Don Cannavera e l’addio al minorile: “Questione nazionale, chiusi tutti”

Quello sardo è il peggiore. Parola di don Ettore Cannavera, fondatore della Comunità La collina e a un passo dall’essere ex Cappellano del carcere minorile di Quartucciu. La sua dura lettera d’addio, dopo 23 anni, è già un caso politico. Le accuse, durissime vanno dallo spreco di denaro pubblico, alla dipendenza da Roma fino, la più grave, all’effettivo menefreghismo verso i ragazzi e un qualsiasi progetto educativo. Il Redattore sociale, il sito di riferimento nazionale del Terzo settore, ha dedicato ampio spazio alla sua storia e ha definito don Cannavera: “tra i maggiori riferimenti italiani per la giustizia minori”.

Esiste una questione nazionale? 

Sì, chiaramente. Ci sono 17 carceri minorili in tutta Italia per 300 ragazzi: il nostro, di certo, è in coda. Si spendono per una struttura totalmente inadeguata, pensata per i terroristi degli anni ’70, ben 2 milioni l’anno. Mille al giorno. Per avere ragazzi senza un progetto, abbandonati e annoiati. Non è un caso che due negli anni scorsi si siano impiccati. Si sta andando verso l’abbandono dei carceri minorili, perché costosi. Sono solo contenitori del disagio, nulla più. Bisogna trovare altre soluzioni. Venti anni fa c’era stata la separazione rispetto alla detenzione ordinaria. Ora si vive in questo stato di inedia, lo sento dai miei colleghi cappellani con cui sono in contatto, una situazione diffusa, ovunque. Mi ha chiamato anche l’ispettore dei cappellani da Roma e abbiamo fatto una lunga chiacchierata.

Si potrebbe evitare il carcere ai minori?

Così com’è non ha senso. Non è una risposta efficace tenere chiuso un 14 o 15enne per reati come furti o droga. Sono ragazzi deboli che vanno accuditi, seguiti. Sono storie di abbandoni, fisici e non solo: da parte dei genitori e della comunità. Forse, in carcere dovrebbero stare alcune famiglie, forse. Hanno bisogno di un rifugio e di rapporti affettivi, come nella comunità di Serdiana. E infatti da lì non scappano. In alcune nazioni non hanno il carcere per i minori, come il Messico e il Nicaragua. In Europa c’è un caso contrario, come quello della Francia, i minori sono insieme agli adulti in una sezione separata.

Aspetta qualche reazione, dopo lo strattone?

Qualcuna è già arrivata. Si stanno interessando alcuni parlamentari (tra cui il deputato Michele Piras, di Sel, ndr) per predisporre un’interrogazione. Si avvierà presto una discussione oltre Tirreno. Era il mio intento, ovviamente.

Lei punta il dito soprattutto verso la capitale, verso i palazzi romani. Usa termini sovranisti, parla di colonizzazione… 

Sì, è così. Conosco bene il carcere minorile di Quartucciu: perché dobbiamo essere gestiti da una persona che arriva da Roma una tantum? Perché? Esistono professionisti competenti in Sardegna. La risposta è sulla bocca di tutti, il peso degli “accozzi” (appoggi politici, ndr). Perché così qui si acquisisce punteggio per andare a fare poi il direttore di carcere altrove, quando si ha un’esperienza praticamente nulla. In realtà gli agenti penitenziari saprebbero gestire meglio una struttura simile. Tutto attorno alle carceri sarde si muove grazie a interessi soprattutto politici, non con intenti rieducativi, o simili secondo quanto detta la Costituzione. E poi il capitolo fondi: ci sono, arrivano dal ministero. E che ci fanno? Convegni sul carcere minorile. Poi le finestre sono rotte, i muri scrostati e c’è sporcizia ovunque. E intanto si continuano a pagare ai trasfertisti viaggio e albergo.

Poca voglia di fare, quindi? Indifferenza?

Poca voglia di cambiare, certo. Sono anni che diciamo che la struttura non è adeguata: troppo grande, dispersiva. Se ne parla, si archivia e si dimentica.

E i sardi, nessuna colpa? Possibile?

La dipendenza da Roma, il silenzio. In questo sono colpevoli. Ma ognuno ha il suo posto, se si parla troppo si rischia il lavoro. Il nostro direttore, ex diciamo, è parcheggiato a non far nulla. Mi sono fatto portavoce del malessere che si respira, non solo mio. Ho una posizione per cui posso parlare con libertà, non ho retribuzioni. E potrò pure continuare a entrare come volontario, nella speranza che si muova qualcosa per il bene dei nostri ragazzi.

 

Monia Melis

 

 

 

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