Gli atlanti dell’identità di Ligios in mostra ad Arzachena

L’identità ha infinite facce, infinite storie, infinite declinazioni. Su questo tema Salvatore Ligios ha indagato, per anni, in modo sistematico e minuzioso. Fotografo, docente di Fotografia all’Accademia di Belle Arti di Sassari, e animatore prima del museo Su Palatu di Villanova Monteleone e poi dell’ Associazione Su Palatu Fotografia, questo infaticabile protagonista della cultura e della fotografia isolana aggiunge un nuovo capitolo al suo lavoro sull’identità.

Giovedì 19 settembre, alle ore 10,30 presso Vigne Surrau ad Arzachena verrà presentato al pubblico il progetto culturale “Gli atlanti. Tracce di identità“, selezione di fotografie di Salvatore Ligios e video installazione di 50 monitor per 50 interviste a cinquanta primi cittadini di piccoli comuni della Sardegna di Vincenzo Ligios. Un catalogo con testi di Sonia Borsato, Giulio Angioni e Pietro Soddu accompagna la mostra e sarà poi distribuito nei circuiti librari.

L’inaugurazione sarà preceduta dal convegno “Dalla cultura alla politica” al quale interverranno, Tino Demuro presidente di Vigne Surrau; Salvatore Ligios responsabile di Su Palatu_Fotografia; Sonia Borsato, curatrice d’arte; Manlio Brigaglia, storico; Silvio Manca, sindaco di Bidonì; Antonello Passiu, sindaco di Villa Sant’Antonio e rappresentante dell’Anci-Sardegna; Pietro Soddu, già Presidente della Regione Sardegna.

Il lavoro, che prende il titolo dal personaggio mitologico Atlante, è un omaggio al lavoro silenzioso e quotidiano svolto dagli amministratori dei piccoli comuni della Sardegna e prosegue sulla scia del progetto culturale pubblicato da Ligios nel 1999 “Facce di sardi”, un percorso fotografico durato cinque anni in cui aveva incontrato e fotografato i corpi e i volti della cultura sarda: registi, docenti universitari, architetti o cantastorie avevano contribuito a creare un nuovo immaginario isolano che, con un passo laterale, si era allontanato dal mito del volto truce da maschera e dal fisico imprigionato in gambales e velluto.

«Con Facce di sardi — dice Ligios — ho tentato di isolare la categoria ‘privilegiata’ degli intellettuali e sui loro volti ho voluto testare la capacità di raccontare la contemporaneità dell’identità. Ho poi ripetuto questo tentativo con operazioni apparentemente più leggere come The Villasor Factory. La mia sfida è far entrare la fotografia nel dibattito contemporaneo accanto al cinema o alla letteratura. Non perché abbia una sua verità da difendere ma perché ha un suo codice per rappresentare il mondo contemporaneo».

Il nuovo progetto “Gli atlanti. Tracce di identità“ esplora invece la realtà di comuni molto piccoli della regione sarda – con popolazione al di sotto di 600 abitanti – per comporre una galleria di ritratti di sindaci, testimoni oculari di ricchezze culturali e identitarie degne di attenzione. Insieme agli scatti fotografici sono state realizzate interviste con video in presa diretta curate da Vincenzo Ligios.

«Dal dialogo tra fotografia e video — scrive Sonia Borsato nel catalogo che accompagna la mostra — vengono fuori 50 storie di un mondo minimo; arcipelaghi emotivi che galleggiano sulla schiuma di un contemporaneo irrisolto. Una realtà parallela, la Sardegna più minuta, in cui vigono ancora un vocabolario antico, una disarmante spontaneità, una vezzosa ritrosia che mal declina quell’iper-apparire a cui siamo stati mal-educati».

«I video — prosegue — hanno la stessa sobria serenità, un lucido punto di vista che non regala niente e non indulge alla malinconia. Non ci sono abiti o pose ufficiali, non il comizio o la campagna elettorale. Ci sono corpi, esposti, semplici, non educati alla posa.
Ci sono occhi che guardano fisso e cercano di disegnare il futuro. C’è il quotidiano lavorato e faticato. E fortemente c’è il regalo di se stessi, l’umiltà dell’appartenenza e il confronto totale con la comunità di cui ci si sente parte, carne. Perché anche il semplice esserci, qui e ora, è già atto politico».

Con questo progetto (chiamarlo mostra è riduttivo) Ligios indaga l’identità lontano dallo sciocco folklore di chi ostenta berritta e falsa sardità da campagna elettorale ma mostrandoci chi si confronta ogni giorno con la realtà dai confini più estremi della politica. Coloro che stanno tra la gente e, senza clamore, costruiscono quotidianamente relazioni sociali di comunità che sono l’essenza dell’identità e dell’appartenenza. Lasciati soli a fare da mediatori fra l’istintivo rifugiarsi nel passato e bisogni di modernità, spesso rappresentata da falsi miti.

Enrico Pinna

 

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