo ritorno delle suore. È un bellissimo regalo di Natale per noi, che ci sentiamo un po’ come le loro vicini di casa” confida una delle tante fedeli all’esterno della chiesa. C’è un po’ di sorpresa per la loro provenienza, perché a memoria d’uomo le monache ospitate a Sassari provenivano al massimo dal Campidano. Ma non sempre è stato così. Le Clarisse Cappuccine, quando arrivarono per la prima volta a Sassari nel lontano 1670, vennero direttamente da Madrid. Si insediarono presso un gruppo di case adiacenti alla chiesa di San Salvatore, oggi scomparsa. L’autorizzazione alla fondazione del monastero, da parte del magistrato di Cagliari, giunse nel 1690 e fu confermata nel 1691 dall’arcivescovo di Cagliari. Nel frattempo le monache ricevettero diverse donazioni per la costruzione del complesso, anche da parte di illustri personaggi, quali il re Filippo IV di Spagna e l’Inquisitore generale. La chiesa, dedicata alla Sacra Famiglia, venne consacrata nel 1692 e completata nel 1695.

Per intere generazioni di sassaresi, le monache hanno rappresentato il mistero del sacro. La loro vita, la loro presenza silenziosa all’interno delle mura del monastero hanno affascinato tantissimi credenti e non, che si sono accostati alla grata del parlatorio con affetto e un pizzico di curiosità. All’interno del monastero è ancora presente la “ruota”, una struttura che permette lo scambio di oggetti tra il mondo esterno e la clausura. È grazie alla ruota che le monache hanno aiutato concretamente gli abitanti di Sassari tramite lo scambio di viveri e di beni di prima necessità soprattutto in occasione di guerre, pestilenze e carestie.

Questo legame con Sassari si è interrotto bruscamente nel maggio dell’anno scorso, quando l’Arcivescovo di Sassari, Padre Paolo Atzei e

il ministro provinciale dei frati cappuccini, Padre Giovanni Atzori, hanno deciso di comune accordo di chiudere l’antica struttura religiosa dopo 344 anni di storia. Le cappuccine rimaste erano troppo anziane e avevano bisogno di assistenza: così, è stato deciso di trasferirle in altri monasteri con la conseguente chiusura delle attività a Sassari. Ora con l’arrivo delle nuove consorelle, sembra garantita la prosecuzione della storia di questa istituzione plurisecolare. Ed è una buona notizia anche per gli amanti dell’arte. Nel monastero sono custodite tele di inestimabile valore, tra le quali spicca il Martirio di san Gavino, del calabrese Mattia Preti. Un’opera che di recente ha suscitato l’interesse del critico d’arte Vittorio Sgarbi dopo essere stata esposta al pubblico nella mostra “Caravaggio e i caraveggeschi” a Palazzo Ducale. La chiusura definitiva del monastero avrebbe portato non soltanto a una perdita spirituale per la città ma anche l’inesorabile declino delle opere d’arte contenute al suo interno.

Michele Spanu

@MicheleSpanu84 on Twitter

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