“Le sculture di Mont’e Prama”, esce il volume degli scavi: così i Giganti non hanno più misteri

Cinquemila frammenti di pietra, innumerevoli pezzi di ceramica, migliaia di resti di ossa, e ancora rilievi, misurazioni, fotografie, appunti, schede e quaderni di scavo: l’immensa mole dei dati archeologici provenienti dai primi scavi su Mont’e Prama è finalmente stata ricostruita e restituita al pubblico nel volume ‘Le sculture di Mont’e Prama’. Il progetto, pubblicato dalla casa editrice Gangemi, è stato presentato ieri in anteprima a Cagliari in un affollatissimo incontro al Museo Archeologico organizzato dall’associazione Itzokor: alla presenza dei curatori Marco Monoja, Alessandro Usai, Luisanna Usai, Antonietta Boninu, Andreina Costanzi Cobau e dei 18 autori è stato raccontato il faticoso iter che ha portato allo studio delle notizie provenienti dalla collina del Sinis e alla ricostruzione delle statue dei Giganti che oggi ammiriamo ai musei di Cagliari e Cabras.

Una precisazione: il libro, che per la mole è stato definito un ‘macigno’ da Marco Minoja, direttore della Soprintendenza di Cagliari e Oristano, presenta i primi due scavi, quelli condotti nel 1975 e nel 1979 che hanno mostrato per la prima volta la grande scultura in pietra fino ad allora semisconosciuta nell’isola e raccontati finora solo su articicoli e pubblicazioni di settore; non ci sono invece i risultati dell’ultima campagna di scavo avviata un anno fa e ancora in corso. Dovremo attendere altri quarant’anni per conoscerli? Chissà, intanto Antonietta Boninu, ex direttore della Soprintendenza di Sassari e Nuoro e curatrice del progetto, ha sottolineato che il volume ha visto la luce solo ora per la difficoltà di reperire e amministrare i finanziamenti per studio e restauro.

Tornando al libro, o meglio ai tre libri più dvd in cui è diviso il progetto, possiamo leggere la storia completa di Mont’e Prama analizzata sotto tutti gli aspetti: il contesto storico e naturalistico, i primi scavi, i materiali di pietra e ceramica, i frammenti ossei. Lo studio è condotto con approccio multidisciplinare, dato che accanto ai testi degli archeologi ci sono pure le riflessioni di geologi, antropologi e archeoantropologi, analisti di vario genere. Quel che emerge è che ci troviamo davanti a un “fenomeno archeologico senza confronti in Sardegna” come lo ha definito l’archeologo Alessandro Usai, un sito unico nel suo genere che fu sicuramente espressione di comunità tardo-nuragiche che avevano frequenti contatti con i Fenici, e che a un dato momento il sito fu distrutto con violenza e abbandonato.

Le 33 tombe a pozzetto, alcune delle quali ritrovate intatte durante la campagna di scavo guidata da Carlo Tronchetti nel 1979, ospitavano sepolture singole, tutte senza corredo funerario. Solo una tomba ha restituito elementi preziosi: si tratta di vaghi di collana e uno scaraboide fenicio in steatite, datato intorno al X-IX secolo avanti Cristo, che accompagnava la ‘tomba 25’ dove era sepolto un ragazzo intorno ai vent’anni, elemento che fa pensare a contatti e scambi con i Fenici che abitavano la vicina Tharros. Le antropologhe Ornella Fonzo ed Elsa Pacciani hanno esaminato i frammenti di ossa, arrivando a identificare 41 individui sepolti a Mont’e Prama: a parte un unico caso si tratta esclusivamente di maschi, ragazzi o giovani adulti, nel sito non c’è traccia di bambini o anziani.

E poi ci sono i cinquemila frammenti di pietra, ritrovati accumulati sopra le tombe: le grandi statue in arenaria distrutte (da comunità indigene? Dai Fenici? Dai Cartaginesi che approdarono intorno al IV secolo?) sono oggi ricostruite grazie al minuzioso lavoro di restauro al Centro di Li Punti portato avanti dal Centro di Conservazione Archeologica di Roberto Nardi di Roma. Raffiguravano pugilatori, arcieri e guerrieri e probabilmente, come ha sempre sostenuto l’archeologo Giovanni Lilliu, rappresentavano la versione monumentale della stessa espressione artistica che ha creato i bronzetti nuragici.

Il progetto editoriale “Le statue di Mont’e Prama” raccoglie finalmente tante risposte alle infinite domande intorno all’area archeologica del Sinis e contribuisce a rimettere assieme i tasselli di una storia antica e ancora misteriosa. Un avvertimento: non si tratta di opera divulgativa ma di pubblicazione scientifica, quindi i profani che intendono comprendere il mistero dei Giganti dovranno armarsi di bibliografia di base prima di avvicinarsi ai tre volumi. È comunque un punto di partenza, con l’auspicio che gli archeologi che custodiscono le conoscenze sul nostro patrimonio culturale e storico inizino a parlare non solo ai colleghi ma anche al grande pubblico.

Francesca Mulas

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