Niente messa in limba, lettera al vescovo: “Perché non parlare in sardo?”

La parola del Signore si esprime solo in italiano e latino, almeno nel nostro Paese. Niente spazio per il sardo, nonostante per tanti fedeli sia la lingua madre. A sollevare il caso è Gianni Loy, docente di Diritto del Lavoro alla Facoltà cagliaritana di Scienze Politiche e cattolico praticante. Loy pochi giorni fa ha partecipato alla messa dell’Epifania nella chiesa di San Lorenzo in Buoncammino, a Cagliari: le norme della chiesa vietano di condurre tutta la funzione in sardo e così la cerimonia si è articolata in italiano, latino, sardo. Un divieto, secondo Loy, senza senso, visto che molti parroci sarebbero disposti a parlare in sardo ai propri fedeli: tra questi c’è don Mario Ledda della chiesa di San Lorenzo, o don Antonio Pinna, oristanese, che si è impegnato a tradurre la messa dell’Epifania. Non bastano le esperienze di tante parrocchie dove già sono stati introdotti canti e preghiere nella lingua locale, la liturgia ufficiale vuole che la messa sia solo italiano e latino. 

Gianni Loy ha scritto una lettera al vescovo di Cagliari, monsignor Arrigo Miglio, che pubblichiamo. 

Caro Arrigo

Don Mario Ledda ha appena impartito la benedizione. Dopo aver varcato la soglia della chiesetta di San Lorenzo, ci siamo ritrovati nella sommità del colle del Buon Camino, all’ombra della vecchia struttura carceraria. Ite missa est. La messa è finita, andate in pace. O piuttosto: la messa incomincia, andate a viverla. Fine o inizio che sia, è stata una cerimonia strana e triste. A tratti surreale. Si è trattato di una celebrazione che ha profondamente umiliato me ed altri.

Può la celebrazione dell’Eucarestia umiliare?
Può!

E possibile, certamente, se al giorno d’oggi ancora sei costretto a ricordare il sacrificio della Croce alternando, con bizantino equilibrio, tre diverse espressioni linguistiche, il sardo, il latino e l’italiano. E’ stata una pena!

Mentre Don Mario, scrupoloso nell’obbedienza, pronunciava la formula: Hoc est enim corpus meus, piuttosto che pensare al sacrifico mi chiedevo: se il celebrante, tenendo il pane tra le mani e mostrandolo all’assemblea, avesse invece pronunciato la formula: “custu est su corpus meus”, forse che il mistero non si sarebbe ripetuto?

E quando due sacerdoti si sono alternati nella lettura dello stesso vangelo di Matteo, leggendolo prima in italiano e, subito dopo, in sardo, mi sono chiesto: ma tutto questo ha un senso?

Il senso di quella sofisticata mescolanza di idiomi era, ed è, soltanto quello di impedire che espressioni della mia lingua materna, a differenza di quanto accade per le altre lingue del mondo, possano evocare il mistero dell’ultima cena.

Non riuscivo, non riesco, a capire in nome di quale comandamento del Signore, la lingua che è stata dei miei padri, la lingua e che ho trasmesso ai figli miei, non possa essere utilizzata per il canone.

La risposta che mi attendo, se avrai la bontà di aiutarmi a dissipare i miei dubbi, non è di carattere liturgico, burocratico, ma di carattere teologico.

Per poter comprendere a fondo la mia sofferenza, devi sapere che a mio padre, secondo una cultura che affonda le sue radici nell’epoca dell’antico testamento, è stato dato il nome di Arremundiccu, che è nome, nostro, di santo, e così l’hanno sempre chiamato i suoi genitori. Per poter ottenere il sacramento del battesimo i genitori hanno dovuto accettare che il suo nome diventasse Raimondo.

Mio nonno, a sua volta, si chiamava si chiamava Afineddu ma per battezzarsi ha dovuto prendere il nome di Serafino. Il padre di lui si chiama Pissenti ma per poter trovar posto nei Quinque libris ha dovuto prendere il nome di Vincenzo. E così via di generazione in generazione.

Credo che comprenderai la sofferenza di chi vede aggredita la linfa vitale rappresentata, per larga parte, dalla lingua materna. Maria di Nazareth, del resto, crebbe Gesù con la propria lingua materna e non con quella degli occupanti.

Se avrai la pazienza di interrogare alcuni dei vescovi che, assieme a te, compongono la conferenza episcopale sarda, qualcuno di essi potrà riferirti delle severe punizioni che, in altri tempi, venivano inflitte ai seminaristi scoperti ad utilizzare la lingua materna! E’ follia, incultura, lo so. Non è rimpiangendo il passato, recriminando, che si fa la storia, neppure quella della salvezza. La conoscenza, però, aiuta a guardare il futuro. Non ho rancori. Perdono gli autori di atti finalizzati a sradicare da questa mia terra la lingua e la cultura che sono state, per secoli, di mio padre e di mia madre ( in su celu sianta), e dei loro padri e delle loro madri prima di loro per i secoli dei secoli.

Forte della mia coscienza, consapevole del dovere di lasciare in eredità ai miei figli la natura così come l’ho ricevuta, comprensiva sia delle sue componenti materiali che di quelle culturali, come la lingua, ho libertà di espressione nella lingua che è stata dei miei padri ed oggi è la mia.

Essa, la lingua sarda, è l’unica con la quale comunico con i miei figli. Mi è consentito scrivere, pubblicare, leggere, Svolgo, in lingua sarda, una parte del mio lavoro di insegnante. Chi lo ritiene può elaborare, in lingua sarda, la propria tesi di laurea.

Posso persino pregare, in lingua sarda.

L’unica cosa che mi è impedita in questa lingua, cioè che tu, in quanto vescovo, mi impedisci, è di partecipare con la lingua dei miei padri, al mistero eucaristico.
Lo trovo, arcaico, inconcepibile, paradossale. Se don Mario recitasse il canone in una lingua sconosciuta, in ucraino, in olandese, in friulano, senza che né lui né l’assemblea comprendano una sola parola, magari con una pronuncia che neppure riflette correttamene il testo, il vescovo non avrebbe niente da ridire, l’ortodossia sarebbe rispettata?

L’unica cosa che sembra importare alla Chiesa sarda è che non si pronunci, in lingua sarda, la sacra formula: “pigai e buffai-ndi tottus, custu est su calixi de su sanguni miu, po s’alliantza noa e eterna …”.

E’ possibile che la chiesa sarda non abbia altro più importante di cui preoccuparsi?

Caro Arrigo, il vescovo è il “pastore” del gregge o è il “supervisore”, il “sorvegliante”, secondo l’etimologia del termine επίσκοπος (episcopos)?
Secondo la tradizione della mia terra, il “pastore” conosce le proprie pecore ad una ad una, parla con loro nella loro lingua. Condivide la loro condizione.
Il “sorvegliante”, invece, ha il solo compito di garantire il rispetto di regole esterne alla comunità, dettate in nome di una ortodossia il cui significato, francamente, mi sfugge.

Non ho né il diritto né la competenza per addentrarmi nei particolari di questo “diritto”.

Eppure, pensando proprio al Codice di diritto canonico, che ti riconosce quale successore degli Apostoli, e pensando al Papa che, liberamente, ti ha nominato per santificare, insegnare e governare, mi chiedo se davvero la proibizione di recitare il canone in lingua sarda, possa essere in qualche modo ispirata o riferibile all’insegnamento degli Apostoli.

Mi chiedo anche se Papa Francesco, succeduto al Papa che ti ha nominato, sia al corrente del fatto che ai sardi è oggi impedito di celebrare la Santa messa nella propria lingua materna. Mi chiedo se pensi che Papa Francesco, se ne fosse informato, potrebbe condividere una decisione del genere.

So che la questione non riguarda una sola diocesi, bensì la Chiesa sarda nel suo complesso, la sua conferenza episcopale. Ho persino il sospetto che, come purtroppo la storia insegna, i maggiori responsabili della emarginazione della nostra lingua e della nostra cultura, in ambito religioso, non siano coloro che, come te, arrivano dal continente, ma proprio i vescovi nostri conterranei, o almeno una parte di essi, quelli che dovrebbero essere più sensibili al dovere di onorare il padre e la madre.

Non riesco ad immaginare alcun particolare motivo di diffidenza, da parte tua, da parte del Vescovo di Cagliari, nei confronti dell’utilizzazione della lingua sarda nella celebrazione del sacrificio di Cristo.

Ma sei tu il vescovo, vescovo che preferisco nelle vesti di pastore piuttosto che in quelle di episcopo, pertanto è a te che devo porgere due semplici domande che richiedono un’altrettanto semplice risposta: “si o no?”.

1. Esiste alcuna ragione, di carattere teologico, che possa giustificare il divieto di celebrare il sacrificio della messa in lingua sarda?

2. Il vescovo, il pastore, della diocesi di Cagliari, davvero proibisce che possa celebrarsi la Santo Messa in lingua sarda?

Un abbraccio

Gianni Loy

 

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