Die Linke sulle bombe ‘sarde’ della Rwm: “Profitti che grondano sangue”

Incendiano il dibattito politico in Germania le bombe esportate in Arabia Saudita dallo stabilimento sardo della Rwm Italia Spa, controllata del colosso tedesco degli armamenti Rheinmetall. “Impensabile che una ditta tedesca invii bombe all’Arabia Saudita per distruggere lo Yemen: i 90 milioni di euro di utili conseguiti lo scorso anno dalla Rheinmetall grondano sangue”. Sono le dichiarazioni rilasciate dal deputato tedesco della Die Linke Jan van Aaken all’Ard, radiotelevisione pubblica tedesca che stasera manderà in onda l’inchiesta del giornalista Karl Hoffmann sulle bombe prodotte in Sardegna ed utilizzate dalla coalizione a guida saudita nello Yemen a partire dalla scorsa primavera.

Sulla vicenda interviene anche il ministero dell’economia tedesco diretto da Sigmar Gabriel, chiaro nell’affermare che “quella della Rwm è un’esportazione italiana, non tedesca”. In altri termini,  il governo tedesco non ha nessun ruolo rispetto alle bombe spedite nella penisola arabica. Insomma, sebbene la Rwm Italia sia controllata dall società tedesca Rheinmetall, “non è Berlino a rilasciare le autorizzazioni per l’export”, spiegano al ministero dell’Economia. Dalla risposta del ministero all’Ard tedesca si evince anche che la Germania non ha importato o esportato componenti da e per la Rwm Italia Ma, più in generale, non è dato sapere se la Germania abbia inviato ai sauditi bombe a quelle prodotte a Domusnovas: “Non possiamo fornire queste informazioni”, risponde il ministro all’Ard.

In altri termini, per la Germania le bombe sono un prodotto italiano. E le autorizzazioni alla loro esportazione le rilascia Roma. La versione di Gabriel si discosta dunque da quelle offerte dal ministro della Difesa Roberta Pinotti a fine anno. In riferimento ai carichi di bombe partiti dalla Sardegna, la Pinotti aveva inizialmente parlato della “fabbricazione di componenti per un prodotto tedesco”. Tesi, questa, contestata da van Aaken, il quale parla apertamente di un “errore del governo italiano”. In un secondo momento, invece, sempre di fronte ai microfoni di Repubblica Tv, la Pinotti aveva precisato che “quelle bombe ‘appartengono’ a una ditta americana legata da un contratto di subappalto alla Rheinmetall, che in Italia ha due fabbriche. Non stiamo dunque parlando di una decisione presa dall’Italia, piuttosto il governo ha controllato il transito di questi armamenti. In entrambi i casi, la Pinotti aveva affermato che tutte le operazioni si erano svolte in piena regola.

Di diverso avviso il senatore Roberto Cotti (M5s), il deputato Mauro Pili (Unidos) e le tante associazioni pacifiste che si oppongono al commercio degli armamenti. “La vendita di armamenti a un paese in guerra come l’Arabia Saudita non può essere definita regolare ai sensi della legge 185/90”.

Intanto, è la stessa Rheinmetall a confermare che le bombe fotografate dal reporter di Humans Right Watch Ole Solvang “fanno presumere che si tratti di armamenti provenienti dagli stabilimenti della Rwm Italia”.

La posizione del governo tedesco non deve essere equivocata: la Germania continua infatti a vendere armi alla monarchia saudita, “sebbene in seguito alle restrizioni imposte dal Consiglio di sicurezza tedesco – precisa il deputato Van Aaken  – dalla Germania non possano partire carichi di bombe come quelli autorizzati dal governo italiano.  Una recente inchiesta del settimanale tedesco Der Spiegel ha infatti stabilito in 180 milioni il valore dell’export di armi verso l’Arabia Saudita nel corso del primo semestre del 2015.

Si tratta, per lo più, di munizioni per armi leggere e di componenti per gli aerei Eurofighter Typhoon commissionati nel 2007 dai sauditi al consorzio aerospaziale che raggruppa società tedesche, inglesi, spagnole e italiane, tra cui Finmeccanica. Armi, in ogni caso, impiegate dai sauditi in un conflitto che a dicembre aveva già causato oltre 6 mila morti, metà dei quali civili, 25 mila feriti, un milione di sfollati, 21 milioni di persone che per sopravvivere hanno bisogno urgente aiuti umanitari.

Piero Loi

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