La Babele del sardismo

Elezioni regionali segnate dalla presenza di sovranismo e indipendentismo, in tutte le forme e per tutti i gusti: ecco la mappa per orientarsi.

Sette candidati governatore (salvo ritiri dell’ultima ora) e 34 simboli depositati in Corte d’Appello. Una folla. Di aspiranti presidenti e nuove sigle che, per l’esatta metà, trovano ispirazione e fondamento nella sardità. È questa la prima cifra politica delle Regionali 2014, una cifra declinata in più verbi: dall’indipendentismo al sovranismo, passando per la cultura identitaria e quella autonomistica. Non si tratta di sfumature: è sostanza, semmai, in quel viale del separatismo che nell’Isola ancora è visto con timore. Ma meno di una volta. I sardi si sentono sardi, e l’autodeterminazione la vogliono difendere, anche alle urne. A prescindere dal restare (o meno) con lo ‘Stato italiano’.

Per ritrovare un clima simile – cioè una presenza così pervasiva della sardità nel dibattito politico – bisogna tornare indietro nel tempo. A quel “vento sardista” che all’inizio degli anni Ottanta spirò con tanta forza da portare un esponente di Quattro Mori, Mario Melis, alla guida della Regione. E il Psd’Az, il suo partito, a oltre il 13 per cento dei voti. Con la conseguente “dote” – che si sarebbe poi progressivamente estinta – di deputati, senatori e anche eurodeputati, in aggiunta ai consiglieri regionali.

La differenza fondamentale rispetto a quell’epoca è che le altre forze “sardiste” o esplicitamente “indipendentiste” (Su populu sardu su tutte) hanno cambiato nome, o sono scomparse. E ne sono nate di nuove. L’egemonia del Psd’Az su quel mondo è finita. Ma quell’idea-forza continua a essere un ingrediente prelibato nelle cucine della politica isolana. La si ritrova, più o meno, in tutte le coalizioni. Ma una di esse – la Sardegna Possibile della scrittrice Michela Murgia e di ProgReS – ne ha fatto il proprio elemento costitutivo. E attraverso le sue tre liste dai nomi inequivocabili (oltre a ProgReS ci sono Gentes e Comunidades), punta addirittura al colpaccio della vittoria finale.

A farle gioco il ritiro dei CinqueStelle, sebbene i militanti del Meetup corrano sotto mentite spoglie col Nuovo movimento Sardegna. Ma non è lo stesso: Grillo il trascinatore di folle non ci metterà la faccia, stavolta. Di certo la Murgia non guarda con particolare preoccupazione il Popolo sardo di Mauro Pili, berlusconiano di ferro per vent’anni. Prima dell’improvvisa deriva identitaria: Pili, anche lui candidato alla presidenza della Regione, capeggia un esercito di sette sigle locali, più o meno note. Oltre al suo movimento Unidos, ecco Fortza Paris, Soberania, Movimento sardo pro territorio, Movimento amministratori socialisti sardi, Movimento popolo sardo, Casa Sardegna. Gruppi, partiti e movimenti che sempre hanno guardato verso il centrodestra.

Il sovraffollamento, infatti, è sul fronte opposto. Qua troviamo un nuovo partito: il Partito dei sardi fondato da Paolo Maninchedda (eletto nel 2009 nella coalizione di Cappellacci) e da Franciscu Sedda. Due professori universitari. Maninchedda il filologo, Sedda il semiologo. Appoggeranno il candidato del centrosinistra Francesco Pigliaru, ma per svariate settimane, quando il passo indietro di Francesca Barracciu non era sicuro, hanno trattato con iRs, Sardigna Natzione, Sardigna libera e RossoMori. Prove tecniche di polo sovranista, appunto. Un asse che si è trasferito da Pigliaru praticamente in blocco.

Non è finita. Perché tra i sette candidati governatore c’è anche Pier Franco Devias, nuorese, leader del Fronte indipendentista unidu (Fiu), nato da una costola di A Manca pro s’indipendentzia. Non bisogna dimenticare, infine, Meris Malu Entu, trasposizione politica del vulcanico Doddore Meloni: l’aspirante governatrice è Cristina Puddu, avvocatessa dello stesso Meloni, che ha presentato ricorso al Tar contro l’accelerata elettorale data da Cappellacci. Ricorso respinto. E domani alle 20 si capirà se Meris ha fatto in tempo a raccogliere le firme da allegare alla lista.

Chiudono il cerchio i zonafranchisti (anch’essi portatori di una certa forma di “sardismo”) che avevano combattuto a lungo, e insieme, la battaglia della defiscalizzazione. Poi l’ideologia li ha chiamati. E divisi. Quindi: un gruppo si è alleato col centrodestra attraverso la Zona franca Randaccio, che è il cognome di Maria Rosaria, fedele consigliera di Cappellacci in fatto di tasse da azzerare. Il Movimento Zona franca, invece, corre da solo col candidato governatore Gigi Sanna.

Ai blocchi di partenza  c’è però un grande assente: Bustianu Cumpostu, ingegnere, co-fondatore di Su Popolu sardu e leader di Sardigna Natzione, in politica dal 1973. Sembrava che, assieme a Claudia Zuncheddu  (ex Rossomori e fondatrice di Sardigna Libera) e al leader dell’Irs, Gavino Sale, sarebbe andato alle Regionali sotto l’ombrello elettorale di Soberanistas indipendentistas. Ma la Zuncheddu si è candidata con Sel e Sale sosterrà Pigliaru. Così Cumpostu è rimasto solo e non si presenterà alle urne. I simboli scenderanno a 33. Metà dei quali, comunque, evocativi – nei modi più diversi – della “sardità” e delle sue infinite declinazioni.

Alessandra Carta

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