Cacciatori sardi si vantano su Facebook: “W l’Albania, da noi i tordi te li puoi scordare”

C’è un tipo di orgoglio tutto sardo, quello che si prova quando qualcuno dei nostri conterranei si distingue in “continente” per grandi e illustri meriti. Per contro c’è anche la tremenda vergogna che sentiamo quando un sardo si fa conoscere per qualcosa di scorretto o terribile. È il caso dei giovanotti isolani che poco tempo fa hanno pubblicato alcune foto scattate in Albania.

E non si trattava di turismo o di passeggiate attraverso le dolci colline macedoni: i signori delle foto mostravano con un certo compiacimento il “bottino” di caccia in terra balcanica dove, a quanto dice la didascalia dell’immagine, “In Albania puoi fare quello che ti pare, in Sardegna invece, nonostante il calendario venatorio più restrittivo d’Europa, con il solito ricorso degli animalisti i tordi te li puoi scordare. W la caccia in Albania”.

L’immagine sarebbe rimasta relegata tra le tante fotografie di dubbio gusto di cui la rete è stracolma se qualcuno non l’avesse salvata e mostrata nientemeno che davanti alla Commissione Attività Produttive, Commercio e Ambiente del Parlamento Albanese con pesanti accuse contro i cacciatori in arrivo dall’Italia: un turismo venatorio che ha contorni inquietanti tra illegalità e corruzione e che avrebbe sterminato, negli ultimi due anni, la metà della selvaggina locale.

“La caccia degli stranieri in Albania è diventata una cancrena – ha sostenuto davanti al Parlamento Themi Perri, Segretario della Federazione Cacciatori Albanesi – soprattutto recentemente si è trasformata in un massacro. Si è fatta una pessima propaganda nei paesi vicini dell’Albania come paradiso del bracconaggio”.

È proprio Perri a mostrare le immagini dei sardi con il loro trofeo: “Come umiliante è per noi cacciatori albanesi: la foto dell’italiano con la carriola piena di animali. Come risultato di questi fenomeni sono scomparsi o sono in procinto di scomparire i rapaci, i cervi, camosci, i cinghiali, le starne”.

La notizia è stata segnalata dall’associazione ecologista Gruppo di Intervento Giuridico: i cacciatori albanesi si erano presentati davanti al governo per protestare contro il divieto totale per due anni dell’attività venatoria appena annunciato da Lefter Koka, Ministro dell’Ambiente: “Misura drastica ma necessaria per fermare l’ulteriore diminuzione della fauna selvatica – aveva sostenuto il Ministro – che ora è al minimo critico  e per imporre controlli sulle attività di caccia che sono  mancanti per gli ultimi due decenni” . I responsabili dello sterminio indiscriminato della fauna locale sarebbero, secondo le associazioni venatorie balcaniche, gli stranieri e soprattutto gli Italiani.

“Niente di nuovo sotto il sole”, afferma Filippo Bamberghi del CABS-Committee Against Bird Slaughter (CABS), “Lo andiamo ripetendo da sempre: la caccia indiscriminata si sta rivelando per tutto il suo potere distruttivo. Il turismo venatorio effettuato da molti cacciatori italiani sta depauperando la fauna di moltissime nazioni. L’Albania è una meta privilegiata, molti cacciatori italiani vanno anche a caccia chiusa, ad esempio per cacciare le marzaiole (un’anatra) durante il passo di migrazione primaverile. Leggere gli atti dell’Audizione Parlamentare Albanese è agghiacciante: in due decenni la fauna è stata sterminata, i  cacciatori albanesi descrivono benissimo i meccanismi d’azione di molti cacciatori italiani tra corruzione locale e trucchi per importare la fauna in Italia”.

“Il CABS sta monitorando le legislazioni venatorie di tutti i paesi in cui è più diffuso il turismo venatorio. Abbiamo scoperto ad esempio lo scorso anno, che in Romania l’utilizzo dei richiami elettroacustici, spacciati come consentiti dalle agenzie venatorie, sono in realtà vietati come ribadito dal Ministro dell’Ambiente. Il documento che abbiamo ottenuto è stato sottoposto dall’Europarlamentare Andrea Zanoni alla Commissione Europea. L’Italia deve fare la sua parte. Non possiamo accettare che molti cacciatori italiani vadano all’estero a fare massacri: ci vuole un impegno forte delle nostre istituzioni per impedire che questo continui”.

Francesca Mulas

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