I brigatisti all’Asinara, la rivolta del ’79: l’esplosivo nelle caffettiere della moka

Fu, il 1979, l’anno horribilis per la Sardegna. Nell’Isola vennero messi a segno ben dodici sequestri di persona, il più eclatante dei quali riguardò i cantanti Fabrizio De André e Dori Ghezzi, mentre la cappa di piombo del terrorismo rosso e nero si allungava sull’isola dell’Asinara. Fu, il 1979, un anno di fuoco, e mentre Giorgio Foratini nelle sue vignette disegnava la Sardegna come un orecchio mozzato e grondante di sangue, Prospero Gallinari, insieme con altri militanti della colonna romana delle Brigate Rosse (Renato Arreni, Bruno Seghetti e Alessio Casimirri) studiava come organizzare l’evasione di massa dal carcere dell’Asinara, dove era rinchiuso il gruppo ‘storico’ dei fondatori delle Br, isolato nella diramazione di Fornelli (una delle dieci in cui era suddiviso il penitenziario.

Il piano eversivo per l’Asinara era scritto sulle carte che Gallinari (deceduto nel 2013) si portava sempre dietro. Quando venne arrestato, il 24 settembre del 1979, dopo un violentissimo conflitto a fuoco con la polizia stradale, quei documenti finirono nella mani del generale Carlo Alberto dalla Chiesa che predispose, di concerto con la magistratura, diverse perquisizioni nel supercarcere di Fornelli. Dove, nel frattempo, il gotha del terrorismo rosso recluso sul’isola stava predisponendo la rivolta a sostegno dei militanti che dall’esterno avrebbero dovuto dare supporto all’azione. In realtà il piano Gallinari del sostegno esterno venne abbandonato dopo diversi incontri e sopralluoghi fatti in Sardegna usando come base Stintino, dove i brigatisti alloggiavano in un campeggio mascherati tra i turisti. Il Comitato esecutivo delle Br decise di desistere in una riunione a Porto Torres. Troppe le difficoltà di mettere in atto un assalto armato dal mare, anche nel caso in cui il gruppo estremistico di Barbagia Rossa avrebbe garantito supporto.

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Il piano interno invece, elaborato dalle Br e approvato da Renato Curcio in persona, ebbe inizio la sera del 2 ottobre 1979. I reclusi potevano contare su un mini ‘deposito’ di esplosivo, in particolare C4, introdotto in carcere attraverso i baci che si scambiavano con i loro parenti. Non andò tutto liscio: le microspie di cui era disseminato l’intero braccio speciale, dove erano detenuti sia i brigatisti rossi che gli esponenti del Nap (Nuclei armati proletari) guidati da Pasquale Abatangelo, avevano allertato la polizia penitenziaria che si muoveva con la massima attenzione tra i diversi bracci interni al super carcere. Il piano scattò quando cinque agenti, poco dopo le 19, riaccompagnarono in una delle celle il brigatista cui spettava il compito di ‘distrarre’ la polizia penitenziaria.

Tuttavia l’agente che aveva in mano le chiavi si rese conto che qualcosa non quadrava e, invece di far scattare il chiavistello per aprire l’inferriata, diede un primo giro a destra e poi a sinistra lasciandola chiusa. Il brigatista che era dentro la cella provò comunque a forza l’ingresso, ma rimase intrappolato. La rivolta prese avvio in quei concitati momenti, mentre i cinque agenti trascinavano il detenuto verso la zona del parlatorio. Le macchinette del caffè, le classiche Moka, riempite di tritolo vennero tirate fuori dai nascondigli e utilizzate come ordigni.

All’Asinara e in tutto il nord Sardegna scattò l’allarme generale. Per diverse ore i brigatisti devastarono, usando brande e tavolini come arieti, l’ala del supercarcere di Fornelli, nella speranza di poter guadagnare l’uscita attraverso i tetti. Ma il controsoffitto che metteva in comunicazione le celle, una volta sfondato, rivelò un’altra insormontabile parete di cemento armato. Chiusi all’interno i brigatisti chiesero alla Procura di Sassari di parlare con il magistrato di turno, il sostituto Giovanni Mossa, e con l’allora direttore del supercarcere, Luigi Cardullo.

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Seguirono ore di tensione e assalti, mentre sull’isola sbarcavano in forze di carabinieri, poliziotti e finanzieri che circondarono l’intero perimetro di Fornelli. Dopo diversi assalti, respinti a suon di caffettiere esplosive, l’intero braccio del carcere di Fornelli venne inondato di gas lacrimogeni, sino alla resa dei rivoltosi. Molti detenuti vennero trasferiti all’ospedale di Sassari per essere curati dai sintomi di asfissia e dalle vesciche urticanti provocate dai lacrimogeni. Ma anche dai colpi di manganello ricevuti.

Il supercarcere, ormai inagibile, venne chiuso in attesa della ristrutturazione: i detenuti furono trasferiti nel penitenziario nuorese di Badu ‘e Carros e in altre supercarceri italiane. i militanti delle Br, tuttavia, bollarono come un ‘successo’ la rivolta delle caffettiere all’Asinara.

Il processo che ne seguì, davanti alla Corte d’Assise di Sassari, portò alla condanna a quattro anni di Maurizio Ferrari, Giorgio Panizzari, Arialdo Lintrami, Giorgio Semeria, Angelo Basone, Renato Curcio, Roberto Ognibene, Giuliano Isa, Francesco Bartolazzi, Alberto Franceschini, Tonino Paroli e Lauro Azzolini, riconosciuti responsabili dei reati di detenzione di esplosivo, lesioni e danneggiamento; vennero invece prosciolti dall’accusa più grave, ovvero il tentato omicidio degli agenti di custodia.

Pasquale Abatangelo, Roberto Ognibene e Lauro Azzolini furono condannati ad ulteriori quattro mesi di carcere anche per aver cercato di sequestrare una guardia. I difensori del gruppo storico delle Br e dei Nap erano il defunto penalista nuorese Giannino Guiso e gli avvocati Angelo Merlini e Giuseppe Conti.

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La diramazione di Fornelli, ristrutturata sotto le indicazioni del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, portò all’incriminazione e alla condanna per peculato dell’allora direttore del carcere, Luigi Cardullo, e della moglie Leda Sapio (deceduta nel 2013). Quell’ala dell’Asinara rimase chiusa sino al 1992 quando ospitò, in regime di 41 bis, i mafiosi di Cosa Nostra. I quali – si racconta – abbassavano lo sguardo entrando nel penitenziario dove era stata sistemata la gigantografia dei giudici Paolo Borsellino e Giovanni Falcone.  Il carcere venne chiuso definitivamente ventuno anni fa, nel 1998. Uno dei detenuti, Alberto Franceschini, una volta tornato libero ha visitato a più riprese l’Asinara, accompagnato dall’ex ispettore della polizia penitenziaria, Giommaria Deriu. Lo ha fatto due lustri fa e anche lo scorso anno, quando ha rilasciato un’intervista a una televisione.

Di certo l’ex penitenziario avrebbe bisogno di importanti lavori di riqualificazione. Ma reperire le risorse è una strada in salita, di cui ci occuperemo nella terza e ultima puntata dedicata a questo speciale dedicato all’Asinara.

(2 – continua)

Giampiero Cocco

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