“Alla ricerca di Atlantide con James Cameron”: più fiction che documentario

Atlantide fa parte dell’immaginario collettivo; è una sorta di mistero per antonomasia in cui i limiti tra la rilettura seria e la supercazzola sono spesso sottili. “Alla ricerca di Atlantide con James Cameron”, andato in onda ieri sera sul National Geographic, rientra a pieno in quest’ultima categoria. Forviante già dal titolo, visto che il regista premio Oscar di “Titanic” compare sì e no una ventina di minuti a fronte di ben due ore interminabili di filmato, il documentario è il tentativo piuttosto maldestro di convincere il pubblico che la mitica isola narrata da Platone sia in qualche modo esistita sul serio. Per farlo viene realizzato un vero e proprio viaggio che da Santorini, tocca Malta, la Sardegna, la Spagna meridionale e Gibilterra. Ognuna di queste località, infatti, potrebbe essere la possibile candidata del continente perduto. Cose già risapute, in realtà, ma che il regista e protagonista di quest’opera, Simcha Jacobovici, propone come nuove di zecca, mescolando dati e immagini con drammatizzazioni stile “tv verità”, in cui il “mio Dio guarda qua!” viene abilmente inserito prima dello stacco pubblicitario.

Sconosciuto a molti, Jacobovici ha fatto del sensazionalismo la sua cifra stilistica. Negli Stati Uniti, terra da sempre affascinata dal misticismo, soprattutto quando c’è di mezzo la Bibbia, un suo documentario sulla presunta tomba perduta di Gesù ha creato polemiche a non finire, soprattutto da parte della comunità scientifica che ha rigettato come fantasie al limite del complottismo le sue ipotesi. Ma lui sembra curarsene poco, d’altronde i suoi show vengono regolarmente prodotti da Cameron e hanno una copertura mediatica non indifferente, tanto da permettergli di fare pure conferenze stampa in pompa magna in cui annuncia di aver trovato i chiodi usati per la crocifissione di Gesù nella tomba di Caifa. “Alla ricerca di Atlantide” si muove sostanzialmente su questa falsariga ideologica, in cui le varie teorie vengono inserite in maniera del tutto decontestualizzata con l’ausilio di presunti esperti che in maniera perlopiù esagitata si pongono più come dispensatori di verità che di pareri realmente scientifici.

Il caso della Sardegna è da manuale: il regista ci arriva dopo aver ipotizzato che le colonne d’Ercole non siano da inserire a Gibilterra come la tradizione impone, ma nello stretto di Messina. Jacobovici prende paro paro la teoria, discussa e discutibile, portata avanti dal giornalista de “La Repubblica” Sergio Frau che va di moda tra i fantarcheologi sardi, senza però nominarlo mai. Ad accompagnarlo in questo piccolo tour c’è un certo Robert Ishoy che, per usare parole sue, è: “an historian and a visionary”, ovvero uno “storico e un visionario”, il quale ha creato una “Society for historical exploration” con lo scopo di “far rinascere l’apprendimento nelle scienze” con tanto di campagna di raccolta fondi su Internet. Insomma, una cosa è certa: non è un archeologo e fa un po’ specie vederlo aggirarsi tra i nuraghi Losa e Barumini – pronunciato “Su Nuraxi” con la “x” – mentre parla della civiltà nuragica come di una “cultura dimenticata”, in barba a oltre un secolo e mezzo di studi e pubblicazioni. Anche Jacobovici ci mette del suo quando arrivato a Nora, di cui non dice pressoché niente a parte mostrare qualche immagine a volo d’uccello, la collega a terremoti e tsunami, nonostante si sappia bene che l’antica città è in parte sommersa per via dell’erosione marina e non certo per via di un maremoto. Il picco però viene raggiunto al pozzo sacro di Santa Vittoria di Serri, identificato in modo molto rocambolesco come il tempio di Poseidone di Atlantide. Non manca la reinterpretazione di cosa possano essere i nuraghi: per Ishoy e Jacobovici ovviamente sono le case degli abitanti di Atlantide, anzi sono dei veri e propri quartieri di aristocratici e guerrieri. Inutile aggiungere che in questa messe sconclusionata non viene inserito un appiglio temporale coerente. Tutto è sospeso in una fantomatica “età di Atlantide” che deve collimare con l’età del Bronzo in Europa.

Il resto della puntata prosegue soffermandosi soprattutto sulle ricerche sottomarine tra la baia di Cadice, nella Spagna atlantica, e i siti di Jaen e Doñana in Andalusia dove dovrebbe situarsi la mitica Tartesso raccontata nella Bibbia, fino a spingersi alle Azzorre. Il ritrovamento casuale di sei ancore in pietra nelle profondità a ridosso della costa spagnola, galvanizza talmente tanto Jacobovici e i suoi “studiosi” tanto da fargli dire che si tratta di uno dei più antichi ormeggi trovati oltre Gibilterra, forse l’attracco del porto di Atlantide, perché “l’uomo non ha mai navigato quei mari prima dell’VIII secolo a. C.”. Con buona pace dei fenici che bazzicavano a Cadice da un secolo prima per commerciare metalli, ma di tutto ciò “Alla ricerca di Atlantide” non ne fa minimamente menzione, forse perché gli scombina tutto il disegno esposto sino ad ora . Quello che conta, infatti, è portare avanti un’idea precostituita a monte, indipendentemente dal fatto che possano esserci elementi contraddittori in cui la divulgazione vera e propria è l’ultimo dei problemi. Siamo al documentario spettacolo, non tanto diverso dalle fiction, solo che in questo caso Jacobovici punta sull’ambiguità dei contenuti, facendo così sicuramente una operazione commerciale da manuale, ma anche un pessimo servizio alla credibilità del National Geographic, il quale farebbe certamente più bella figura se in un futuro producesse magari “Alla ricerca di funghi con James Cameron”. Sarebbe di sicuro un progetto più attendibile.

Francesco Bellu

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