“Dopo l’uranio impoverito, ora mi uccide la Asl”

Vivo di ora in ora. Non mi è più consentito curarmi in modo adeguato. E’ una situazione che mi sta uccidendo”.

A parlare è Marco Diana, 44 anni a maggio, cittadino di Villamassargia, maresciallo dell’Esercito italiano in congedo per causa di servizio. Una vita dedicata alla difesa del Paese. Un Paese a cui ha dato tutto, letteralmente. Lo abbiamo incontrato nella sua casa, una bella casa, di cui, dice, non può occuparsi come vorrebbe perché gli mancano le forze.

   Marco Diana è malato di cancro da quindici anni. E’ stato dichiarato “grande invalido militare”. Ha una pensione e una terapia interamente a carico dello Stato. Ma dal giugno scorso la Asl non gli passa più i farmaci. Ed è per questa ragione che Marco vive ‘di ora in ora’. Tra pochi giorni andrà a Milano per delle nuova analisi. Le attende con la paura di chi teme una sentenza di morte.

Com’è che ha deciso di intraprendere la carriera militare?

“Mi ha sempre appassionato, era il mio sogno fin da piccolo. E poi, provenendo da una famiglia di operai, mio padre era minatore, senza grandi possibilità economiche, come molti miei coetanei ho visto nelle forze armate una possibilità di realizzarmi anche dal punto di vista economico. Insomma fare quello che avevo sempre sognato ed avere di che vivere. Così nel 1989, a vent’anni, mi sono arruolato prima in Aeronautica per poi passare nell’Esercito nel quale sono rimasto fino al 1998. Ho avuto riconoscimenti e promozioni, fino al grado di maresciallo “.

Ha presso parte a missione all’estero?

“ Ho girato mezzo mondo, con le missioni di pace e di guerra: per portare aiuto alle popolazioni africane della Somalia e del Gibuti, per prendere parte a missioni di intelligence anche pericolose in Europa, per sostenere le popolazioni terremotate dell’Umbria nel 1997-98. Tutte attività svolte con pieno coinvolgimento personale perché ho sempre creduto in quello che facevo”.

Il maresciallo Marco Diana durante una missione
Il maresciallo Marco Diana durante una missione

Poi che successe?

” Era il 14 agosto del 1998. Mi trovavo a Spoleto col II° Reggimento Granatieri di Sardegna. Ebbi un malore all’improvviso. Fui avviato in ospedale per gli accertamenti del caso e dopo diversi esami mi fu diagnosticato un carcinoma endocrino di classe A. Il mondo mi crollò addosso. Avevo una ragazza di cui ero innamorato e che avrei voluto sposare di li a pochi mesi. L’ho perduta. Iniziò il mio calvario tra ospedali, cure terrificanti e aule giudiziarie per poter vedere riconosciuto lo stato di invalidità per causa di servizio. Dopo tutto ciò che ho dovuto subire e che sono costretto ancora a subire, oggi posso dire che avrei preferito morire subito, come tanti altri colleghi, piuttosto che subire queste umiliazioni”. 

Ma almeno dal punto di vista legale la conclusione è stata positiva…

“Dopo tanti ricorsi fu riconosciuta, finalmente, quale causa scatenante del male l’esposizione a sostanze dannose per il corpo umano, come l’uranio impoverito. Venne accertata la sussistenza dei presupposti per un accoglimento della causa di servizio e fui dichiarato “ grande invalido militare “ dal ministero della salute. E sono diventato il paziente n. 57 dello speciale elenco A.D.I. (assistenza domiciliare integrata) della ASL n. 7. Da novembre 2000 mi fu assegnata una pensione a vita. Inoltre, per quanto concerne gli aspetti di natura assistenziale, e qui entriamo nel nocciolo della questione, il ministero della Difesa ha provveduto a concedermi ogni prevista elargizione e sussidio per rimborso spese, ivi compresi gli integratori alimentari che mi sono indispensabili nell’ambito del protocollo farmaceutico che mi è stato prescritto dall’I.E.O. – Istituto Europeo di Oncologia di Milano-  che segue il mio decorso clinico”.

Quindi, almeno da un punto di vista assistenziale e previdenziale i problemi sono risolti. Invece a giugno la Asl decide di non passarle più i farmaci. Come è stato possibile? 

Dopo alcuni anni di relativa calma dal punto di vista amministrativo, durante i quali mi sono sottoposto a diversi trattamenti sanitari, alcuni anche sperimentali, diventando una sorta “cavia umana” per tentare nuove strade per possibili nuovi farmaci, sono iniziati i primi tentativi di messa in discussione degli atti amministrativi ministeriali da parte della Asl 7. Prima dichiarando di aver smarrito la documentazione poi, con l’arrivo del nuovo direttore generale Maurizio Calamida, da giugno scorso, con la parziale soppressione del protocollo farmaceutico prescritto, che ha validità annuale, e con la modifica della prescrizione per quanto concerne il dosaggio dei farmaci”.

In pratica lei sta dicendo che la Asl 7 ha modificato in maniera unilaterale il protocollo farmaceutico che le è stato prescritto dall’I.E.O. di Milano, a seguito degli accertamenti clinici e diagnostici eseguiti, senza motivazione?

Esattamente. Anzi per meglio precisare, la motivazione che mi è stata riferita sarebbe quella economica. Cioè la Asl 7, e quindi la Regione, non è più in grado di sopportare i costi delle mie cure. In realtà però, come ho già detto, i costi delle mie cure non gravano neppure per un centesimo sulle casse della Asl e della Regione, essendo a totale carico dei ministeri della Salute e della Difesa. In pratica, Asl e Regione devono solo anticipare le somme necessarie per l’acquisto dei farmaci che mi sono necessari per poter continuare la mia battaglia per la vita. Esiste un dispositivo autorizzativo emanato dallo Stato Italiano nei confronti della Regione Sarda che la Asl 7 non può in alcun modo disconoscere. Gli amministratori sono loro. Le questioni tecniche a me non interessano. Io voglio solo i farmaci che mi aiutano a vivere un po’ più a lungo”.

Quali sono gli effetti di queste modifiche dell terapia?

Gli effetti sono documentati dagli ultimi esami eseguiti a Milano: le metastasi del cancro, dopo una piccola ma significativa riduzione grazie ai farmaci , hanno ripreso a crescere in maniera esponenziale, in alcuni punti sono addirittura raddoppiate. Le mie difese immunitarie sono ridotte ai minimi termini. Gli organi principali sono irrimediabilmente compromessi. Senza contare tutte le complicanze a livello psicologico. Per questo sono seguito anche dal servizio di igiene mentale. Martedì sarò nuovamente a Milano per i nuovi controlli: temo i risultati degli esami, sempre che riesca ad arrivarci.”

Maresciallo Diana, cosa chiede?

Vorrei che il direttore Generale della Asl 7 di Carbonia Iglesias valutasse appieno le conseguenze dei suoi atti. Mi rendo conto di essere un “morto che cammina“, ma sono ancora vivo. E poi vorrei che il Comando Militare della Sardegna, a cui non ho mai chiesto niente pur avendone diritto, si ricordasse di questo suo figlio che ha portato la divisa dell’Esercito con onore, orgoglio e dignità”.

Carlo Martinelli

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