Strage familiare a Nuoro, i compagni di classe di Francesco “con il cuore a pezzi”. Il vescovo Mura: “La violenza non va negata, ma denunciata e narrata”

“Sgomenti con il cuore a pezzi. Francesco amore nostro”. Lo scrive su Facebook la preside della scuola elementare di Monte Gurtei a Nuoro, Graziella Monni, dove Francesco Gleboni, morto ieri in ospedale dopo che il padre lo aveva ferito con un colpo di pistola e prima aveva ucciso la madre, la sorella e un vicino di casa, frequentava il quinto anno.

“Francesco era un amore di bambino – dice la dirigente scolastica -, tranquillo educato corretto e solidale con i compagni, tutti sconvolti e addolorati per la tragedia che è successa. Non c’è mai stato nessun sentore di qualcosa che non andava nel bambino o nella sua famiglia”.

Anche la scuola deve adesso affrontare questa incredibile tragedia. “Come scuola ci stiamo occupando dei compagni di Francesco che ieri e oggi sono in lacrime – dice la dirigente -, ci occupiamo di supportare i ragazzi e le loro domande: l’ingiustizia della morte del loro compagno e il come sia stato possibile che il padre lo abbia potuto uccidere, insieme alla madre e alla sorella e a un vicino di casa, prima di colpire alla testa l’anziana madre e suicidarsi lui stesso. Sul banco del piccolo studente arrivano le letterine dei compagni che cercano in questo modo di elaborare il lutto supportati dagli insegnanti che faranno tutto il possibile per aiutarli in questo difficile momento”.

Sulla strage familiare arriva l’analisi del vescovo della Diocesi di Nuoro monsignor Antonello Mura. “Impossibile pensare o aspettarsi che le parole spieghino il dolore del dramma familiare avvenuto a Nuoro. Si rabbrividisce solo a tentarci. Giusi (43 anni), Martina (25), Francesco (10), Paolo (69) e Roberto (52). I loro nomi non sono un elenco, ma una storia interrotta, un’umanità negata e tradita. E sono tutti vittime. Anche Roberto, vittima di se stesso, del suo (forse) mal di vivere, che (forse) non amandosi ha voluto trascinare nel baratro della morte chi lo amava, come sua figlia che l’aveva indicato come ‘l’amore più grande della sua vita’”.

“Questa sconfitta dell’amore ne ricorda anche la sua fragilità, soprattutto quando, pur trovando posto nel nostro cuore, non riesce ad affrontare e a superare le prove della vita – prosegue l’alto prelato rispondendo all’Ansa – La tristezza e lo smarrimento che hanno raggiunto parenti, amici e opinione pubblica è evidente anche in tutte le comunità parrocchiali. E ci lascia molti interrogativi e qualche impegno, oltre alla preghiera. La violenza è una ‘presenza’ che non va negata o rimossa, tantomeno banalizzata. Al contrario va riconosciuta, narrata, denunciata. Parliamone in famiglia e in comunità, come nella scuola. Non sorvoliamo con facilità sulle parole e sui gesti che potenzialmente possono diventare tossici – osserva – Rivelerebbe che non abbiamo occhi per vedere quante relazioni, anche le più intime, rischiamo di diventare un problema sociale. Occorre continuamente riconciliarsi, costruire alleanze educative, rapporti di stima vicendevole, d’amore, di libertà, di reciprocità”.

“Oggi ce lo chiedono i volti atterriti di un figlio (Sebastiano) e di una madre (Maria Esterina) fortunatamente solo feriti, ce lo impongono le loro grida – conclude l’alto prelato – Ora anche Dio fa silenzio, e si accosta con discrezione alle vittime e ai feriti, non smettendo di indicare un’altra strada, un altro modo di essere e di vivere. E continua a rispettare la nostra libertà e, ancora una volta, la ama fino a morirne”

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