Is Arenas, il ping pong delle accuse

Ieri sera circa duecento persone hanno manifestato davanti al carcere cagliaritano di Buoncammino in segno di solidarietà col presidente del Cagliari Massimo Cellino, col sindaco di Quartu Mauro Contini e con l’assessore Stefano Lilliu, tutti in carcere per lo scandalo di is Arenas.

Ma dagli atti dell’inchiesta e anche dalle ordinanze che hanno respinto tutte le richieste di scarcerazione, comincia a emergere una realtà più complessa: gli indagati non hanno adottato una comune linea difensiva e si rimpallano le accuse. Cellino nega di aver fatto pressioni e afferma di aver soprattutto speso soldi propri, Contini sposta le principali responsabilità verso i tecnici. I quali, a
loro volta, hanno adottato atteggamenti diversi: Pierpaolo Gessa, il ‘responsabile unico del procedimento’, ha ammesso le proprie responsabilità e ha anche detto di essere stato consapevole di agire contro la legge. Infatti viveva nell’incubo di essere arrestato.

Nell’inchiesta sulla costruzione dello stadio, Gessa è diventato l’equivalente del latitante nelle vicende di banditismo: una specie di ‘coperchio buon per tutte le pentole’. Lo rileva lo stesso giudice delle indagini preliminari Giampaolo Casula nel respingere le richieste di scarcerazione: parla, infatti, di un atteggiamento ‘poco elegante’ dei principali imputati, cioè di Contini e Cellino, che hanno attribuito ai funzionari tecnici alcune delle scelte più contestate che, invece, vengono assunte a livello politico.

Per esempio quella di consentire l’utilizzo dello stadio anche in assenza del giudizio di idoneità dei responsabili provinciali della sicurezza. In proposito i giudici sottolineano come l’atteggiamento del comune di Quartu sia cambiato dopo gli arresti: per la partita – prevista per domani – del Cagliari contro il Torino si è deciso di dare l’autorizzazione a condizione che si giochi a porte chiuse. Un cambiamento radicale rispetto alla ‘gestione-Contini’ che, secondo i magistrati, dimostra la consapevolezza da parte degli amministratori che il sistema delle ‘autorizzazioni’ all’ingresso del pubblico, date di volta a in volta, rischiava di determinare violazioni della legge.

Ma le linee difensive divergono anche tra i principali imputati, e cioè tra Cellino e Contini. Secondo quanto riferisce oggi l’Unione sarda il presidente del Cagliari – pur negando di aver fatto delle “pressioni” – ha confermato di aver chiesto al sindaco di intervenire presso l’impresa Andreoni (quella che realizzava i lavori per il Pia) perché montasse una parte della recinzione dello stadio che avrebbe poi consentito di sistemare i tornelli. Una vicenda che attiene al punto centrale della ipotesi accusatoria: l’aver dirottato verso lo stadio opere che avrebbero dovuto avere un’altra destinazione.

Il quotidiano di Cagliari riporta alcuni passaggi dell’interrogatorio di Cellino. Emerge una linea difensiva convulsa e quasi torrenziale. Aggressiva. Dove Gessa è “un poveraccio”, il sindaco Contini uno col quale è impensabile fare affari (“Unu pioccu”, un tacchino) e lui, Massimo Cellino, un imprenditore letteralmente crocefisso da un sistema che impedisce di fare una cosa semplice come trovare uno stadio dove far giocare una squadra di serie A.

Ne ha avuto per tutti Massimo Cellino. Non solo per i coimputati ma anche per altri personaggi e per altre vicende. Tanto che ieri mattina è stato nuovamente interrogato. Ma come testimone, dal pm Giangiacomo Pilia, titolare dell’inchiesta sulla clinica Città di Quartu che ha determinato l’arresto dell’ex amministratore Antonio Macciotta e dell’immobiliarista Sergio Porcella. Cellino, a quanto pare, ha parecchie informazioni anche su questa vicenda. Notizia che ha appreso in modo diretto o da sue conoscenza. Anche molto illustri.Come il governatore Ugo Cappellacci.

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