Il Parco Geominerario fuori dall’Unesco: “Non si può creare ciò che non esiste”

Il Parco Geominerario della Sardegna è fuori dalla Rete mondiale dei Geoparchi dell’Unesco. L’Executive board (commissione) dell’Unesco Global Geoparks lo ha espulso ieri durante la riunione convocata a Siviglia. Una riunione attesa dopo la visita, a luglio scorso, delle due commissarie Marie Louise Frey e Cathrien Posthumus che avevano ispezionato tutto il territorio del Parco.

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Il loro report, non vincolante, non ha soddisfatto i commissari. Il nodo in particolare riguarda la continuità del territorio, la difficoltà di identificare una radice comune: “Data la situazione, sono stati compiuti progressi insufficienti riguardo alle raccomandazioni dopo l’ultima ispezione – avevano scritto le commissarie –. Non si tratta di un territorio unico, con un’identità comune, e non c’è alcun approccio strategico per l’unificazione o la creazione di un’identità comune oltre a un’organizzazione assolutamente inadeguata per quanto riguarda le risorse umane”. L’area del parco, secondo il suo atto costitutivo del 2001, comprende tremila e cinquecento chilometri quadrati di territorio e abbraccia 81 Comuni in tutta la Sardegna.

Una tegola per i responsabili del Parco e per le comunità interessate, che sul riconoscimento hanno puntato l’idea di uno sviluppo futuro dal punto di vista economico. Dopo la notizia del cartellino rosso il presidente del Parco, Tarcisio Agus, e il direttore Ciro Pignatelli sono amareggiati. “Non si può creare ciò che esiste solo sulla carta. Questo ci hanno detto i commissari dell’Unesco, che ci hanno chiesto di ridimensionare il progetto e riproporlo nelle sue reali dimensioni di Parco geominerario di grande ricchezza storica culturale e naturale”, scrivono i vertici in una nota.

“Era stato premiato con il marchio Unesco, un progetto, un’idea che aveva bisogno di essere tutta costruita: l’idea di poter ambire ad essere il geoparco più grande d’Europa. Ma già i due cartellini gialli hanno mostrato la complessità di un processo, per la cui realizzazione c’era la necessità di forti strutture politico-istituzionali ma anche di un efficiente apparato tecnico. Di assunzione di responsabilità politica (la prima che è venuta meno nell’avvicendarsi di maggioranze più o meno sensibili al progetto), ma anche di una condivisione e collaborazione totale di tutte le aree che, sulla carta, formano il grande progetto Unesco”.

Ma per i responsabili il lavoro da fare era tanto e c’era chi “remava contro”. “Ce l’abbiamo messa tutta anche con i pochi mezzi, la scarsità di personale e molta parte che remava contro. Ma sapevamo che sarebbe stato difficilissimo unire aree della Sardegna sotto un unico sistema, laddove c’è frammentazione, chiedere collaborazione laddove c’è crisi e resistenza, chiedere condivisione laddove c’è scarsissima conoscenza del patrimonio geominerario dei propri territori. E noi, arrivati solo due anni fa sapevamo di avere ricevuto un compito ben arduo. Fare il miracolo di chiudere il processo, e rendere unite, collaborative e consapevoli del proprio patrimonio, tutte le aree del Geoparco.

“Ce la stiamo mettendo tutta per dare al Parco una dignità di Ente autonomo, motore di una valorizzazione del patrimonio storico e ambientale di cui la Sardegna deve essere fiera rappresentante – conclude Tarcisio Agus -, il fatto che il board dell’Unesco ci ritiene non ancora in grado di proporci come sistema integrato, non toglie niente all’impegno che abbiamo di perseguire gli obiettivi di ottimizzazione e di maggior coinvolgimento istituzionale, di enti e associazioni, della costruzione di Centri visita attraverso una reale Rete dei laboratori Ceas e del variegato sistema museale esistente fino alla promozione dei geositi e delle aree ad alta valenza mineraria e ambientale”. (mar.pi.)

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