Nicola Tanda, la Sardegna prima di tutto

Quando lavoravo nei giornali quotidiani occupandomi di cultura, talvolta mi chiedevo quando sarebbe arrivato per me, allievo di Nicola Tanda, il momento di scrivere un “coccodrillo” per Nicola Tanda, intellettuale sardo, orgoglio sorsense, già docente di Letteratura e filologia sarda all’università di Sassari, presidente storico del Premio Ozieri di letteratura sarda. Non lavorando più nei quotidiani da diversi anni, consideravo archiviata l’angoscia. L’ospitalità offertami su Sardinia post mi ha riinchiodato all’antica responsabilità: scrivere di un maestro che non c’è più. Non semplicemente di un professore.

Quello lo avvicinai nel marzo 2003 quadro gli proposi una tesi di laurea sul poeta-ramaio isilese Predu Mura di cui Tanda aveva curato l’edizione critica delle opere. Al secondo incontro sfodero’ un cerimoniale scarno ed essenziale, il preferito per studiare l’interlocutore: leggera stretta di mano, sguardo indagatore, lieve sorriso ironico che tradiva l’ironia sorsense sempre tenuta a stento a freno, mi guardò fisso severamente negli occhi: “Ti sei schiarito le idee?”. Capii subito che la mia passione per Mura sarebbe stata vagliata attentamente, senza sconti. Fin qui Tanda professore, che mandai in pensione, letteralmente, con quella tesi.

Da allora in poi conobbi Tanda maestro, babbai Tanda. Maestro di letteratura, quindi di vita: “La letteratura – ripeteva senza sosta – e’ sapere sulla vita”. La vita ex cathedra non si può insegnare: bisogna scendere al livello degli allievi, farsi maieuti, tirare fuori il meglio (“pudare sos mezus frores”). Non lezioni, insegnamenti a tutto campo di fronte a innumerevoli caffè lunghi sorseggiati al caffè Hemingway di Sassari. Approccio multidisciplinare alla letteratura, storia dell’arte e antropologia ancelle della corretta interpretazione di un testo che non può vivere senza contesto, linguistico storico culturale, da cui non si può prescindere.

Per Nicola Tanda la letteratura può non avere ali; non avere cime inarrivabili, Olimpi od Empirei. Ma senza radici è, come scriveva il poeta smisuratamente amato Antoninu Mura Ena, “consumida e morta”. Senza vita. Inautentica, “tubetto di dentifricio spremuto”. Plastica, non sughero. Un canone letterario di soli, ineffabili capolavori per pochi eletti condanna irrevocabilmente all’oblio i “minori”, gli autori “male sepultados”, quelli di cui nessuno si occupa perché nel Parnaso non c’è posto per loro. Per questa ragione, dal rientro in Sardegna dopo la laurea a Roma con calibri assoluti quali Natalino Sapegno e Giuseppe Ungaretti, cominciò a maturare il dissidio, negli anni sempre più lacerante, con il crocianesimo imperante o meglio con la concezione crociana dell’opera d’arte ed in materia di estetica: un Verbo assoluto che stentava a riconoscere l’eccellenza persino in molti canti danteschi, da cui prendeva forma un canone di soli capolavori, non di autori, in cui nessun “minore” godeva di cittadinanza alcuna. Figurarsi se potevano averla gli autori sardi in lingua italiana le cui opere sono impregnate di un forte sostrato antropologico (Deledda su tutti); ancor meno gli autori in lingua sarda.

Coscienza profonda del bilinguismo letterario in Sardegna e lotta senza quartiere ad una concezione monolitica crociana e desanctisiana della letteratura furono i rovelli teorici del miglior Tanda durante la lunga carriera: accademica, pubblicistica, di fine critico letterario, di studioso e divulgatore di letteratura e poesia, direttore di prestigiose collane editoriali, presidente del Centro di studi filologici sardi e del Premio Ozieri di letteratura sarda, il più longevo e prestigioso. Lo definiva “la mia cattedra ambulante”, formula di proprio conio che bene inquadrava il Tanda che non si stanca di predicare la buona novella: “La letteratura in Sardegna è a statuto speciale, bilingue, e vanta una produzione che ci fa entrare da protagonisti nell’Europa dei popoli “. Una vita dedicata alla letteratura, con i suoi libri e la sua militanza nei tanti premi di poesia dell’isola. Una vita per costituire il sistema letterario dei sardi senza dimenticare nessuno.

Nicola Tanda fu molte cose: cacciatore fra i boschi (passione condivisa con l’amico Giuseppe Dessì, segugio impareggiabile di carte e manoscritti, fiutava da due o tre parole poeti e autori di razza. Glorificò l’Olimpo dei sardi (Deledda, Dessì, Satta, Mura, Mura Ena…) , ma gli “ultimi” li mise accanto ai primi. Mise a disposizione il suo sapere senza riserve. Formò insegnanti, poeti di valore, lettori attenti e consapevoli. Amo’ Sorso quanto se’ stesso. Ozieri sopra ogni cosa. Ma più di sé stesso – e chi lo ha conosciuto sa quanto amasse se stesso – amò la Sardegna. La sua eredità c’è gia chi la sta facendo fruttare.

Giambernardo Piroddi 

 

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