Convegni al maschile, cresce la rivolta. La manager: “È il nuovo femminismo”

L’accento è nascosto nella cadenza ‘continentale’, ma la tenacia delle donne sarde è tutta nella grinta che traspare dalla voce al telefono. Patrizia Asproni, nata a Nuoro ma da quarant’anni fuori dall’Isola, presidente dell’associazione di categoria ConfCultura e del Museo Marini di Firenze, conosciuta per il suo lavoro in tutta Italia (e non solo) e seguitissima sui social network, è colei che ha lanciato il sasso nel mare del web. È bastato il suo hashtag #boycottmanels per accendere anche in Italia un faro sulla fastidiosa tendenza di invitare solo uomini come relatori nei convegni. In ogni settore e come unici esperti, così come accaduto per il convegno organizzato la scorsa settimana a Cagliari dalla Regione sul turismo, denunciato sui social e su queste pagine. Cosa le ha fatto pensare che era il momento di agire? “A inizio anno avevo letto un articolo sul Washington Post di due economiste (una è italiana) che si lamentavano del fatto che in America nei panel comparivano sempre più soltanto relatori maschi, e lanciavano il neologismo ‘manels’. Me ne sono ricordata all’ennesimo invito per un convegno culturale, scorrendo il lungo elenco di nomi maschili ho detto basta”.

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L’hashtag #boycottmanel è partito così. Twitter, Facebook, Instagram lo hanno moltiplicato, amplificato e ‘viralizzato’. “Il momento è quello giusto – Patrizia ne è convinta – qualcosa non sta funzionando nella società, stiamo regredendo. L’assenza delle donne dal diritto di parola è cosa gravissima, ma ciò che è ancora più grave è il fatto che non sia una scelta, ma un automatismo: quando chiedi conto di questa mancanza all’organizzatore di un evento, ti senti rispondere ‘non ci ho pensato’”.

Patrizia Asproni

Ma come si fa a non pensarci? “Ecco, come si fa a non capire che quell’assenza è l’assenza di un punto di vista, di un modo di vedere la vita e di interpretare i fenomeni che rappresenta la metà della popolazione mondiale?”, si chiede la manager. “In ogni settore della vita economica e culturale ci sono grandissime esperte, donne competenti, spesso più dei colleghi uomini, si deve pescare da quel bacino. Siamo in un’epoca in cui le ragazze si laureano più dei colleghi maschi, hanno voti più alti, pubblicano le loro ricerche sulle riviste internazionali, guidano aziende (anche se ancora troppo poche in Italia) – prosegue Asproni – . L’equità di genere significa sviluppo, economia, aumento del Pil, l’occupazione aumenta, nei cda delle aziende una donna porta un diverso punto di vista, arricchisce, lo dicono centinaia di studi”. Ma c’è sempre chi punta il dito e, più o meno esplicitamente, accusa di ‘sessismo al contrario’. “Io non voglio essere come un uomo, sono una donna e tengo a quest’identità, ma non voglio essere ‘meno’, il segno ‘meno’ è molto grave”.

Secondo la Asproni stiamo assistendo all’evoluzione del movimento femminista: “Negli anni Sessanta doveva essere un fenomeno di rottura rispetto alla società maschilista di allora, oggi con le nuove tecnologie, il lavoro, l’autodeterminazione e l’indipendenza che le donne hanno maturato ci troviamo di nuovo a essere considerate ‘meno’: quindi sì, questo è il nuovo femminismo, un termine che ha sempre e solo accezioni positive”. Per la manager della cultura lo strumento delle quote resta quello migliore: “Contiamoci per contare, le liste sono fondamentali in questi casi. Una delle scuse più usate quando si costruiscono i programmi di un convegno è che non si conoscono donne esperte nei rispettivi campi. Bene, con le liste questo è possibile e toglie qualsiasi dubbio. Si deve arrivare al 50 per cento di rappresentanza, sempre, non un punto di meno”, conclude tenacemente Patrizia Asproni.

Marzia Piga

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