Don Cannavera: “Fuori gli indagati dalle istituzioni”

Don Ettore Cannavera dichiara guerra alla Casta. «Basta con la politica che è solo occupazione di potere e difesa di privilegi, fuori gli indagati dalle istituzioni», dice il prete pacifista, quello che vuole «la Sardegna smilitarizzata», ma anche «l’onestà». Don Cannavera apre oggi la sua sfida «alle lobby e alla cattiva amministrazione»: alle 18, a Serdiana, nella comunità La Collina di cui è padre fondatore, terrà a battesimo il movimento politico e culturale “Terra di pace, istruzione, lavoro, solidarietà”. Ovvero, «le cinque parole-chiave della nuova politica che deve essere servizio al cittadino». Tutto scritto in un Manifesto programmatico (e di valori) che sarà la bussola dell’associazione, di cui il prete è uno degli ideologi.

Don Cannavera, l’accuseranno di dedicarsi più alla politica che non alla Chiesa.

«Me lo dicono sempre. Ma io faccio come Gesù di Nazareth che più di tutti ha fatto politica. Ha vissuto in mezzo alla gente, si è interessato dei cittadini e della polis. Io voglio stare fuori dalle istituzioni. Non credo nemmeno di avere le competenze per starci dentro».

Di questi tempi, con l’inchiesta sul peculato che ha travolto il Consiglio regionale, la domanda che ricorre più spesso è quali competenze abbia la classe dirigente sarda.

«Stando al lavoro della magistratura, emergono propensioni alla disonestà. Non ce ne facciamo niente di chi non ha solidi principi etici e morali. Abbiamo bisogno di mani pulite, di trasparenza. Un buon metodo per scegliere i candidati è leggere la loro storia personale, i loro curricula: se sono indagati, facciano un passo indietro. Perché non possono dedicarsi al bene comune, cioè al primo e unico compito della politica».

Lei si sta tirando fuori dalla campagna elettorale, eppure ha rischiato di finirci dentro, da candidato governatore.

«Sì, è vero, me l’hanno chiesto. E per qualche notte ci ho pure pensato, immaginando perfino quali cose avrei fatto per prime, se fossi stato scelto per guidare la Sardegna».

Ma il Vaticano ha detto “no”?

«Non è andata così, sebbene lo abbiano scritto. Io mi sono consultato con Angelo Becciu, l’uomo più vicino al Papa e abbiamo convenuto che era meglio continuare a percorrere la mia strada».

La politica e il suo movimento dialogheranno?

«Certo. Noi vogliamo diventare le sentinelle di chi sta dentro i palazzi. Non deve sentirsi liberi di fare e disfare a loro piacimento. Se questo succede, è solo perché noi tutti lo permettiamo. Di norma, ci limitiamo a mettere una croce sulla scheda elettorale e poi dimentichiamo di verificare quanto hanno promesso. Il nostro movimento avrà questo compito, di vigilanza, di controllo. Come diceva Don Milani, sono fascisti coloro che non fanno politica, che lasciano fare ad altri».

Quando in quelle notti ha immaginato di diventare governatore, cos’ha pensato di cambiare?

«Intanto la Sardegna deve diventare terra di pace. Io sono contrarissimo alle servitù militari. Hanno occupato la nostra Isola, l’hanno violentata. Siamo una delle venti regioni italiane, ma ospitiamo il 40 per cento delle basi. Le Forze armate hanno preso le porzioni migliori dei nostri territori: penso a cosa potrebbero essere, per esempio, Quirra e Teulada senza servitù. Sarebbero votate all’agricoltura e al turismo, non all’inquinamento».

Come si fa a smilitarizzare una terra?
«Unendosi. Invece noi sardi siamo ancora quelli di centu concas, centu berrittas. Le basi sono anacronistiche. Seminano morte e distruzione, andando contro l’articolo 11 della Costituzione. Bisogna lottare contro le lobby militari, quelle che ogni anno ottengono sempre maggiori finanziamenti. Non ci servono le armi, non dobbiamo fare paura a nessuno».

Il suo movimento vuole invece più istruzione e più lavoro. Con quali soldi?

«Basta tagliare, per esempio, la spesa militare: è una questione di scelte. Io faccio anche parte dell’associazione Pax Christi che ha fatto uno studio: con i 14 miliardi destinati agli F-35, si possono costruire trecento scuole o creare duemila posti di lavoro. Smilitarizzare non vuol dire perdere buste paga, ma convertire l’economia. In Italia è pieno di colonnelli e altissimi funzionari militari di cui non ce ne facciamo nulla».

Chiudere le basi militari è una priorità?

«In Sardegna la priorità è ridare la speranza, soprattutto ai giovani che l’hanno persa. In tanti non cercano più nemmeno un lavoro. Ma, parallelamente, la politica è diventata virus di potere e denaro, virus affaristico. Il nostro movimento vuole educare i cittadini, prepararli. Ai tempi della Dc e del Pci si faceva formazione politica, c’erano ideali, principi e valori che si stanno perdendo. Nella nostra società bisogna fare soprattutto un lavoro culturale, di formazione appunto».

Vanno di moda i dibattiti sui costi della politica.

«Si tagliano le indennità, una volta per tutte. Chi ha già un lavoro ed entra in Consiglio regionale, prenda l’aspettativa retribuita. E se si tratta di disoccupati, venga riconosciuto loro uno stipendio onesto, di 2.000-2.500 euro al mese, ma non 10mila come succede oggi. I soldi per fare politica siano usati solo per le attività che riguardano il bene comune».

Come si scelgono i candidati?

«Se ci fosse un metodo infallibile, sarebbe bello. Ma sempre meno i cittadini stanno attenti ai programmi, li studiano».

Peraltro: durante le campagne elettorali vengono ripetute da decenni le stesse parole-chiave del vostro Manifesto.

«Per questo ci proponiamo come sentinelle. Basta con le sole competenze della disonestà, diciamolo chiaro. Basta anche con il concetto di apolitico, che non può esistere».

Lei non si candida più. Ma nel vostro movimento chi si lancerà nell’arena elettorale?

«Al momento nessuno, per scelta. Ripeto: abbiamo un altro compito, una diversa priorità. Vogliamo combattere i privilegi, l’arricchirsi con facilità. Servono saldi principi per non avere tentazioni».

Le piacciono i movimenti indipendentisti?

«Mi piace la difesa dell’identità sarda. Ma non sono separatista. Non coltivo il sogno di una nazione tutta nostra. Siamo italiani. Ma da sardi dobbiamo imparare a rivendicare che ci spetta. In termini di trasferimenti e di servizi statali».

La Zona franca?

«Ridurre la pressione fiscale è auspicabile. Di certo, un mondo senza imposte non è pensabile. In ogni caso, il modello di detassazione va studiato dagli esperti».

Tra destra e sinistra c’è ancora differenza?

«Per me sì. Sono due visioni di mondo che poggiamo su ideali diversi, ma tra le quali possono esserci punti di contatto. E vanno cercati. Lavorare insieme si può».

Come nelle larghe intese romane?

«No. Lì fanno insieme solo i propri interessi, personali e di partito. Interessi di gruppo e di lobby. Ma non si va avanti senza un modello di crescita, né un progetto».

Alessandra Carta

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