Il Far west della caccia

L’urlo è stato rilanciato anche sui social network: “Idioti e criminali“. È rivolto da una madre su Facebook ai cacciatori che in una tranquilla domenica pomeriggio di autunno, nell’Oristanese, vagavano attorno alla periferia di Scano Montiferro. Uno di loro ha sparato e colpito la scala esterna della sua casa. Poco sotto c’erano i suoi due figli che giocavano tranquilli, fino a quel momento. Il proiettile si è conficcato nel parapetto. L’incidente di caccia è stato solo sfiorato, ma è stato un caso: ora ci sono le indagini dei Carabinieri. L’uomo si è pure avvicinato alla casa, secondo quanto riportano le agenzie, e avrebbe parlato di un colpo di rimbalzo. Dettaglio poi smentito dagli inquirenti

Pochi giorni fa era andata peggio a una donna intenta a raccogliere le olive nelle campagne di Norbello – sempre nell’Oristanese – attività di routine in questa stagione. Lei è stata colpita al volto da una cinquantina di pallini. Stava lavorando nel suo terreno e, fortunatamente, è stata solo ferita.

Sul caso interviene anche l’associazione Grig – Gruppo di intervento giuridico che definisce la caccia “un passatempo armato piuttosto pericoloso”. E al di là delle posizioni pro e contro – tra appassionati, indifferenti e contrari – rilancia la discussione “quantomeno sulle condizioni di sicurezza della caccia”, soprattutto in Sardegna. “Ormai – si legge nella nota – la caccia da tempo è divenuta oggettivamente un’attività pericolosa per chiunque frequenti boschi e campagne”.

I dati. In tutta Italia nel corso dell’attuale stagione di caccia 2015-2016 si è arrivati a 16 morti (tutti cacciatori) e a 31 feriti (23 cacciatori, 8 persone comuni). La stagione precedente 2014-2015  la contabilità dei morti e feriti umani si era fermata a 41 morti (38 cacciatori, 3 persone comuni) e a 66 feriti (51 cacciatori, 15 persone comuni). Di questi 2 morti (tutti cacciatori) e 9 feriti (tutti cacciatori) in Sardegna. Non esiste un dato preciso riguardo il numero di morti e feriti fra gli altri animali, le stime sono dell’ordine dei decine di milioni.

Il caso simbolo degli incidenti di caccia resta quello di tre anni fa. Quando nel 2012, a novembre, rimase ucciso un bambino-cacciatore, di 12 anni. Era stato colpito alla testa da un colpo partito da un compagno di caccia, un carabiniere in pensione. Per il bambino – come capita spesso nelle zone dell’interno – non era la prima volta: la battuta al cinghiale era già diventata un rito che seguiva in compagnia del padre e del fratello maggiore. (mo.me.)

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