“Nostra madre Giuditta combatteva il cancro per la vita, non contro la scienza”

Nella notte tra il 7 e l’8 settembre moriva Giuditta Di Matteo, insegnante elementare di Cagliari. Aveva il cancro e si è curata anche con terapie alternative. Nel sistema dell’informazione, è una notizia di primo livello. Non solo per la vicenda drammatica che sintetizza, ma anche perché il tema delle ‘terapie alternative’ è di stretta attualità. La settimana prima tutti i media raccontavano la storia di altre vittime di terapie alternative (il cosiddetto metodo Hamer). La notizia della morte di Giuditta Di Matteo viene data dalla maggior parte dei mass media con titoli del tipo “Si curava con clisteri al caffè, muore di cancro”.

Pubblichiamo la lettera con cui Sara Serena, Ilaria e Alessandro Melis, figli di Giuditta Di Matteo, propongono una ricostruzione ben più problematica e articolata, su cui riflettere. Scopriamo il percorso di una donna che ha utilizzato tutti gli strumenti di cui disponeva per affrontare integralmente la sua malattia. È una testimonianza che restituisce a questa tragica vicenda la sua realtà. Il tema non è solo quello delle ‘terapie alternative’. Siamo in un campo totalmente diverso, che la denuncia degli impostori e dei profittatori non deve mettere da parte. Siamo, semplicemente, nel campo della vita e della sua complessità.

 

Siamo qui per raccontare della vita di nostra madre e del suo cammino affianco alla malattia. Quello che maggiormente ci è dispiaciuto di ciò che abbiamo ascoltato e letto negli scorsi giorni è la semplificazione del lungo viaggio che nostra madre ha compiuto. Quei titoli e la diffusione a livello mediatico di notizie fuorvianti sulla sua morte e sulla sua battaglia è come se vanificassero il grande messaggio che lei ha lasciato nella mente di chi ha incrociato durante il suo cammino.

La sua storia di malattia ha inizio nei suoi primi anni di vita quando le venne diagnosticata una malattia dalla prognosi nefasta: la piastrinopenia. È da quel momento che lei ha accolto la sfida che la vita le ha posto dinnanzi e, per la prima volta, l’ha vinta.

Nel 1996, all’età di 29 anni, con tre figli piccoli e un percorso universitario da portare a termine, il tumore è per la prima volta comparso nelle nostre vite. Le diedero una diagnosi di tumore al collo dell’utero. In quell’occasione scelse di sottoporsi alle cure oncologiche con conseguente intervento di isterectomia, andato a buon fine.

Nel 2002 però la malattia bussò un’altra volta alle nostre porte: diagnosi di linfoma Nh ad alto grado di malignità con sede sottomandibolare. Si sottopose alle cure del reparto di ematologia dell’ospedale oncologico di Cagliari dove la chemioterapia e la radioterapia diedero i risultati sperati: remissione della massa.

Quattro anni dopo, nel 2006, si presento una recidiva del linfoma in varie sedi tra cui mediastinica (nello spazio compreso tra i due polmoni) e addominale. Di nuovo si sottopose a chemioterapia e a trapianto autologo di cellule staminali (trapianto di midollo) con remissione della massa.

Fu nel 2009 che, in seguito a una diagnosi di sospetta recidiva, scelse di intraprendere nuove vie di guarigione.
Iniziò in quel momento il cammino che l’avrebbe poi portata ad acquisire una nuova consapevolezza della malattia e quindi di se stessa. Iniziò a cambiare stile di vita e a studiare tutti gli approcci che nel corso della storia avevano provato a comprendere le neoplasie e le malattie autoimmuni. Comprese allora che il cancro era, ahimè, un suo compagno di vita. Decise di non volersi focalizzare sulla malattia, ma sulla sua qualità di vita. L’Oms nel 1948 definisce la QoL come la percezione soggettiva che un individuo ha della propria posizione nella vita, nel contesto di una cultura e di un insieme di valori nei quali egli vive, anche in relazione ai propri obiettivi, aspettative e preoccupazioni. Lei alzò la qualità della sua vita in maniera strepitosa curando tutti gli aspetti che, come dimostrano studi nel campo della psicologia e delle neuroscienze, definiscono il benessere di noi essere umani: intraprese un percorso di psicoterapia, cominiciò a praticare meditazione e yoga, curò la sua alimentazione, si circondò di amore e natura.

Nel 2012 si presentò la quarta recidiva. Fu allora che incontrò il metodo Gerson che, attraverso una purificazione dell’organismo, sperava di indebolire il cancro. In quell’occasione ci si trovò davanti al rischio che, non seguendo una cura salva vita riconosciuta dalle istituzioni, le venisse decurtato lo stipendio. Decise di rendere la sua storia pubblica per riuscire a smuovere le acque. E ci riuscì. Le condizioni di salute migliorarono notevolmente. Riprese l’insegnamento e noi figli e persone vicine apprendemmo l’importanza del considerare ogni essere umano, ogni malattia, del corpo o della psiche, attraverso una visione globale dell’individuo.

Fino all’inizio del 2015 i risultati delle analisi davano segni positivi, nessuna remissione ma le masse non avanzavano. In seguito però ad alcuni eventi di vita dolorosi, la sua situazione fisica precipitò un’altra volta. Comparve una massa nel bulbo oculare destro e altre pericolose masse sempre in sede mediastinica che le causarono secondariamente diverse broncopolmoniti. Mia madre abbandonò allora il metodo Gerson nell’estate del 2015, ma non abbandonò mai la cura globale della sua persona. Le condizioni migliorarono nuovamente e avvenne una remissione della massa bulbare. Nel settembre 2015, riprese l’insegnamento.

A febbraio di quest’anno si ripresenta una broncopolmonite che cura con una terapia antibiotica e in seguito a una consultazione con un oncologo torinese, decide di rivolgersi nuovamente al reparto di ematologia di Cagliari.
Le biopsie non danno risultati diagnostici. A giugno, durante un esame, sopraggiunge un attacco ischemico transitorio, che aggrava le sue condizioni e fa sì che venga ricoverata nel reparto di ematologia dell’oncologico di Cagliari.

Nonostante i ripetuti esami, ancora nessuno riesce ad arrivare ad una diagnosi utile a fini terapeutici. Viene dimessa e lasciata a se stessa. Le viene consigliato di consultare privatamente un chirurgo toracico per tentare altre biopsie. A Cagliari nessuno risponde. Alleanza terapeutica tra medico e paziente e sostegno psicologico sono praticamente inesistenti. Affrontiamo questo duro momento insieme, con lunghe passeggiate e grande unione familiare. Cerchiamo tutti insieme di vivere nella gioia e mia madre continua, come sempre ha fatto, a prepararci alla sua morte.

I primi d’agosto si presenta febbre alta e viene ricoverata in un reparto di medicina generale di un ospedale cagliaritano. Diagnosi di broncopolmonite bilaterale e setticemia da Pseudomonas Aeruginosa, un germe ospedaliero. Viene sottoposta ad una terapia antibiotica che migliora momentaneamente la situazione. Anche qui alleanza terapeutica e sostegno psicologico sono decisamente scarse. Mia madre viene dimessa dopo solo dieci giorni incapace di camminare per una grave ipotrofia. Rendendoci conto della scarsità dei mezzi sanitari pubblici cagliaritani progettiamo di partire prima possibile in un’altra città per tentare altre vie. Intanto mia madre è seguita da una psicoterapeuta, una fisioterapista, uno pneumologo e da una neurologa, tutto a spese nostre, sempre nell’ottica di una cura gloobale della persona. Mia madre si riaggrava e viene individuatao un altro germe a livello polmonare. Martedì 5 settembre viene ricoverata immediatamente nello stesso reparto di medicina generale. Provano la terapia antibiotica ma la situazione è gravissima. Mia madre viene a mancare nella notte tra il 7 e l’8 settembre, con noi figli addormentati accanto, nel reparto di medicina generale.

Questa è la storia di malattia di mia madre. Lei non è mai stata contraria alla chemioterapia ma rivendicava la libertà individuale di scelta sulla propria salute, denunciava lo scarso sostegno psicologico, morale e umano fornito dagli ospedali pubblici, la scarsa attenzione per la persona in quanto tale. Io adesso voglio denunciare la scarsa presa in carico di un cosiddetto modello bio-psico-sociale, riconosciuto come valido dalla medicina dell’evidenza, dal SSN.
Mia madre non ha perso dinnanzi alla malattia, perché le ha dato un senso e un motivo di crescita. Mia madre ha insegnato a noi figli e a chi l’ha circondata l’oltre: oltre la rassegnazione: la speranza, oltre la paura il coraggio, oltre la malattia la cura, oltre la vita la vita.

Vorrei che si smettesse di parlare di chemio o di terapie alternative, che si smettesse di continuare ad alimentare un atteggiamento di scissione ma che si intraprendesse un cammino verso l’unità. Che si creassero ponti invece che spaccature.

Il mio messaggio non è poi così innovativo, il padre della moderna medicina, Ippocrate di Coo, comprese pienamente ciò che mia madre ha appreso grazie alla malattia, ma che ancora il nostro sistema sanitario sembra voglia ignorare:
“è più importante sapere che tipo di persona ha una malattia, piuttosto che sapere che tipo di malattia ha una persona”.

Sara Serena, Ilaria e Alessandro Melis

 

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