L’INTERVISTA/Pietro Ciarlo: “Zona franca? Quanta demagogia!”

Oggi è il giorno della Zona franca. Cappellacci ne parla a Roma con Letta. Il Pd manifesta a Cagliari. Ma cosa è realmente? Lo spiega il costituzionalista Pietro Ciarlo. Un quadro realistico, fuori dalla propaganda.

Oggi, in nome della Zona franca, la Sardegna va in battaglia lungo l’asse Roma-Cagliari. Da mattina a sera, e rigorosamente divisa. Alle 11 comincia il centrodestra mobilitato insieme ai movimenti civici. Tutti nella Capitale davanti a Montecitorio, ma senza bandiere (sono vietate). Il presidente Ugo Cappellacci forzerà la mano: prima la delibera sull’istituzione della Zona franca integrale, poi quel documento verrà portato al tavolo del pomeriggio, dove siederanno il premier Enrico Letta, il sottosegretario Stefano Fassina (Finanze) e un rappresentante delle Dogane. Pd e alleati hanno scelto invece il T-hotel di Cagliari per dire che «Cappellacci sta solo regalando un sogno impossibile». Quindi, i sindaci del centrosinistra rilanceranno la loro ricetta “zerotasse”. Ovvero, una Zona franca urbana sul modello del Sulcis, da applicare a tempo nei territori più in crisi.

Sardiniapost ha scelto un arbitro per misurare il “vero” e il “falso” di queste doppie sfide (al momento solo politiche). Allora  prendiamo qualche appunto. In cattedra, su richiesta, sale il costituzionalista Pietro Ciarlo,  già preside di Giurisprudenza, ma anche presidente di quella commissione paritetica Stato-Regione che nel 1998 ha messo il sigillo al “decreto legislativo numero 75”. Cioè, all’unico tassello che realmente esiste nel mosaico della Zona franca. Nel documento sono indicati sei porti: Cagliari, Oristano, Portovesme, Arbatax, Olbia e Porto Torres. Avrebbero potuto far fruttare la politica della defiscalizzazione. Ma i partiti al governo dell’Isola, a turno, hanno lasciato nel cassetto quel testo normativo.

Professore, destra e sinistra, sulla Zona franca, non smettono di beccarsi. Chi ha ragione?

«Al momento nessuno. Si continua a parlare genericamente di Zona franca, il che è l’unico modo per poter fare demagogia. E molta confusione».

Da dove si dovrebbe cominciare?

«Intanto esistono tre tipi di Zona franca. La prima è quella urbana che prevede incentivi alle microimprese. È il modello che  Fabrizio Barca, quando era ministro, concordò con Bruxelles per il Sulcis, facendo un’evidente e macroscopica forzatura. Ma ne ha l’autorevolezza. Sono stati chiesti e ottenuti vantaggi fiscali, malgrado il territorio non sia la periferia di una grande città. Ma ripeto: Barca ha potuto permettersi una simile mediazione con gli uffici europei».

Vuole dire che in Sardegna manca un politico di quello stesso spessore?

«Non si manda una lettera all’Ue, ben sapendo di non essere titolati a farlo. La Regione, invece, si è spinta fin lì. È come spedire una missiva al Padre eterno. Poi non si può dire “peggio per lui che non ha risposto”».

Il presidente Ugo Cappellacci non doveva prendere carta e penna?

«Diciamo che è servito a poco. La lettera è stata frutto di molta fantasia».

La “Zona franca integrale” cos’è?

«È la modifica del regime fiscale su un determinato territorio».

È il caso di Livigno e Campione d’Italia. E la Sardegna ha il carte in regola per diventare come loro, a sentire il governatore e i movimenti civici. Ci sarà il lieto fine?

«No. I due comuni che ha citato sono piccolissime realtà, rispettivamente di cinquemila e tremila abitanti. Si tratta di due enclavi che, per ragioni diverse, erano in condizioni di oggettivo svantaggio. Non è possibile alcun paragone con la Sardegna».

Allora perché tanto clamore nell’Isola, se il traguardo non è a portata di mano?

«Se la politica volesse, sulla fiscalità ha il tutto il potere di intervenire. Le Regioni e i Comuni possono abbattere le loro aliquote aggiuntive senza bisogno di chiedere la Zona franca. Così sull’Imu e sulle imposte provinciali. O sull’Irap, come è già successo, il principio è identico. Ma non capita perché non esistono ricette magiche: il gettito tributario è insostituibile per erogare servizi o tenere in piedi la macchina amministrativa. Peraltro: Zona franca fiscale vuol dire su tutto taglio dell’Iva, di cui la Sardegna riscuote già i 9/10. Reclamare l’azzeramento di questa imposta, significa aprire la guerra a se stessi. Con la riduzione dell’Irap, la Regione ha dovuto fare salti mortali per compensare i 320 milioni di mancato gettito».

I difensori della Zona franca sostengono che le minori entrare tributarie verrebbero bilanciate dalla capacità di attrarre nuovi investimenti.

«Una falsità. Distorcono a piacimento il cosiddetto “moltiplicatore keynesiano”, sostenendo che la riduzione delle tasse faccia aumentare il lavoro. Una stortura. Col moltiplicatore si misura la probabile crescita del Pil in base ai consumi. Ma i fattori che la determinano sono diversi, tra cui l’aumento della spesa pubblica».

Il terzo tipo di Zona franca qual è?

«È la doganale».

Tutto scritto nel Dl 75 che lei firmò da presidente della commissione paritetica, chiamato da Franco Bassanini.

«Il decreto lo vollero Romano Prodi e Federico Palomba, ancora una volta dopo un lungo lavoro di mediazione, anche in Europa. Ma la procedura resta di difficile attuazione, bisogna lavorarci. Gli sgravi riguardano l’approdo e la lavorazione di merci non europee, quindi è necessario trovare aziende di caratura mondiale che hanno interesse a sbarcare nell’Isola. Di certo, non può bastare l’abbattimento dei dazi. Servono e vanno concordati anche altri sgravi, per esempio sul costo del lavoro. La tipologia doganale, a sua volta, si articola in sottocategorie: ci sono i punti franchi e i depositi doganali».

Il fronte del “sì” è convinto che la Sardegna possa istituire la Zona franca senza nemmeno incassare l’ok dallo Stato. Questo per il principio di sussidiarietà, a loro dire.

«Che provino, poi vediamo se hanno ragione. Comuni e Regioni possono sostituire lo Stato nell’erogazione dei servizi, non nell’esercizio dei poteri».

A chi spetta autorizzare la Zona franca?

«Al Governo o all’Agenzia delle dogane. Si tratta comunque di istituzioni sovraordinate rispetto alla Regione».

I movimenti civici sono pronti a una class action: se Roma non concede la Zona franca integrale, vogliano chiedere indietro l’Iva pagata negli ultimi cinque anni.

«Invito i cittadini a non sprecare soldi, perché il ricorso è perso».

Alessandra Carta

 

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