Fantarcheologia, Rubens D’Oriano: “Basta con gli ‘esperti’ improvvisati”

Aeroporto di Elmas: dlin dlon si avvisano i signori passeggeri in partenza per Roma che il loro aeromobile sarà eccezionalmente pilotato dall’architetto Bianconi, che non ha il brevetto e non ha mai pilotato un aereo ma è un grande appassionato di aerei”.

Cosa succederebbe se prima di salire su un volo sentissimo questo annuncio? E come reagiremmo se in sala operatoria ci dicessero che il medico non è un medico ma un appassionato di scienze? Se lo chiede Rubens D’Oriano, archeologo, riguardo ai tanti appassionati di storia che formulano ipotesi più o meno credibili sull’archeologia della Sardegna: un mondo di associazioni, cultori e simpatizzanti della materia privi di basi scientifiche e accademiche che sta agitando il dibattito attorno al passato dell’isola. Per tutto questo D’Oriano ha coniato pure un neologismo ‘Fantarcheosardismo‘: un mix di teorie, fascinazioni e sardità che trova scarso apprezzamento, per non dire ostilità, tra gli addetti ai lavori.
D’Oriano, 60 anni, nato a La Maddalena, è da anni funzionario della Soprintendenza Archeologica di Sassari e Nuoro. Ha in curriculum decine di scavi archeologici nel nord dell’isola e diverse pubblicazioni scientifiche e divulgative di storia e archeologia. Il successo mediatico delle statue nuragiche di Mont’e Prama, esposte al pubblico un anno fa dopo i restauri, lo ha portato a prendere una posizione netta contro le ‘fantateorie’ attorno ai Giganti e all’archeologia sarda.

rubens-d-orianoD’Oriano, ci spieghi questa nuova disciplina.
Quando la fantarcheologia incontra l’archeosardismo nasce allora il ‘fantarchesardismo’, che si nutre di un’immagine mitizzata della Sardegna nuragica: secondo questa teoria, i Sardi di oggi sarebbero discendenti, sul piano dell’identità culturale, degli antichi Nuragici, popolo dominatore di tutto il Mediterraneo e forse oltre, ultimo baluardo autentico di una sardità poi colonizzata e sfruttata da Fenici, Romani e altri ‘invasori’. Oggi sappiamo che non è così, che la Sardegna fu terra di scambi e commercio e non di invasioni da popoli ostili, che quello che siamo oggi è il frutto di una stratificazione genetica e culturale complessa di molti gruppi che qui si incontrarono. Eppure l’idea dei Nuragici contro tutti, di un passato mitico che qualcuno ci ha sottratto fa molta più presa sull’opinione pubblica e il motivo è semplice: le favole, dalla Bibbia a Harry Potter, hanno sempre venduto più della realtà.

E va bene, ammettiamo anche che siano balle gigantesche. Ma perché tanto accanimento da parte degli archeologi?
Esattamente come nessuno di noi salirebbe su un aereo pilotato da uno che non ha il brevetto ma è un semplice appassionato di aerei, o non farebbe costruire una casa a un avvocato che ha il pallino del bricolage, non vedo perché si debbano lasciar circolare teorie assolutamente inaccettabili formulate da persone che non hanno speso la vita nello studio e nella preparazione in questa materia. E quando la stessa classe dirigente da credito ai fantarcheologi allora si crea un danno enorme: penso, ad esempio, a contributi pubblici concessi per convegni o pubblicazioni, o a un ex presidente del Consiglio Regionale della Sardegna che ha scritto la prefazione per un libro di Leonardo Melis: le istituzioni non dovrebbero avvalorare teorie folli davanti a un pubblico ignorante in materia.

Di quali follie stiamo parlando?
La scrittura nuragica, ad esempio: la civiltà nuragica non scriveva, e poco contano pochi, e a volte dubbi, segni derivati da altri alfabeti trovati su alcuni manufatti. I gruppi umani nuragici non scrivevano, perché il declino della loro civiltà iniziò proprio quando erano giunti sulla soglia di quella dimensione di complessità sociale ed economica che portò, nelle altre civiltà, all’invenzione o adozione della scrittura. Questo in nulla sminuisce la grandezza della civiltà nuragica, quella vera, non quella mitizzata. Lo sa da cosa partono quelli che hanno teorizzato l’alfabeto nuragico? Da una tavoletta interpretata come nuragica, in realtà sappiamo tutti che è di età medievale.

Altre fantateorie?
Lo tsunami di cui parla Sergio Frau, che nel 1175 a. C. avrebbe seppellito di fango i nuraghi del Campidano: abbiamo idea di quale sconquasso nell’intero Mediterraneo avrebbe causato un evento capace di coprire di fango il nuraghe di Barumini? E perché non abbiamo trovato migliaia di scheletri vittime dello tsunami? Perché questo fango a Barumini copre anche le capanne puniche e romane? La teoria di Frau, che identifica la Sardegna nuragica con la mitica Atltantide, è sicuramente affascinante come lo sono le favole, e ha inoltre riscosso un grande successo per aver stuzzicato la vanità di un pubblico già (dis)educato dall’archeosardismo a immedesimarsi nei Nuragici.

E poi?
Le planimetrie delle tombe di giganti che riproducevano l’apparato riproduttivo femminile interno. Anticipare di molti secoli queste conoscenze è semplicemente ridicolo, o forse i perfidi archeologi hanno nascosto i bisturi e le ecografie nuragiche? Invece sull’archeoastronomia, gli studi sull’orientamento dei monumenti antichi legati a fenomeni astronomici, non mi pronuncio perché è una materia che non ho ancora approfondito ma se portata avanti con metodologia seria non ho nulla da dire.

Vi accusano di nascondere scoperte importanti che potrebbero cambiare la visione dei Sardi nel Mediterraneo.
Certo, il grande complotto degli archeologi contro la Sardegna: secondo questi complottisti le Università e le Soprintendenze avrebbero tramato per nascondere ai Sardi il loro vero glorioso passato. Peccato che le Soprintendenze oggi siano al collasso, da anni non si assume personale perché ormai la pubblica amministrazione è sinonimo di sprechi e fannulloni con il risultato che oggi siamo in sei ad occuparci di mezza Sardegna tra questioni amministrative e burocratiche (di cui rispondiamo anche alla Magistratura) e ricerca scientifica. Se ci fosse davvero un complotto non si lascerebbero morire le Soprintendenze come sta accadendo ora. In tutto questo, i fantarcheologi proliferano.

Teorie che trovano terreno fertile grazie anche a internet: blog, gruppi su facebook, forum di discussione alimentano scambi e opinioni.
Esattamente: come in tutte le discipline, anche noi abbiamo a che fare con i ‘bimbominkia’ dell’archeologia su facebook: persone che avallano e difendono teorie assurde senza avere le minime competenze.

Insomma, sta dando ragione a Umberto Eco: “I social network danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività”.
Proprio così: condivido ogni parola e ogni virgola di Umberto Eco.

Francesca Mulas

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