L’amore ipnotico di Van Gasteren per la Sardegna, i suoi film in tour tra Cagliari e Oliena

Louis Van Gasteren (1922-2016), olandese, era già un noto regista quando con la prima moglie scelse di trascorrere, nel 1960, la luna di miele in Sardegna. L’incontro con l’isola segnò l’inizio di una amore quasi ipnotico per quella terra inconsueta, per un popolo con cui stabilì un legame intenso; gli sembrò di scoprire un mondo intatto nelle sue tradizioni, un unicum in quell’Europa che pure aveva attraversato e conosciuto attentamente.

Come racconta la sua seconda moglie, compagna di vita e di creatività, produttrice e organizzatrice dei suoi film, Giovanna Meerman, da quel viaggio tornò soprattutto carico di vinili riproducenti la musica tradizionale sarda, di cui, tempo dopo, si servirà per la colonna sonora dei suoi documentari. Perché la Sardegna diverrà la protagonista di tre memorabili lungometraggi girati nei primi anni settanta, opere destinate alla programmazione televisiva (soprattutto in Olanda, ma pure in Germania, in Francia), che Van Gasteren considerava il veicolo ideale per far conoscere i luoghi d’Europa. Infatti, dimostrando un profondo atteggiamento etico-politico – pur essendo nella sostanza un pessimista nei confronti della razza umana destinata, secondo lui, all’estinzione per la sua aggressività – era convinto come non si potesse realizzare alcun progetto di unione europea, se i popoli facente parte non si fossero conosciuti profondamente.
In questo senso, il progetto sullo scomparso regista olandese ideato dalla Cineteca Sarda è, nello stesso tempo, importante e imperdibile. Si è iniziato con la serata di mercoledì 3 maggio nella sala della Società Umanitaria, a Cagliari, con la presenza della signora Giovanna Van Gasteren Meerman, che ha introdotto, insieme al critico cinematografico Gianni Olla e al direttore della Cineteca Sarda Antonello Zanda, “Corbeddu” (1975), forse il risultato migliore della trilogia isolana del regista olandese. Si proseguirà con una sorta di mini tour nei luoghi dove Van Gasteren ideò e girò le sue opere sarde e, dunque, ci saranno due incontri a Sassari (venerdi 4 maggio, alle 11 all’Accademia delle Belle Arti e, alle 16,30, all’Università) e uno a Oliena il 6 maggio alle 20,00 all’Auditorium della Scuola Media. Occasioni da non perdere sia per chi ama il cinema sia per chi potrà riflettere, attraverso gli occhi di uno “straniero”, sulla grande mutazione che, in quegli anni, segnò la nostra isola con conseguenze epocali ancora percepibili nella contemporaneità. Infatti, Louis Van Gasteren quasi profeticamente, sempre mantendendo una sconfinata passione per la terra e per la gente sarda, riprese un mondo in transizione, contraddittorio, incerto sulle future, ambiziose, pericolose scelte politico-economiche.

Nella trilogia “Salude e libertade” (1976), “Corbeddu”, “Il riso sardonico” (1977) tratteggia la Sardegna senza mai cadere in banali stereotipi o atteggiamenti di superiorità da “invasore visuale”. Lo aiutò il suo modello estetico e tecnico. Van Gasteren detestava il tipico “documentario classico”, per cui aboliva la voce fuori campo, la sceneggiatura precostituita. Servendosi di un montaggio molto creativo e dinamico, filmando ogni elemento potesse essere interessante e sorprendente, aveva la capacità di fissare sullo schermo l’essenza delle persone che lo colpivano (si veda in “Corbeddu”, il penalista Gonario Pinna in vestaglia da camera marrone monologante con voce e gestualità d’altri tempi sul dovere di difendere chi si è fatto giustizia da solo).

Non manca mai, insomma, neppure un filo d’ironia sconosciuta nella seriosità rituale del documentario antropologico. “Corbeddu”, poi, è esemplare nell’accostare due eventi apparentemente lontanissimi nel tempo, ma vicini per via di un luogo, quasi magico: una grotta. Nella cavità naturale vicino ad Oliena, si nascondeva, alla fine dell’ottocento, il bandito Corbeddu, sorta di Robin Hood sardo, il quale, secondo le testimonianze, a volte reticenti, a volte mitizzate, raccolte da Van Gasteren, rubava ai ricchi per dare ai poveri. Un latitante che riuscì a trattare per la liberazione di due francesi rapiti da una banda di banditi, ottenendo pure la restituzione del riscatto. Di Corbeddu rimane un ritratto, alcuni parenti alla lontana, i quali hanno deciso di rendere più agevole la vecchia casa dove si svolsero avventure e fughe ancora da raccontare. In quella stessa grotta, che ha preso il nome dal famoso fuorilegge, nel film di Van Gasteren, una palentologa americana e un suo collega belga raccolgono le ossa di un fossile prezioso: il prolagus sardus, antenato del coniglio isolano, arrivato in Sardegna forse dall’Africa e prezioso cibo per i nostri antenati. Tutta la Storia viene sintetizzata in quella grotta, dove il gruppo di speleologi nuoresi che aiuta gli studiosi, può anche provarne l’acustica perfetta suonando un flauto traverso. Peraltro, come ha sottolineato Giovanna Meerman, quelle riprese furono straordinarie; infatti era la prima volta che si girava a colori dentro una grotta e non fu semplice sistemare fili e camere di ripresa. Van Gasteren, però, con “Corbeddu” si fa profeta, quasi di tipo pasoliniano. Mentre intervista gli abitanti di Oliena e di Ottana, mostra, appena alle spalle dei piccoli paesi ancora assediati dalla miseria che comunque conservano le tradizioni con dignità e fierezza, la nascita del polo industriale il quale, se da una parte fallirà miseramente le ambizioni di trasformazione economica di successo, muterà per sempre la realtà isolana. Van Gasteren, nella preziosa intervista realizzata dal regista Antonio Sanna nel 2009 – ultimo viaggio dell’olandese nella nostra terra – che nella serata in Cineteca è stata mostrata come tributo all’autore, si chiede quanto sia veramente migliorata la situazione sociale e economica dei sardi, considerando come quei cambiamenti li avesse visti sorgere senza alcuna mediazione culturale.
Non c’è dubbio che i film sulla Sardegna girati da Van Gasteren e trasmessi dalle televisioni di mezza Europa abbiano aiutato a far incuriosire il pubblico, quello a cui il regista olandese si rivolgeva direttamente senza commentare e senza dare giudizi su ciò che aveva impressionato su pellicola. In Sardegna le sue opere, come ha evidenziato nella serata in Cineteca Gianni Olla, furono mandate in onda poche volte e, all’interno dei programmi della sede regionale, in due puntate. Pochi conoscevano (e conoscono) la preziosa filmografia isolana del regista olandese, il quale ha firmato peraltro 86 tra lungometraggi e corti. Olla ha ricordato come la prima intervista a Van Gasteren la realizzò Giovanni Maria Bellu per “Tutto quotidiano”, nell’agosto del 1977. Sarebbe da recuperare quell’intervista magari insieme alle sessanta scatole di girato che Van Gasteren ci ha lasciato, ancora da rivedere o da montare oppure semplicemente nella versione di “tagli”, che acquistano, nel caso dei film sardi, un’importanza storica per documentare una realtà perduta.

Elisabetta Randaccio

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