Sanità a Carbonia: pazienti in barella per giorni, turni massacranti e contagi diffusi

Tre anni di pandemia non sembrano aver insegnato nulla in Sardegna. La situazione all’ospedale Sirai di Carbonia è emblematica. Stando alle segnalazioni, il Pronto soccorso – l’unico rimasto aperto nel territorio dopo lo stop alla struttura di Iglesias – fatica a garantire non solo l’assistenza necessaria ai pazienti ma anche la salute del personale sanitario, con tutti i rischi che ciò comporta per entrambi.

Sono mesi che ai vertici dell’Asl 7 del Sulcis arrivano proteste. Ma nessuno si attiva per risolvere i disservizi e le storture organizzative più gravi. Nemmeno da Cagliari l’assessore alla Sanità, Mario Nieddu, interviene. L’Azienda è guidata da Giuliana Campus, il direttore sanitario è Giuseppe Pes. Sono loro che dovranno vedersela in Tribunale, visto che sulle condizioni del Pronto soccorso è arrivato anche un ricorso.

Stando a quanto ricostruito da Sardinia Post, la prima emergenza è il sovraffollamento: al Sirai si entra ma non si sa quando si esce e questo pregiudica gravemente l’attività di emergenza-urgenza cui il Pronto Soccorso è preposto. Ci sarebbe anche una documentazione per immagini che testimonia la gravità della situazione.

Al Pronto soccorso di Carbonia i pazienti che necessitano di ricovero, ma che non possono essere trfattenuti in ospedale nonostante le richieste dei medici, stazionano in barella anche per giorni. Perché non ci sono posti. E così, le riorganizzazioni che nel tempo si sono susseguite per affrontare la pandemia, hanno finito per tradursi nel totale caos del Pronto Soccorso e di troppi reparti (le Medicine ad esempio). Col paradosso che pure la stessa gestione del Covid  diventa difficilmente gestibile e compromette la sicurezza dei pazienti e degli operatori.

Al Sirai il numero di positivi è tornato a salire anche tra il personale sanitario. Del resto, se dopo tre anni di virus i sani e gli infetti non vengono separati, è nell’ordine delle cose l’aumento smisurato dei contagi. Non solo: nel Pronto soccorso sulcitano (che non dovrebbe avere nessuna zona di ricovero diversa dall’Osservazione breve) è stata individuata una sorta di zona rossa per i “positivi”, ma è uno specchietto per allodole in quanto non solo l’area sarebbe priva dei requisiti di sicurezza, ma i pazienti vengono assistiti dallo stesso personale sanitario che si occupa di quelli “negativi”  che affollano corridoi e altre aree inadatte al ricovero.

Sono mesi che la situazione si è fatta insostenibile per il personale medico, ridotto all’osso sino alla recente integrazione del Pronto soccorso del Sirai con quello del Cto di Iglesias. Ma le richieste di intervento e di sopralluogo sollecitate pare siano cadute nel vuoto. In maniera inspiegabile. Adesso, però, tirare la corda sta diventando rischioso. Anche perché tutti i protocolli nazionali e regionali, in caso di sovraffollamento dei Pronto soccorso, contemplano rischi altissimi per la salute degli operatori e per la vita degli stessi pazienti: è statisticamente provato che quanto più aumenta il numero dei ricoveri “impropri”, tanto maggiore è la probabilità che le cure non possano essere adeguate sia per chi vi accede in emergenza sia per chi è costretto a rimanervi anche per giorni  per l’assenza di posti di letto nei reparti ospedalieri.

Sino a che punto intendano spingersi i vertici della Asl 7, non è dato saperlo. Sardinia Post ha provato a contattare anche Giacomo Doglio, l’avvocato del Foro di Cagliari che ha depositato il ricorso nell’interesse di alcuni lavoratori. Il legale, probabilmente per la delicatezza della questione, non ha inteso rilasciare dichiarazioni e si è limitato  a confermare l’avvenuto deposito di un ricorso davanti al Giudice del lavoro. Segno che la sanità a pezzi e non più in grado di curare, ha dei gravissimi risvolti anche contrattuali per chi nella sanità lavora e condivide con i pazienti le drammatiche condizioni operative.

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